
Il celebre episodio del cuoco incontrato da Dogen è significativo di un aspetto centrale nello zen: l’importanza della presenza mentale in ogni aspetto della vita, che fa apprezzare anche i compiti più umili.
Quando rimasi presso il monte Tiāntóng, in Cina, la posizione di cuoco era occupata da un monaco chiamato Yong, che proveniva dalla stessa provincia del tempio. Una volta, dopo il pasto di metà giornata, stavo passando per il corridoio orientale per andare verso la stanza [dove il mio maestro malato Myōzen veniva curato], quando vidi il cuoco di fronte alla sala del Buddha che essiccava funghi. Aveva in mano un bastone di bambù, ma era senza cappello. Quel giorno il sole era cocente, le piastrelle del pavimento scottavano e lui gocciolava di sudore mentre lavorava diligentemente per essiccare funghi nella piena luce del giorno. Era chiaramente sofferente. Con la schiena piegata come un arco e le ispide sopracciglia completamente bianche, assomigliava a una gru.
Quando mi avvicinai e gli chiesi la sua età, rispose: «Sessantotto anni». Dissi: «Perché non ti fai aiutare da qualche assistente?». Egli replicò: «Loro non sono me». Dissi: «Venerabile signore, la tua condotta è davvero irreprensibile, ma la calura è soffocante: perciò, perché stai lavorando a quest’ora?». Il cuoco disse: «Che ora dovrei aspettare?». Senza nient’altro da dire mi congedai, e mentre camminavo lungo il corridoio orientale, iniziai a rendermi conto di quanto sia importante la responsabilità di servire come capocuoco del tempio.
(Da: Kazuaki Tanahashi (a cura di), “Moon in a Dewdrop: Writings of Zen Master Dōgen“, North Point, New York 1985, p. 58)
Brano tratto da Steven Heine, “Dogen. La vita e l’opera del fondatore della scuola Zen Soto”.
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