L’Equanimità nel Buddhismo: come coltivare serenità e distacco per una vita equilibrata

equanimità nel buddhismo

L’equanimità è una virtù dinamica e flessibile, che non significa indifferenza o assenza di emozioni, ma capacità di mantenere la chiarezza e la trasparenza mentale in mezzo agli avvenimenti dell’esistenza.

Nel Buddhismo si parla — più che di amore — di compassione (karuna), di benevolenza (metta), di gioia altruistica (mudita) e di equanimità: si tratta delle quattro «dimore divine» o dei quattro «stati sublimi». Esiste anche un esercizio in cui ci si concentra per «irradiare» benevolenza a tutti gli esseri viventi, ai quattro angoli del mondo: il meditante deve fare in modo che «la sua mente pervada il primo quarto del mondo con pensieri di benevolenza, di gioia, di compassione e di equanimità; poi il secondo quarto, il terzo e il quarto; quindi l’intero mondo, in alto e in basso, di traverso e dappertutto».

L’importanza dell’Equanimità

Naturalmente non è l’esercizio in sé che farà aumentare la pace e l’amore sulla Terra. Ciò che conta è creare l’atteggiamento mentale non-reattivo. «Quando gli altri mi offendono, mi insultano o mi infastidiscono,» afferma il Buddha «non mi inquieto, non mi irrito, non mi adiro. E quando mi onorano, non mi rallegro.» Dunque, ciò a cui tende è uno stato d’animo di equanimità, di imperturbabilità, di equilibrio.

La Bhagavad-gita dice che il saggio «non si rallegra per le gioie e non si rattrista per le pene». Ma il Buddhismo vuole che l’amore, la benevolenza, la compassione e la gioia simpatetica non nascano come decisioni della volontà; vuole che sgorghino spontaneamente dalla qualità della mente.

Costruire la pace attraverso la calma interiore

Per costruire la pace nel mondo è più utile coltivare in sé la calma e l’imparzialità che sforzarsi di convertire gli altri a qualche fede. Tutto ciò può essere ancora il frutto di una volontà di dominio o del desiderio di ricevere qualcosa in cambio, magari nell’aldilà. Dice il Buddha: «Il bene va fatto imparzialmente, senza desiderio di ricompense».

La compassione non ammette eccessi emotivi: è sempre guidata da equilibrio e da stabilità. «Il pensiero non deve scomporsi» dice il Buddha. «Con animo benevolo e caritatevole, conserviamo lo spirito pieno di benevolenza, senza nutrire avversioni.» Il vero amore non nasce da un impulso passionale, ma da una mente tranquilla e svuotata tanto da avversioni quanto da brame. È inutile impegnarsi per la non-violenza e la pace, quando il nostro cuore è impregnato di agitazione e di desideri.

La Meditazione come via verso l’Equanimità

Ancora una volta, la meditazione mette in primo piano l’atteggiamento mentale, lo stato d’animo, rendendosi conto che solo uno spirito pacificato è in grado di amare nel modo giusto. Questo stesso spirito osserva con compassione la scena miserevole di un’umanità che, in preda alla confusione e all’ignoranza, si trascina colpita da mille sofferenze. Ma sa anche che queste sofferenze non potranno mai essere eliminate con semplici interventi esterni, con «opere di bene»: è necessaria una purificazione personale, una comprensione spirituale; e per questo invita alla meditazione. Purificando la mente, dice il Buddha, si otterrà non solo «la massima saggezza», ma anche la «vera felicità».

C’è dunque una differenza fondamentale tra l’atteggiamento religioso che impone di amare il prossimo come un comandamento divino, e l’atteggiamento meditativo che invita prima a creare serenità e distacco dentro di sé e poi a proiettare questo stato d’animo all’esterno. Il primo s’inserisce in un’etica del dovere, il secondo in un’etica della felicità. Il Buddhismo, in particolare, insegna a sviluppare la benevolenza innanzitutto verso se stessi, quindi, una volta sorto il sentimento di «benessere e di felicità» dentro di sé, il meditante lo estenderà spontaneamente agli altri. In tal modo, la compassione e la benevolenza saranno manifestazioni di uno stato d’animo interno.

Per favorire questo atteggiamento, il Buddha consiglia di «irradiare» il sentimento di benevolenza prima verso le persone care, poi verso quelle neutre e infine verso quelle ostili. Ci si concentra su qualcuno e si pensa: «Possa essere felice e libero dalla sofferenza». Per la compassione, è meglio incominciare prima dagli altri che da sé (allo scopo di evitare sentimenti di autocommiserazione). Per la gioia altruistica, bisogna naturalmente partire da qualcuno che sia felice e il cui sentimento possa essere condiviso, senza invidie o gelosie. Per l’equanimità, infine, è conveniente partire da una persona neutra, per poi passare ad una cara e ad una ostile.

Una questione di igiene mentale

Questi esercizi mettono il meditante di fronte ai propri sentimenti più negativi: l’odio, l’ostilità, la contrapposizione, la volontà di dominio, la presunzione, la gelosia, la competitività, la parzialità, ecc.; e gli impongono di prenderne coscienza e di distaccarsene. Costituiscono dunque i fondamenti non solo di ogni processo di autoconoscenza, ma anche di ogni azione retta. Senza questa opera preventiva di purificazione, di «igiene mentale», anche i sentimenti e le opere migliori porteranno in sé germi di distruzione e di sofferenza, perché, pur rivolti apparentemente agli altri, saranno in realtà strumenti di accrescimento dell’ego.

L’upekkha, lo stato di equanimità, resta comunque — dopo essere passati attraverso amore, compassione e gioia altruistica — il punto di approdo, il sentimento più importante (conseguibile, come abbiamo visto, solo al terzo jhana). Nelle parole del Buddha, la vera felicità è «mantenere una mente equilibrata di fronte agli alti e bassi della vita». La Bhagavad-gita sostiene che chi riesce a conservare una «mente equanime ha già vinto il ciclo delle nascite e delle morti».

Equanimità non significa indifferenza

Equanimità non significa indifferenza o assenza di emozioni, ma la capacità di mantenere la chiarezza e la trasparenza mentale in mezzo agli avvenimenti dell’esistenza. È quindi una virtù dinamica e flessibile, che è in grado di conciliarsi con le varie esperienze psicologiche. L’importante è conservare una consapevolezza limpida e totale del momento presente: se l’esperienza è positiva, 1’upekkha ce la farà assaporare mettendone in evidenza i limiti o le conseguenze negative; se è spiacevole, la attenuerà sottolineandone l’impermanenza o gli aspetti positivi (se non altro gli insegnamenti che se ne possono trarre).

Per tutti i sentimenti più negativi (rabbia, odio, ecc.), la «presa di distanza» della consapevolezza equanime ci permette di fronteggiarli con distacco e obiettività, riconducendoli a stati più sereni ed equilibrati. Per i sentimenti positivi, gratificanti, ci ricorderà di non esaltarci, perché anch’essi sono impermanenti e non privi di negatività. Per esempio, per quanto riguarda l’amore sentimentale, ci rammenterà che è il primo di tutti i condizionamenti e che, quindi, prima o poi, apporterà conseguenze spiacevoli (vincoli, abbandoni, tradimenti, gelosia, possessività, ecc.).

La via della meditazione è in effetti la via dell’equanimità e del distacco. Ciò non significa che dobbiamo farci monaci, ma che dobbiamo esercitare una consapevolezza riequilibrante in tutte le situazioni, sfavorevoli o favorevoli. «Non farti travolgere dalle impressioni» scrive Marco Aurelio, «evita di scoraggiarti troppo e di esaltarti troppo… La mente può conservare in ogni caso la propria quiete e la propria serenità.»

Da: Claudio Lamparelli, “Manuale di meditazione: Tecniche orientali di sviluppo mentale“, Mondadori, 2017.

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[La foto sull’equanimità nel buddhismo è di Johannes Plenio, Germania]

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