Jonathan Crary – Breve storia del sonno

Non desta meraviglia che nella nostra epoca, in ogni parte del mondo, a causa dei livelli assai elevati di competizione economica, sia in atto una vera e propria erosione del tempo dedicato al sonno. Nel corso del xx secolo, l’offensiva è stata costante, dal momento che, a fronte delle (oggi inconcepibili) dieci ore di sonno dei primi del Novecento e delle otto di qualche decennio fa, oggi un americano medio in età adulta dorme in media circa sei ore e mezzo per notte. Alla metà del secolo scorso, il detto corrente che «un terzo della vita si dorme», la cui evidenza sembrava inattaccabile, viene costantemente messo in discussione.

Il sonno è una traccia, per quanto invisibile, onnipervasiva delle condizioni di vita premoderne – l’universo del mondo agricolo – mai del tutto superate e che ormai da quattro secoli sono in via di sparizione. La sua scandalosa presenza si deve al fatto che la nostra vita è radicalmente condizionata dalla periodica alternanza fra il buio della notte e la luce del sole, fra le nostre attività diurne e il momento del riposo, fra le ore lavorative e quelle del recupero, un’alternanza che altrove è stata cancellata o neutralizzata.

Quella del sonno è naturalmente una storia complessa, come quella di qualunque altro fenomeno solo in apparenza esclusivamente naturale. Non si è mai trattato di una realtà priva di sfaccettature o eternamente identica a se stessa, poiché nel corso dei secoli e dei millenni ha assunto le forme più diverse a seconda del modello culturale di riferimento. Negli anni Trenta, Marcel Mauss includeva sia il sonno che la veglia nei suoi studi sulle « tecniche del corpo», in cui metteva in risalto come diverse modalità di comportamento, apparentemente istintive, in realtà sono frutto di un apprendimento attuato in un’immensa varietà di modi, per imitazione oppure per educazione. Si può comunque affermare che, nel panorama delle società agricole premoderne, per quanto vasto ed eterogeneo, il modo di vivere il sonno era contraddistinto da caratteristiche fondamentali comuni.

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Alla metà del XVII secolo, il sonno cominciò a sganciarsi dalla solida posizione che aveva occupato nel contesto ormai anacronistico della cultura aristotelico-rinascimentale. Il suo attrito con le nozioni moderne di produttività e razionalità risultò per la prima volta evidente, tanto che Cartesio, Hume e Locke erano solo alcuni dei filosofi che tendevano a screditarlo per la sua irrilevanza nel funzionamento del pensiero o nella ricerca della conoscenza. La sua svalutazione andava di pari passo con la scelta di privilegiare le dimensioni della coscienza e della volontà, nonché i principi dell’utilità, dell’obiettività e dell’autodeterminazione del soggetto. Per Locke, il sonno, per quanto indispensabile, rappresenta una deplorevole eccezione nello sviluppo delle attitudini principali che Dio ha assegnato agli uomini: l’operosità e la razionalità. Nell’incipit del Trattato sulla natura umana di Hume, il sonno viene accostato alla febbre e alla follia come un esempio fra gli altri dei possibili ostacoli che impediscono la vera conoscenza. A metà del XIX secolo, la relazione asimmetrica tra il sonno e la veglia cominciò a essere strutturata in una gerarchia concettuale, per cui il sonno rappresentava la regressione a una condizione inferiore e primitiva, in cui l’attività cerebrale più elevata e più complessa risultava inibita. Schopenhauer è uno dei pochi pensatori che, capovolgendo lo schema, abbiano invece ritenuto che nel sonno risieda il «nocciolo» dell’esistenza umana.

Il problema dello status del sonno è stato ricollegato in vari modi alla particolare dinamica della modernità che ha vanificato ogni organizzazione del mondo costruita su contrapposizioni binarie. La spinta verso l’omologazione da parte del capitalismo entra in contrasto con qualunque struttura preesistente di differenziazione: sacro-profano, carnevalesco-quotidiano, naturale-culturale, meccanico-organico e così via. Perciò, qualunque concezione del sonno come fenomeno in qualche misura naturale diventa inammissibile. Ovviamente, non sarà negata del tutto la possibilità di dormire e persino le megalopoli più tentacolari avranno ancora intervalli notturni di relativa inattività. Quella del sonno, tuttavia, è ormai un’esperienza svincolata dalle nozioni di necessità o di natura. Alla stregua di molte altre realtà, invece, viene riconcettualizzata come funzione mutevole ma amministrabile, la cui definizione può essere soltanto strumentale e fisiologica.

Secondo le più recenti statistiche, il numero delle persone che si svegliano una o più volte a notte per controllare la casella di posta elettronica o i propri dati va aumentando in maniera esponenziale. Un’immagine all’apparenza incongrua ma comune è quella evocata dall’espressione tecnologica della modalità di sospensione del funzionamento indicata come «sleep mode». L’idea di un dispositivo in stato di utilizzabilità a bassa energia attribuisce alla nozione più ampia di sonno il significato di un’operatività o accessibilità semplicemente differita o ridotta. Sostituisce l’alternativa tra on e off, di modo che nulla sia del tutto off e non vi sia quindi in alcuna occasione uno stato di riposo vero e proprio.

Da: Jonathan Crary, 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno, Einaudi, 2015.

Per approfondire:

riposo

[contentblock id=42 img=gcb.png] [La foto è di Lain, Francia]

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