Jonathan Franzen – Cambiamento climatico: finché avete qualcosa da amare, avrete qualcosa in cui sperare

cambiamento climatico

Sul cambiamento climatico lo scrittore Jonathan Franzen esprime un punto di vista originale, invitando, da un lato, a essere realisti, e, dall’altro, a fare tutto ciò che è possibile.

Chiamatemi pessimista o chiamatemi umanista, ma non prevedo un’imminente trasformazione radicale della natura umana. Posso inserire diecimila scenari nel mio modello, e in nessuno vedo realizzarsi l’obiettivo dei due gradi.

A giudicare da recenti sondaggi, secondo i quali la maggioranza degli statunitensi (compresi molti repubblicani) è pessimista sul futuro del pianeta, e dal successo di un libro come La Tema inabitabile di David Wallace-Wells, non sono l’unico a essere giunto a questa conclusione. Ma continua a esserci una forte riluttanza a diffonderla. Alcuni attivisti sostengono che se ammettiamo pubblicamente di non poter risolvere il problema, la gente si sentirà scoraggiata e non farà più niente per migliorare le cose. Questa mi sembra una considerazione non solo paternalistica ma anche inefficace, visto che finora ha portato ben pochi progressi.

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Gli attivisti che la pensano cosi mi ricordano i leader religiosi convinti che senza la promessa dell’eterna salvezza la gente non si sforzerebbe di comportarsi bene. Secondo la mia esperienza, i non credenti amano il loro prossimo non meno dei credenti. E cosi mi domando cosa succederebbe se, anziché negare la realtà, dicessimo le cose come stanno.

Prima di tutto, anche se non possiamo più sperare di salvarci dai due gradi di riscaldamento, ci sono ancora ottime ragioni pratiche ed etiche per ridurre le emissioni di anidride carbonica. A lungo termine, probabilmente non avrà importanza se i due gradi verranno oltrepassati di poco o di molto; una volta superato il punto di non ritorno, il mondo comincerà a trasformarsi da solo. Nel breve periodo, tuttavia, le mezze misure sono meglio di nessuna misura. Dimezzare le nostre emissioni renderebbe gli effetti immediati del riscaldamento un po’ meno gravi, e posticiperebbe un po’ il punto di non ritorno. La cosa più terrificante del cambiamento climatico è la velocità a cui procede, polverizzando continuamente i record di temperatura. Se l’azione collettiva portasse come risultato anche un solo devastante uragano in meno o qualche anno di relativa stabilità in più, sarebbe un obiettivo degno di essere perseguito.

In realtà sarebbe degno di essere perseguito anche se non avesse alcun effetto. Non riuscire a conservare una risorsa limitata quando esistono i mezzi per conservarla, aggiungere inutilmente anidride carbonica all’atmosfera quando sappiamo benissimo quali saranno le conseguenze, è semplicemente sbagliato. Anche se le azioni di un individuo non hanno alcun effetto sul clima, ciò non vuol dire che siano insignificanti. Ciascuno di noi ha una scelta morale da compiere. Durante la Riforma protestante, quando «la fine dei tempi» era solo un’idea e non la prospettiva orribilmente concreta che è oggi, un’importante questione dottrinale era se bisognasse compiere buone azioni perché garantivano l’accesso al paradiso o semplicemente perché erano buone — perché, mentre il paradiso è un punto interrogativo, sappiamo che

questo mondo sarebbe migliore se tutti compissero buone azioni. Posso rispettare il pianeta e avere a cuore le persone con cui lo condivido, senza per forza credere che questo mi salverà.

Non solo: una falsa speranza di salvezza può rivelarsi realmente dannosa. Se continuiamo a credere che la catastrofe potrà essere evitata, ci impegniamo ad affrontare un problema cosi immenso che dovrà essere la priorità assoluta di tutti per sempre. Questo, stranamente, ci porta a sentirci soddisfatti di noi stessi: se votiamo per candidati verdi, andiamo al lavoro in bicicletta ed evitiamo di viaggiare in aereo, potremmo pensare di avere fatto tutto il possibile per l’unica cosa che vale la pena di fare. Invece, se accettiamo che il surriscaldamento del pianeta raggiungerà presto livelli tali da minacciare la civiltà, ci accorgeremo che le cose da fare sono molte di più.

Le nostre risorse non sono infinite. Anche se ne investissimo buona parte in una scommessa a lunghissimo termine, riducendo le emissioni nella speranza che questo ci salverà, non sarebbe saggio investirle tutte. Ogni miliardo di dollari speso in treni ad alta velocità, che potrebbero anche non essere adatti al Nord America, è un miliardo che non viene messo da parte per prepararsi ai disastri, per risarcire i paesi inondati o per futuri aiuti umanitari. Ogni megaprogetto di energia rinnovabile che distrugge un ecosistema vivente – il progetto di sviluppo energetico «verde» attualmente in corso nei parchi nazionali del Kenya, i colossali progetti idroelettrici del Brasile, la costruzione di centrali fotovoltaiche negli spazi aperti invece che nelle zone abitate – riduce la capacità di recupero di un mondo naturale che sta già lottando per la sopravvivenza. Il degrado del suolo e delle acque, l’abuso di pesticidi, la devastazione delle riserve ittiche: la volontà collettiva è necessaria anche per questi problemi che, a differenza di quello delle emissioni, abbiamo la possibilità di risolvere. Inoltre, molti interventi conservativi a bassa tecnologia (ripristinare le foreste, tutelare le praterie, mangiare meno carne) possono ridurre la nostra impronta ecologica con la stessa efficacia di imponenti trasformazioni industriali.

Una guerra senza quartiere contro il cambiamento climatico aveva senso solo finché era possibile vincerla. Nel momento in cui accettiamo di averla persa, altri tipi di azione assumono maggiore significato. Prepararsi per gli incendi, le inondazioni e l’afflusso di profughi è un esempio pertinente. Ma la catastrofe che incombe rende più urgente quasi ogni azione di miglioramento del mondo. In tempi di caos crescente, la gente cerca protezione nel tribalismo e nell’uso delle armi, invece che nello stato di diritto, e la nostra migliore difesa contro questo tipo di distopia è mantenere democrazie funzionanti, sistemi giuridici funzionanti, comunità funzionanti. Sotto questo aspetto, ogni movimento verso una società più giusta e civile può essere considerato un’azione significativa per il clima. Garantire elezioni eque è un’azione per il clima. Combattere l’estrema disuguaglianza economica è un’azione per il clima. Chiudere le macchine dell’odio sui social network è un’azione per il clima. Istituire politiche migratorie umane, sostenere l’uguaglianza razziale e di genere, promuovere il rispetto delle leggi e la loro applicazione, difendere una stampa libera e indipendente e vietare le armi d’assalto sono tutte azioni significative per il clima. Per sopravvivere all’aumento delle temperature ogni sistema, naturale o umano, dovrà essere il più forte e sano possibile.

E poi c’è la questione della speranza. Se la vostra speranza per il futuro si basa su uno scenario estremamente ottimistico, cosa farete tra dieci anni, quando quello scenario diventerà inattuabile anche in teoria? Darete il pianeta per perso? Prendendo in prestito il linguaggio dei consulenti finanziari, consiglierei un portafoglio di speranze pili bilanciato, alcune a lungo termine, la maggior parte a pili breve termine. Va bene lottare contro i limiti della natura umana, sperando di mitigare il peggio di quel che verrà, ma è altrettanto importante combattere battaglie più piccole e locali che avete qualche realistica speranza di vincere. Continuate a fare la cosa giusta per il pianeta, sì, ma continuate anche a cercare di salvare ciò che amate nello specifico – una comunità, un’istituzione, un luogo selvaggio, una specie in difficoltà – e a rallegrarvi per i vostri piccoli successi. Ogni cosa buona che fate è presumibilmente una protezione contro un futuro più caldo, ma la cosa davvero importante è che è buona oggi. Finché avete qualcosa da amare, avrete qualcosa in cui sperare.

A Santa Cruz, dove vivo, c’è un’organizzazione chiamata Homeless Garden Project. E una piccola fattoria alla periferia occidentale della città, che offre lavoro, formazione professionale, sostegno e un senso di comunità a chi non ha una casa. Questo progetto non può «risolvere» il problema dei senzatetto, ma da quasi trent’anni cambia delle vite, una alla volta. Finanziandosi in parte con la vendita di prodotti biologici, contribuisce pili in generale a una rivoluzione nel nostro modo di pensare alle persone bisognose, alla terra da cui dipendiamo e al mondo naturale che ci circonda. In estate, come membro del gruppo d’acquisto, mi godo fragole e cavolo nero provenienti dalla fattoria, e in autunno i piccoli uccelli migratori trovano nutrimento nei solchi di quel terreno vivo e incontaminato.

Potrebbe arrivare un giorno, prima di quanto ci piaccia pensare, in cui i sistemi dell’agricoltura industriale e del commercio globale crolleranno e i senzatetto diventeranno più numerosi delle persone che hanno una casa. A quel punto, l’agricoltura tradizionale locale e la forza delle comunità non saranno pili solo slogan progressisti. La gentilezza nei confronti del prossimo e il rispetto per la terra – curare la salute del suolo, fare buon uso dell’acqua, prendersi cura degli impollinatori – saranno essenziali in una crisi e in qualunque società che sopravvivrà. Un progetto come Homeless Garden mi offre la speranza che il futuro, benché indubbiamente peggiore del presente, possa anche, in qualche modo, rivelarsi migliore. Soprattutto, però, mi dà speranza per l’oggi.

E se smettessimo di fingere? Ammettiamo che non possiamo più fermare la catastrofe climatica

Jonathan Franzen, E se smettessimo di fingere?
Grande scrittore e appassionato ambientalista, Franzen è pessimista sul clima, che ritiene una battaglia persa. È controproducente togliere speranza alle persone? Vista la gravità della situazione, il problema della speranza è decisivo e un'autentica speranza necessita di sincerità e amore. Di sincerità perché la speranza è un investimento che, come tale, è meglio compiere con gli occhi bene aperti. E di amore perché, senza amore, non c'è nessuna speranza che valga la pena di coltivare.
Paolo Subioli

Trovo che questo sia un libro molto importante e necessario. Batchelor propone una rilettura radicale delle principali dottrine buddhiste, in chiave laica, sulla base di una minuziosa analisi dei testi antichi. Getta le basi per quello che viene chiamato “Buddhismo secolare”, di cui questo testo può essere considerato una specie di manifesto. Non sappiamo quali sviluppi avrà tale tendenza, ma l’approccio di Batchelor risuona nel comune sentire di un enorme numero di praticanti occidentali.

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[La foto è di Leah Kelley, Stati Uniti]
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