Meditazione sufi: tecniche e fasi della pratica nel misticismo islamico

meditazione sufi

La meditazione sufi è la pratica fondamentale del misticismo islamico, basata da una parte sull’ascetismo e il distacco dal mondo, dall’altra sull’unione con Dio, come spiega in questo brano Guidalberto Bormolini.

La meditazione sufi

Il sufismo è la corrente fondamentale del misticismo islamico che pratica la meditazione.

L’ideale del Sufi è da una parte l’ascetismo e il distacco dal mondo, dall’altra l’unione con Dio. Riguardo al distacco dai possessi, la posizione era abbastanza radicale, come espresso da al-Ghazali (uno dei grandi teologi del sufismo, dell’XI secolo): «Noi possediamo soltanto ciò che non possiamo perdere in un naufragio». Ma il vero spirituale deve giungere a distaccarsi anche dal proprio corpo, poiché l’uomo è una manifestazione divina imprigionata in un corpo limitante, come afferma al-Hallaj, uno dei principali mistici nato in Persia e giustiziato a Bagdad nel 922. Al-Ghazali esprime lo stesso concetto con un’immagine efficace: «Io sono un uccello, questo corpo era la mia gabbia, ma sono volato via, lasciandolo come un segno».

Il distacco dal mondo materiale ha come fine di permettere alla mente meditante di liberarsi anche da quell’insieme di pensieri e meccanismi emotivi che formano l’universo mentale di un animo non ancora purificato. Dio è uno, come rimarca l’Islam, e quindi l’unione con Lui passa attraverso l’eliminazione dalla mente di tutto ciò che non è Dio. Il silenzio e la cessazione dei pensieri divengono condizione per l’unione con Lui, come sostiene Attar, un altro persiano, quando «la mente si arresta spossata».

Le tecniche della meditazione sufi

Se il primo passo da compiere, afferma sempre al-Ghazali, consiste nel «purificare completamente il cuore da tutto ciò che non è Dio», lo stato meditativo richiede però la «totale immersione del cuore nel ricordo di Dio». Come in tante altre pratiche meditative, anche nel sufismo il costante ‘ricordo’ (dhikr) di Dio è una tecnica precisa, che consiste fondamentalmente nella ripetizione di un Suo nome, supportata anche da una funzione vitale come il battito del cuore. Il termine ‘dhikr’ ha finito con l’indicare la ripetizione ritmica e continua di una invocazione, ed è divenuto il principale metodo di concentrazione della mistica musulmana. Viene solitamente realizzato attraverso la ripetizione di una formula, un nome particolare di Dio, che varia a seconda delle confraternite o della singola persona. Ordinariamente è lo sheik, il maestro della tradizione sufi, che lo affida al discepolo all’atto dell’iniziazione.

Sarà soprattutto a partire dal XII secolo che si svilupperà un metodo approfondito, arricchito da speciali posizioni corporee, da tecniche di respirazione e dalla visualizzazione dei centri sottili del corpo, associata all’invocazione del nome di Dio. Secondo alcuni studiosi questo avvenne per influsso del tantrismo indiano, a seguito di incontri tra contemplativi indiani e arabi.

Il principiante è tenuto a ripetere la pratica meditativa essenziale, la ripetizione del dhikr, ma se questa avviene solo a livello mentale si può ripetere il nome di Dio anche migliaia di volte senza che succeda nulla; l’atteggiamento interiore, infatti, è decisivo è la profondità il luogo in cui deve risuonare il nome dell’Amato.

  1. Una prima fase del percorso spirituale richiede che si inizi con il ‘dhikr della lingua’ durante la quale la ripetizione, che inizialmente richiede un certo sforzo di volontà, si avvale spontaneamente della lingua.
  2. La seconda fase è quella del ‘dhikr del cuore’ perché il dhikr viene pronunciato nel cuore e il devoto si sente pervaso dalla divinità.
  3. La terza fase è detta ‘dhikr dell’intimo’, nella quale le esperienze precedenti si intensificano fino al raggiungimento dello stato di fanà. L’estinzione dell’illusione egoica, l’annientamento dell’Io viene definito ‘stato di fanà’; allora il devoto è talmente compenetrato dalla divinità, da avere la sensazione che la propria limitatezza individuale scompaia entrando a far parte del Tutto divino.

I tre organi di comunicazione spirituale nella meditazione sufi

I Sufi distinguono tre organi di comunicazione spirituale: il cuore che conosce Dio, lo spirito che lo ama, l’intimo dell’anima che lo contempla. Il cuore è il campo di battaglia, dove si combattono le armate diaboliche e quelle angeliche, e la vittoria dipende dal fatto che il meditante si volga alle illusioni dei sensi oppure alle realtà divine; per quello ai principianti viene spesso detto da parte dei maestri sufi: «Guardate nel vostro cuore»; «Chi conosce se stesso conosce Dio, perché il cuore è uno specchio nel quale si riflette ogni qualità divina». Alla purezza dello specchio corrisponde la sua capacità di riflettere, che i Sufi chiamano ‘occhio del cuore’, l’organo delle visioni divine. Nella mistica islamica la meditazione risveglia la capacità di visione del cuore, unico capace di cogliere la realtà; infatti quando si guarda attraverso la mente e i sensi si vede solo l’esterno, quando si guarda con l’occhio del cuore si vede la Realtà divina nell’Intelletto; tra le due visioni vi è incompatibilità, nel senso che non possono essere simultanee. L’uomo in cerca di Dio deve dunque scendere nel proprio cuore per ritrovare la propria vera natura, il Paradiso perduto; la meta del pellegrinaggio interiore che il mistico al-Hallaj esprime con una dichiarazione forte, che gli costò la condanna capitale, anche se poi la ritroviamo in quasi tutti i Sufi:

«Ho visto il mio Signore con l’Occhio del mio cuore; e dico: Chi sei? Egli mi risponde: Te!»

Da: Guidalberto Bormolini, “L’arte della meditazione. Meditare per respirare con l’Infinito“, Ponte alle Grazie, 2022.

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Per approfondire:

Daniel Goleman – Cos’è il sufismo musulmano

Poesie di Rumi

[La foto sulla meditazione sufi è di Ali Beyaz]

Poesie mistiche

rumi poesie mistiche
L’acqua e l’aria, la terra e il fuoco, la mente e il cuore, l’umano e il divino: massimo poeta mistico della letteratura persiana, Gialâl ad-Dîn Rûmî esprime in versi potenti e seducenti l’anelito dell’anima verso l’assoluto e, grazie alla sua capacità di trasfigurare vicende quotidiane in visioni sublimi, si innalza a cogliere l’ebbrezza spirituale che pervade l’universo.

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