Sfruttamento degli animali: perché le religioni lo giustificano

sfruttamento degli animali

Questo brano dello storico Yuval Noah Harari ricostruisce il contesto della Rivoluzione Agricola, nel Neolitico, quando per giustificare il nuovo rapporto tra Homo Sapiens e altri animali nacquero le religioni teiste.

La rivoluzione agricola e lo sfruttamento degli animali

Come hanno giustificato i primi contadini della storia il loro comportamento? Mentre i cacciatori-raccoglitori erano di rado consapevoli dei danni che causavano all’ecosistema, i contadini sapevano perfettamente che cosa stavano facendo. Essi sapevano che stavano sfruttando gli animali addomesticati e che li stavano soggiogando a desideri e capricci umani. Essi giustificavano le loro azioni nel nome delle nuove religioni teiste, che spuntavano come funghi e si diffondevano sulla scia della Rivoluzione agricola. Le religioni teiste iniziarono a mettere in discussione la concezione dell’universo come un parlamento di creature, sostituendola con quella di una teocrazia governata da un gruppo di potenti dèi – o forse da un unico Dio, con la D maiuscola (theos in greco). Normalmente non associamo questa concezione all’agricoltura, ma almeno ai loro inizi le religioni teiste erano imprese agricole. La teologia, mitologia e liturgia delle religioni come il giudaismo, l’induismo e il cristianesimo erano in principio focalizzate sulla relazione tra umani, piante addomesticate e animali da fattoria.

Il giudaismo biblico, per esempio, alimentava i contadini e i pastori. La maggior parte dei suoi comandamenti riguardava la vita del villaggio e le attività in fattoria, e le sue festività più importanti erano le celebrazioni per i raccolti. La gente oggi si immagina l’antico Tempio di Gerusalemme come una sorta di grossa sinagoga dove sacerdoti di bianco vestiti accoglievano i devoti pellegrini, cori melodiosi intonavano i salmi e il profumo dell’incenso pervadeva l’aria. In realtà, assomigliava di più a un incrocio tra una macelleria e un ritrovo per il barbecue. I pellegrini non giungevano a mani vuote. Essi Portavano con loro un flusso senza fine di pecore, capre, polli e altri animali, che venivano sacrificati sull’altare della divinità e poi cotti e mangiati. I cori che intonavano i salmi potevano appena essere uditi, essendo sovrastati dal muggire e dal belare dei vitelli dei capretti. Sacerdoti con vesti macchiate di sangue tagliavano la gola delle vittime, raccoglievano il sangue che schizzava in vasi e lo riversavano sull’altare. Il profumo dell’incenso si mescolava con gli odori del sangue rappreso e della carne arrostita, mentre nugoli di mosche nere volavano tutt’intorno (cfr., per esempio, Numeri 28, Deuteronomio 12, e Primo libro di Samuele 2). Una moderna famiglia ebraica che celebra una festività organizzando un barbecue sul prato di casa è molto più vicina allo spirito dei tempi biblici di una famiglia ortodossa che dedica il proprio tempo allo studio delle Scritture in una sinagoga.

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Sfruttamento degli animali: il dramma teista

Le religioni teiste, come il giudaismo biblico, hanno giustificato l’economia agricola attraverso nuovi miti cosmogonici. Le religioni animiste avevano in precedenza descritto l’universo come un grande spettacolo operistico cinese con un cast infinito di attori colorati. Elefanti e querce, coccodrilli e fiumi, montagne e rane, fantasmi e fate, angeli e demoni: ognuno aveva un ruolo nell’opera cosmica. Le religioni teiste hanno riscritto la sceneggiatura, trasformando l’universo in un tetro dramma alla Ibsen con solo due personaggi principali: l’uomo e Dio. Gli angeli e i demoni sono riusciti in qualche maniera a sopravvivere, assumendo il ruolo di messaggeri e servitori delle potenti divinità. Tuttavia il resto del cast animista — tutti gli animali, le piante e gli altri fenomeni naturali — fu trasformato in uno sfondo silenzioso. E vero che certi animali furono considerati sacri a questo o a quel dio, e molti dèi avevano caratteristiche animali: il dio egizio Anubi sfoggiava la testa di uno sciacallo, e perfino Gesù Cristo era frequentemente raffigurato come un agnello. Tuttavia gli antichi Egizi potevano facilmente distinguere Anubi da un ordinario sciacallo che si intrufolava in un villaggio per cacciare i polli, e nessun macellaio cristiano avrebbe scambiato l’agnello sotto il suo coltello per Gesù.

Di solito pensiamo che le religioni teiste venerassero solo i grandi dèi. Tendiamo a dimenticare che esse sacralizzavano anche gli umani. Finora, Homo sapiens è stato solo un attore in un cast che ne comprendeva migliaia. Nel nuovo dramma di gusto teista i Sapiens sono divenuti l’eroe principale intorno al quale ruota l’intero universo.

Agli dèi, nel frattempo, sono stati attribuiti due ruoli collegati. Primo, essi spiegavano perché i Sapiens sono così speciali e perché gli uomini dovrebbero dominare e sfruttare tutti gli altri organismi. Il cristianesimo, per esempio, riteneva che gli umani dominassero sul resto della creazione poiché il Creatore li aveva incaricati con la sua autorità. Inoltre, secondo il cristianesimo, Dio aveva dato un’anima eterna alle sue creature predilette. Poiché il destino di questa anima eterna è il punto centrale dell’intera cosmogonia cristiana, e poiché gli animali non hanno un’anima, essi sono dei meri accessori. Gli uomini, in base a questa concezione, diventavano il culmine della creazione, mentre tutti gli altri organismi venivano relegati ai suoi margini.

Secondo, gli dèi dovevano fare da mediatori tra gli umani e l’ecosistema. Nel cosmo animista, ciascuno parlava con ciascuno direttamente. Se avevate bisogno di qualcosa dai caribù, dagli alberi di fichi, dalle nuvole o dalle rocce, vi sareste rivolti a loro per conto vostro. Nel cosmo teista, tutte le entità non umane sono state ridotte al silenzio. Di conseguenza, non potevate più parlare con gli alberi e gli animali. Cos’è che potevate fare allora, quando volevate che gli alberi dessero più frutti, le mucche più latte, le nuvole portassero più pioggia e le locuste stessero lontane dalle colture? E qui che entrano in scena gli dèi. Essi promettevano di fornire pioggia, fertilità e protezione, e in cambio gli umani facevano qualcosa. Questa era l’essenza del patto agricolo. Gli dèi salvaguardavano e moltiplicavano la produzione delle fattorie, e in cambio gli umani dovevano condividere la produzione con gli dèi. Questo patto serviva a entrambe le parti, a spese del resto dell’ecosistema.

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Supremazia umana e insignificanza animale

Oggi in Nepal, i devoti della dea Gadhimai celebrano la festività in suo onore ogni cinque anni nel villaggio di Bariyapur. Nel 2009 è stato stabilito un record quando 250.000 animali sono stati sacrificati alla divinità. Un autista del posto spiegava a un giornalista britannico che “Se vogliamo qualcosa, e veniamo qui con un’offerta alla dea, entro cinque anni tutti i nostri sogni si saranno realizzati”.

Gran parte della mitologia teista spiega nei dettagli più minuti questo patto. L’epopea mesopotamica di Gilgamesh racconta che quando gli dèi scatenarono un gigantesco diluvio per distruggere il mondo, quasi tutti gli umani e gli animali perirono. Soltanto allora gli avventati dèi realizzarono che non era rimasto nessuno che facesse loro delle offerte, Essi si disperarono per la fame e l’angoscia. Per fortuna, una famiglia era sopravvissuta, grazie alla lungimiranza del dio Enki, che aveva istruito il suo devoto Utnapishtim a trovare riparo in una grande arca di legno con i suoi parenti e un serraglio di animali. Quando il diluvio si placò e questo Noè mesopotamico uscì dalla sua arca, la prima cosa che fece fu sacrificare alcuni animali al proprio pantheon. Allora, racconta il poema, tutte le potenti divinità accorsero sul posto: “Quando gli dèi fiutarono il dolce profumo / accorsero come mosche sopra il sacrificio.” La storia biblica del diluvio (scritta più di 1000 anni dopo la versione mesopotamica) riferisce anche che immediatamente dopo aver lasciato l’arca, “Noè edificò un altare al Signore; prese ogni sorta di animali mondi e di uccelli mondi e offrì olocausti sull’altare. Il Signore ne odorò la soave fragranza e disse tra sé: ‘Non maledirò più il suolo a causa dell’uomo”‘ (Genesi 8:20-21).

Questa storia del diluvio divenne il mito fondante del mondo agricolo. Certo, è possibile leggerlo in chiave ambientalista. Il diluvio potrebbe insegnarci che le nostre azioni possono rovinare l’intero ecosistema, e agli umani è assegnato il compito, per mandato divino, di proteggere il resto della creazione. Tuttavia le interpretazioni tradizionali ravvisavano nel diluvio una prova della supremazia umana e della insignificanza animale. Secondo queste interpretazioni, Noè fu incaricato di salvare l’intero ecosistema al fine di proteggere gli interessi comuni di dèi e uomini piuttosto che gli interessi degli animali. Gli organismi non umani non hanno alcun valore intrinseco; essi esistono soltanto per il nostro beneficio.

Dopotutto, quando “il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande” Egli prese questa decisione: “Sterminerò dalla terra l’uomo che ho creato: con l’uomo anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito di averli fatti” (Genesi 6:7). La Bibbia ritiene che sia perfettamente giusto annientare tutti gli animali come punizione per i crimini di Homo sapiens, come se l’esistenza di giraffe, pellicani e coccinelle fosse priva di qualunque scopo se gli umani si comportano male. La Bibbia non poteva immaginare uno scenario in cui Dio si pente di aver creato Homo sapiens, cancella questa scimmia peccatrice dalla faccia della terra, e poi trascorre l’eternità godendo delle gioie offerte da ostriche, canguri e panda.

Il volto animalista delle religioni

Le religioni teiste, tuttavia, contemplano alcune idee a favore degli animali. Gli dèi hanno concesso agli umani l’autorità sul regno animale, ma questo potere discrezionale non è esente da limiti e responsabilità. Per esempio, gli ebrei erano obbligati a permettere agli animali da fattoria di riposare il sabato, e dovevano evitare di causare loro sofferenze non necessarie. (Benché, qualora gli interessi degli ebrei fossero entrati in contrasto, quelli umani avrebbero sempre prevalso su quelli animali.)

Un racconto del Talmud riferisce di come durante il tragitto verso il macello un vitello riuscì a scappare e a trovare rifugio presso il rabbino Giuda il Principe, uno dei fondatori del giudaismo rabbinico. Il vitello ficcò la testa sotto la larga veste del rabbino e cominciò a piangere. Tuttavia il rabbino spinse via il vitello dicendo: “Vai. Per questo scopo sei stato creato”. Poiché il rabbino non mostrò alcuna pietà, Dio lo punì, facendolo soffrire a causa di una malattia dolorosa per tredici anni. Finché, un giorno, una domestica che puliva l’abitazione del rabbino non trovò dei cuccioli di donnola e cominciò a cacciarli via. Il rabbino accorse per salvare le indifese creature, ordinando alla domestica di lasciarle in pace, poiché “Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature” (Salmo 145 [144]:9). Poiché il rabbino mostrò compassione verso questi roditori, Dio mostrò compassione verso il rabbino, e lo guarì dalla sua malattia.

Altre religioni, in particolare il giainismo, il buddhismo e l’induismo, hanno dimostrato verso gli animali un’empatia perfino maggiore. Esse enfatizzano la connessione tra gli umani e il resto dell’ecosistema, e il loro principale comandamento etico è stato quello di evitare l’uccisione di qualsiasi essere vivente. Mentre il biblico “Non uccidere” si riferiva soltanto agli umani, l’antico principio indiano di ahimsa (non violenza) si estende a ogni creatura senziente, I monaci giainisti sono particolarmente attenti all’osservazione di questa regola. Essi coprono sempre le loro bocche con un fazzoletto bianco per timore di inalare un insetto, e quando sono in cammino portano con sé una piccola scopa per allontanare gentilmente qualsiasi formica o scarabeo che incontrino sul loro percorso.

Eppure, tutte le religioni agricole — giainismo, buddhismo e induismo inclusi — trovarono il modo per giustificare la superiorità umana e il conseguente sfruttamento degli animali (se non per la carne, allora per il latte e la forza muscolare). Tutti questi sistemi di credenze hanno affermato che una naturale gerarchia degli esseri dà il diritto agli umani di controllare e usare gli altri animali, a patto che gli umani si attengano ad alcune restrizioni. L’induismo, per esempio, ha sacralizzato le mucche e ha proibito di mangiarne la carne, ma ha anche fornito la giustificazione fondante per l’industria casearia, sostenendo che le mucche sono creature generose che desiderano ardentemente condividere il loro latte con il genere umano.

Gli uomini si sono così impegnati in questo “patto agricolo”. Secondo questo patto, le forze del cosmo hanno concesso agli umani il potere sugli altri animali, a condizione che i primi rispettino alcuni obblighi verso gli dèi, verso la natura e verso gli stessi animali. Era facile credere all’esistenza di un simile Patto cosmico, poiché rifletteva la quotidianità della vita delle fattorie.

Una rivoluzione economica e religiosa

I cacciatori-raccoglitori non concepivano se stessi come esseri superiori poiché di rado erano consapevoli del loro impatto sull’ecosistema. Una tipica tribù contava alcune decine di membri, era circondata da migliaia di animali selvatici e la sua sopravvivenza dipendeva dal comprendere e dal rispettare i desideri di questi animali. Chi andava alla ricerca di cibo doveva costantemente chiedersi che cosa sognavano i cervi e che cosa pensavano i leoni. Altrimenti non poteva né dar la caccia ai cervi né sfuggire ai leoni.

Al contrario, i contadini vivevano in un mondo controllato e plasmato dai sogni e dai pensieri umani. Gli uomini erano ancora in balia di straordinarie forze naturali come le tempeste e i terremoti, ma erano molto meno dipendenti dai desideri degli altri animali. Un ragazzo che abitava in una fattoria imparava presto a cavalcare un cavallo, domare un toro, frustare una scimmia recalcitrante e condurre le pecore al pascolo. Era facile e invitante credere che queste attività quotidiane riflettessero sia l’ordine naturale delle cose sia la volontà del cielo.

La Rivoluzione agricola era quindi una rivoluzione sia economica sia religiosa. Nuove forme di relazioni economiche emersero insieme a nuove forme di fedi religiose che giustificavano il brutale sfruttamento degli animali. Ancora oggi è possibile assistere a questo antico processo nei casi in cui le ultime comunità di cacciatori-raccoglitori adottino l’agricoltura. In anni recenti i cacciatori-raccoglitori Nayaka dell’India meridionale si sono appropriati di alcune pratiche agricole come radunare il bestiame, allevare i polli e coltivare il tè. Non a caso, essi hanno anche acquisito nuove attitudini nei confronti degli animali, e hanno abbracciato visioni molto differenti circa gli animali (e le piante) addomesticati comparati con gli organismi selvatici.

Nel linguaggio Nayaka un essere vivente che possiede una personalità singola è chiamato mansan. Interrogati dall’antropologo Danny Naveh, i Nayaka hanno spiegato che tutti gli elefanti sono mansan. “Noi viviamo nella foresta, essi vivono nella foresta. Tutti noi siamo mansan […] Così come gli orsi, i cervi e le tigri. Tutti gli animali della foresta.” E le mucche? “Le mucche sono diverse. Devi condurle ovunque.” E i polli? “Loro non sono niente. Non sono mansan.” E gli alberi della foresta? “Sì, essi vivono per così tanto tempo.” E i cespugli di tè? “Oh, questi io li coltivo così da poterne vendere le foglie e comprare quello che mi serve dal negozio. No, essi non sono mansan.”

La degradazione degli animali da esseri senzienti meritevoli di rispetto a mere proprietà di rado si è limitata alle mucche e ai polli. La maggior parte delle società agricole ha cominciato a trattare varie classi di individui come se anche queste fossero di loro proprietà. Nell’antico Egitto, nel biblico Israele e nella Cina medievale accadeva frequentemente che gli umani venissero ridotti in schiavitù, fossero torturati e uccisi anche per futili motivi. Come i contadini non si consultavano con le mucche e i polli su come gestire il lavoro nella fattoria, così i governanti non si sognavano di chiedere ai contadini la loro opinione circa la gestione del regno. E quando gruppi etnici o comunità religiose si scontravano, spesso si disumanizzavano a vicenda. Descrivere gli “altri” come bestie sub-umane era un primo passo nel cammino che conduceva a trattarli come tali. La fattoria divenne così il prototipo delle nuove società, complete di padroni insuperbiti, razze inferiori pronte per essere sfruttate, bestie selvatiche mature per essere sterminate, e un potente Dio sopra ogni cosa a dare la Sua benedizione all’intera composizione.

Da: Yuval Noah Harari, “Homo Deus: Breve storia del futuro“, Bompiani, 2018.

[I titoli dei paragrafi non erano presenti nel testo originale]

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[La foto sullo sfruttamento degli animali è di Leah Kelley, Stati Uniti]

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