
La sofferenza interpersonale nasce dalle relazioni umane ed è una delle forme più comuni di sofferenza psicologica. È legata a emozioni, conflitti, solitudine e dinamiche sociali complesse.
La sofferenza interpersonale origina dai nostri rapporti con altre persone. Rappresenta un vasto sottoinsieme della sofferenza psicologica. Gli stress con familiari, colleghi e amici sono sofferenza interpersonale. Anche la solitudine e il senso di isolamento fanno parte della sofferenza interpersonale. Ciascuno di noi la sperimenta periodicamente. Può quindi servire semplicemente riconoscere queste dinamiche all’opera, e sapere che sorgono come costruzioni della mente-cuore sensibile.
Gran parte delle nostre emozioni, piacevoli o dolorose, sorge quando siamo in relazione con le altre persone. Basta aprire un libro di psicologia sociale, di sociologia o di storia – o un qualunque romanzo – per trovare innumerevoli esempi di sofferenza interpersonale, privata o pubblica. I problemi familiari e matrimoniali sono sofferenza interpersonale, così come i problemi causati dalle relazioni nell’ambiente di lavoro, i coinvolgimenti romantici e le controversie legali e politiche. La guerra e l’onore militare che ne costituisce la linfa vitale – dal martirio del terrorista all’orgoglio irrigidito del sergente – sono intrisi di sofferenza interpersonale. Il dolore della rabbia e la paura di perdere l’amore sono sofferenza interpersonale. Come pure l’ansia sociale, la gelosia, il dolore insito nel giudicare gli altri o esserne giudicati, sono tutte manifestazioni della sofferenza interpersonale. Di certo non sperimentiamo queste o altre forme di sofferenza perché siamo cattivi, malati o indegni. Proviamo sofferenza interpersonale perché siamo costituzionalmente esseri relazionali: abbiamo menti protese ad afferrare e trattenere, viviamo una vita sociale piena di cambiamenti che non ci è dato di controllare. La sofferenza non può che essere il risultato naturale di tale circostanza. I sensi di colpa o di vergogna per il semplice fatto di soffrire sono pertanto fuori luogo, semmai contribuiscono ad annebbiarci la visione. Se il nostro intento è quello di essere più felici, compassionevoli, saggi e autenticamente liberi, servirà allora guardare le cose con tutta la chiarezza di cui siamo capaci.
Le varie forme di sofferenza – biologica, psicologica e interpersonale – si intrecciano strettamente tra di loro. Il tipo di sofferenza che proviamo dipende, più che dalle circostanze in sé, dal modo in cui reagiamo a esse. Per esempio, a me piace lavare i piatti; è un tipo di attività che mi dà soddisfazione, anche perché mi permette di vedere subito i risultati concreti del mio lavoro. Ma a volte faccio resistenza. La sofferenza è personale quando resisto perché avrei più voglia di leggere che di lavare i piatti. È interpersonale quando la resistenza è vissuta con rabbia, perché ci si approfitta di me e non mi si apprezza a sufficienza per tutto ciò che faccio. Un altro esempio: vergognarsi del proprio corpo è un sentimento molto personale, ma strettamente collegato a come immaginiamo che gli altri ci vedano. Sentirsi fisicamente a disagio perché si è troppo grassi o troppo magri è sofferenza personale; il disagio emotivo al solo pensiero di ciò che gli altri penseranno della forma del nostro corpo è sofferenza interpersonale. Ricordo una volta che mia moglie si accorse di avere una piccola lesione cutanea. Finché a preoccuparla furono le possibili complicazioni mediche, i disagi o i disturbi, la sofferenza fu squisitamente personale. Quando però il cruccio si concentrò sulla possibilità di restare sfigurata da una cicatrice e su come gli altri l’avrebbero vista, la sofferenza diventò interpersonale. Lo stesso accade con la malattia. Il disagio e il dolore di essere costretti a letto causano sofferenza personale. Ma sentire imbarazzo per essere costretto a farmi accompagnare in bagno da mia moglie è sofferenza interpersonale. Essere ammalati, provare malessere e avere paura di morire: sofferenza personale. Diventa interpersonale quando in procinto di morire soffriamo di dover lasciare chi amiamo o proviamo rimorso per le relazioni irrisolte.
La materia di cui è fatta la sofferenza interpersonale è vischiosa. Le persone sono complesse, le emozioni sono più mutevoli delle tempeste estive, le soluzioni non sono mai certe. Quando si ha a che fare con una malattia, una ferita o un incidente, si fa ciò che si deve fare. Magari sarà spiacevole, e non sempre sarà chiaro come agire; tuttavia si tratta in genere di situazioni meno complicate e difficili da integrare del dolore relazionale. Quando hanno diagnosticato il cancro a Zed, il mio figlio maggiore, è accaduto spesso che disagio fisico e persino paura della morte passassero per lui in secondo piano rispetto alla preoccupazione per il dolore e la tristezza della madre, ovvero di mia moglie. E noi genitori stavamo male pensando alla sua sofferenza e alla possibilità di perderlo. In quel momento l’insieme di noi tre componeva un sistema intimamente connesso di angosce intrecciate.
A mano a mano che i sistemi umani si estendono, la sofferenza da interpersonale diventa sociale. Per esempio, il dolore di una ferita d’arma da fuoco è sofferenza personale biologica; la paura della morte è sofferenza personale psicologica. Il doloroso odio verso chi ci ha sparato è sofferenza interpersonale. Il doloroso odio verso il Paese o il gruppo etnico a cui appartiene chi ci ha sparato, è sofferenza sociale. La sofferenza sociale è la manifestazione sistemica della sofferenza interpersonale, proprio come la sofferenza interpersonale è la manifestazione sistemica della sofferenza personale.
La solitudine è una forma fondamentale di sofferenza interpersonale. È la manifestazione interpersonale della nostra radicale paura del vuoto e della morte. Si presenta in forme personali e sociali allo stesso tempo ed è terribilmente diffusa. Nella solitudine personale non abbiamo un interlocutore intimo; nella solitudine sociale ci viene a mancare l’integrazione in una comunità. Cerchiamo di colmare il vuoto della solitudine consumando cibo, automobili, media e droghe. Il solo fine di stabilire contatti significativi gli uni con gli altri ci spinge a fare un consumo esorbitante di telefono e Internet, oltre a quantità esagerate di carburante e altre risorse. Un mélange in cui si muovono insieme i tre tipi di sofferenza – biologica, psicologica e interpersonale –, ciascuno dei quali può determinare comportamenti che inaspriscono e prolungano il malessere.
E poi c’è la moltiplicazione delle forme di sofferenza generata dagli abitanti delle nazioni ricche, spinti dalla solitudine e dalla brama del piacere. Alla ricerca di conforto, prosciugano le risorse mondiali spostandosi in automobile e importando cibi sofisticati, beni che per essere prodotti richiedono alta intensità di lavoro e risorse insostituibili. Nelle nazioni depauperate dai consumi di queste fameliche persone di potere, sofferenze biologiche quali la malnutrizione e la malattia vengono esacerbate dai cambiamenti socioeconomici di massa connessi al dominio economico. E quando i popoli ridotti alla fame comunicano tra di loro, a unirli è certamente la compassione reciproca, ma anche – e più spesso – il nemico comune rappresentato dalle nazioni dominanti. Il dolore generato dall’odio si legge sul volto di entrambi, guerriero e vittima.
Nel frattempo, nei luoghi in cui si concentra il potere, proteggere a tutti i costi il proprio stile di vita e odiare quelli che potrebbero attaccarlo produce tensioni che vanno ad aggiungersi al dolore della solitudine e allo stress quotidiano. Talvolta in una cittadina di provincia, da qualche parte, può capitare che l’accumularsi degli stress causi la rottura di un matrimonio, e la coppia si trovi a sperimentare la profonda sofferenza interpersonale del divorzio. Su scala nazionale, contemporaneamente, si dirottano fondi ingenti sulle spese militari, riducendo i servizi sanitari per milioni di persone, e si accresce così la sofferenza biologica. I tagli riguardano anche l’istruzione e gli asilo nido, e si aumenta così la sofferenza psicologica. L’odio travalica i confini politici costituiti e la tensione diventa l’inseparabile compagna di ciascuno. La sofferenza – personale, interpersonale e sociale – pervade le nostre vite private e satura il cuore della società: non perché siamo cattivi, ma perché siamo umani.
Esercizio sulla sofferenza interpersonale
Scegliete un momento in cui vi sentite sopraffatti dallo stress e fermatevi un attimo a riflettere su quali stress riguardano di più le cose – proprietà, lavoro e circostanze pratiche – e quali invece sono più legati alle relazioni. Notate differenze tra i due?





