
La solitudine, e più in generale la rinuncia, non devono essere viste come condizioni negative, ma quali scelte compiute nella consapevolezza di selezionare ciò che è maggiormente benefico per noi.
Quando i luoghi avversi sono abbandonati, le emozioni disturbanti svaniscono gradualmente;
quando non ci sono distrazioni, le attività positive aumentano naturalmente;
quando la coscienza diventa più chiara, la fiducia nel Dharma cresce;
affidarsi alla solitudine è la pratica di un bodhisattva.
In riferimento a questa strofa, Dilgo Kyentse Rinpoche dice:
Quando vivi in un luogo solitario, le tue emozioni negative diminuiscono gradualmente, e il tuo autocontrollo e la tua moderazione aumentano.
Testi del genere erano originariamente scritti per monaci ed eremiti che vivevano in luoghi solitari, ma possono essere interpretati anche a un livello più profondo. Non si tratta solo della solitudine esteriore, ma anche di quella interiore. “Quando i luoghi avversi sono abbandonati, le emozioni disturbanti svaniscono gradualmente.” Che cosa si intende per “luoghi avversi”?
La pratica della rinuncia
La base del buddhismo è la rinuncia. In tibetano, la parola per rinuncia è ngejung, che significa “uscire veramente da qualcosa”. Se desideriamo davvero diventare padroni della mente, anziché schiavi delle emozioni, e se vogliamo condurre una vita che sia di beneficio per noi stessi e per gli altri, allora dobbiamo essere selettivi. Non possiamo fare tutto in questa vita. Non possiamo trascorrere le notti a far festa e poi alzarci alle cin que del mattino per praticare. Sì, potremmo farlo, ma non funzionerebbe granché bene. Dobbiamo decidere cosa è veramente importante per noi e cosa non lo è. In base a questo, semplifichiamo. Questa è la rinuncia.
La pratica della rinuncia comporta l’esame attento della nostra vita e delle nostre attività per riconoscere ciò che ostacola il nostro sentiero spirituale, ossia cosa costituisce una distrazione che incoraggia l’insorgere di emozioni negative e allo stesso tempo scoraggia lo sviluppo di quelle positive. A quel punto, possiamo decidere di non essere più interessati a continuare in quel modo. In italiano, la parola “rinuncia” può evocare l’idea di dover stringere i denti e sacrificare qualcosa che desideriamo davvero, ma che sappiamo che non dovremmo avere. Quando a diciotto anni diventai buddhista, rinunciai a Elvis Presley. Diedi via tutti i suoi dischi e le riviste che parlavano di lui, credendo che fosse un atto di rinuncia. Ma non è questo il vero significato di rinuncia.
Da bambini, solitamente abbiamo un giocattolo preferito, un orsacchiotto per esempio. Lo portiamo ovunque, lo adoriamo. Anche se è sporco, spelacchiato e ha perso un occhio, lo amiamo comunque. Se qualcuno cerca di portarcelo via, soffriamo. Qualcosa nel nostro cuore si spezza. Non siamo pronti a lasciarlo andare. Ma crescendo il nostro interesse per i giocattoli svanisce. Non ci interessano più. Li sostituiamo con i giochi per computer o altro. Cambiamo l’oggetto del desiderio. Abbiamo interessi diversi. Ora, se perdiamo il nostro orsacchiotto, che importa? Siamo cresciuti.
Quando la meraviglia del Dharma pervade sempre di più la nostra vita, perdiamo interesse per altre cose che prima sembravano così importanti. Sono come le foglie di un albero in primavera e in estate, quando l’albero è in piena fioritura: se proviamo a staccare le foglie dall’albero, incontriamo una certa resistenza perché sono saldamente attaccate. Ma in autunno l’attacco si allenta e le foglie cadono naturalmente. Cadono in preparazione di una nuova crescita.
Allo stesso modo, man mano che aumentano il nostro interesse e il coinvolgimento nel Dharma, naturalmente essi svaniscono in tante altre distrazioni mondane. Ci adoperiamo per crescere e diventare adulti nel vero senso della parola. Il Buddha chiamava “puerili” le persone ordinarie che si perdono in distrazioni mondane. Stiamo cercando di maturare. Spesso il sentiero è chiamato mindröl. La parola minpa significa “maturare”, e drol significa “essere liberati, essere liberi”. Dobbiamo maturare il nostro continuum mentale per essere liberati.
L’importanza di selezionare
“Quando i luoghi avversi sono abbandonati, le emozioni disturbanti svaniscono gradualmente” non significa semplicemente trasferirsi in un altro paese. Può riguardare anche il cambiamento delle circostanze esterne che non sono di alcun aiuto, come passare troppo tempo a guardare la televisione, stare sempre al computer o al cellulare, bere e far baldoria, o impegnarsi in chiacchiere futili e pettegolezzi. Queste situazioni disturbano molto la mente. Pertanto è bene evitare tali attività e cercare luoghi dove le persone si interessino di argomenti più spirituali, come i centri di Dharma o ovunque si respiri un’atmosfera positiva, dove si possa socializzare con persone gentili, con valori buoni e che parlino di argomenti con un significato genuino. Frequentare posti del genere può contribuire ad attenuare le emozioni negative.
Quanto più possibile dovremmo cercare ambienti in cui le emozioni afflittive, come rabbia, ostilità, gelosia, attaccamento e così via iniziano a diminuire. Allo stesso tempo le nostre qualità positive hanno l’opportunità di crescere, perché tutti gli altri intorno a noi cercano di essere gentili e amichevoli, stimolandoci a fare lo stesso. Quando ci troviamo in un ambiente in cui queste qualità sono apprezzate e ammirate, diventa naturale desiderare di essere gentili e amichevoli.
Inoltre, è importante essere selettivi rispetto a chi si frequenta. Più avanti il testo parla dell’importanza di evitare compagnie negative. Ciò significa che, in quanto comuni esseri senzienti, siamo influenzati dalla società che ci circonda, spesso più di quanto vorremmo ammettere. Se non prestiamo attenzione, tendiamo ad assumere i valori delle persone con cui trascorriamo più tempo. Pertanto, se ci troviamo con persone interessate solo alle distrazioni e ai fini mondani gradualmente il nostro interesse per il Dharma potrebbe iniziare a scemare, e il fascino delle cose esterne potrebbe iniziare a prendere il sopravvento su di noi. Questo accade naturalmente, anche senza che lo vogliamo.
Dobbiamo quindi essere selettivi nelle nostre relazioni. Questo non vuol dire essere scortesi con chi non vuole meditare per sei ore al giorno, ma significa avvicinarsi a chi, in generale, condivide gli stessi valori e l’apprezzamento per una vita dedicata al Dharma. Anche se non sono buddhisti, questi dovrebbero almeno essere genuini. Come si dice, se mettiamo un qualunque pezzo di legno all’interno di una scatola di legno di sandalo, assorbirà il suo profumo; ma se lo sotterriamo in un mucchio di letame, allora, ovviamente, puzzerà. Dobbiamo fare attenzione alle influenze che ci circondano.
Apprezzare il Dharma
Quando cominciamo a praticare e la mente inizia a calmarsi e la virtù innata inizia a manifestarsi, aumenta il nostro apprezzamento per il Dharma. Nessuno lo adora quanto i grandi maestri realizzati. A loro basta sentire una sola parola di Dharma e i loro occhi si riempiono di lacrime, nonostante abbiano sentito la stessa cosa milioni di volte. Sanno quanto sia prezioso il Dharma: non lo hanno solo studiato, non si sono limitati a esaminarlo, lo sono diventati. Il loro apprezzamento e la loro devozione sono autentici, per questo sono profondamente grati.
Quando la mente inizia gradualmente a vedere in modo più chiaro, con meno afflizioni mentali, meno giudizi e maggiore chiarezza, e i turbamenti, la rabbia e le difese dell’ego iniziano a placarsi, allora sorge spontanea nel nostro cuore una profonda gratitudine verso i buddha e tutti i maestri che sono venuti dopo di loro e hanno preservato questo prezioso lignaggio. La nostra fede non è artificiosa. Quando immaginiamo un mondo e la nostra vita senza il Dharma, ci sentiamo profondamente grati a loro. Profondamente.
Sebbene la pratica di abbandonare i luoghi avversi e di lasciar svanire le emozioni disturbanti non sia necessariamente facile, è certamente possibile. Mentre esaminiamo a turno ognuna di queste pratiche, ci accorgiamo che il testo sta descrivendo i quattro pensieri che allontanano la mente dalle attività mondane ordinarie e la dirigono verso il Dharma del Buddha. Questi quattro pensieri sono una pratica potente di per sé e consistono nel:
- contemplare la preziosa vita umana così da essere grati della nostra esistenza;
- contemplare l’impermanenza e la morte così da cogliere l’opportunità di questa vita adesso;
- contemplare il karma, la legge di causa ed effetto, così da comprendere che ogni nostra azione ha un impatto su noi stessi e gli altri;
- contemplare la sofferenza dell’esistenza ciclica (saṃsāra) così da non essere più attratti dalle cose mondane.
Da: Jetsunma Tenzin Palmo, “Un cuore eroico“, Ubiliber, 2024.
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