
Tenzin Palmo parla dell’importanza dell’equilibrio spirituale nella gestione delle fortune e delle avversità, sottolineando la transitorietà delle condizioni esterne e l’importanza di un approccio equanime alla vita.
In generale alcune persone sono brave ad affrontare le disgrazie e a portare le difficoltà sul sentiero, ma non appena le cose iniziano a migliorare crollano spiritualmente. Altri, naturalmente, sanno praticare bene quando le cose vanno per il verso giusto, ma quando qualcosa va storto non sanno come affrontarlo con saggezza. Di solito ci troviamo a uno di questi estremi, ma è importante trovare un equilibrio tra i due nella nostra vita. Dobbiamo imparare ad accogliere ogni situazione, sia positiva, quando tutto va bene, sia negativa, quando affiorano problemi e ostacoli che ci mettono alla prova, senza speranza e senza paura, utilizzando entrambe come sentiero di pratica.
Il saṃsāra è descritto spesso come un oceano, ha grandi onde: a volte siamo in alto, altre in basso. Dobbiamo sviluppare l’equanimità interiore in modo che, qualsiasi cosa accada, possiamo essere calmi e in grado di affrontare le situazioni in modo saggio, senza lasciarci travolgere dal dolore o dall’esaltazione.
Dopo averci mostrato come affrontare tutte le cose orribili che possono accadere, Thogme Sangpo ci dice ora che anche quando le cose vanno bene, se siamo ricchi, famosi e amati da tutti, non dovremmo afferrarci a questo, perché non possiamo portare nulla con noi. Non importa quanto siamo ricchi, quanti amici abbiamo, quanto numerosa sia la nostra famiglia, o quante migliaia di devoti ci circondino, al momento della morte andremo via soli e a mani vuote. Dilgo Khyentse Rinpoche chiarisce così questo punto:
Un bodhisattva vede che ricchezza, bellezza, influenza, prosperità, lignaggio famigliare – di fatto, tutte le preoccupazioni ordinarie di questa vita – sono fugaci come un lampo, effimere come una goccia di rugiada, vuote come una bolla, caduche come la pelle di un serpente. Lui, o lei, non è mai presuntuoso né orgoglioso, non importa quali conseguimenti e privilegi mondani possa ottenere.
(Da: , “The Heart of Compassion“, Shambhala, 2007)
Al giorno d’oggi vediamo persone molto ricche che, dopo aver commesso un solo errore in borsa, finiscono in bancarotta. Se facciamo affidamento su ricchezza, successo e popolarità per la nostra felicità, ci troviamo in una posizione precaria, perché tutto è impermanente.
Questo è evidente nei media: persone che un attimo prima sono celebrità famose in tutto il mondo e un attimo dopo vengono trascinate nel fango. Persino figure come Madre Teresa e Gandhi, che godono di una notevole reputazione, sono ammirate solo finché qualcuno non scriverà un libro scandalistico su di loro. Molte persone non sopportano che qualcun altro sia considerato superiore a loro, e si dilettano a leggere libri e articoli che screditano figure rispettate, dimostrando che tutti sono cattivi come gli altri e non c’è bisogno di cercare di migliorare se stessi.
Se attribuiamo il nostro senso di sé e di felicità esclusivamente a valori esterni e a ciò che gli altri dicono di noi, allora saremo sempre insicuri. Il cambiamento è nella natura di ogni cosa e, come dice Thogme Sangpo: “La ricchezza e la gloria del mondo sono prive di essenza”. Le persone possono dire cose fantastiche su di noi, vere o false che siano, senza che questo alteri nulla: non cambia ciò che siamo e non ci rende nemmeno più felici. Le persone possono avere milioni di jet aziendali, ma questo le rende davvero più felici? No, non lo fa. Non le fa sentire meglio interiormente. Molte persone ricche e famose sono sottoposte a una forte pressione per mantenere quell’immagine esteriore patinata.
Hanno il terrore di perdere la gloria acquisita e che qualcun altro emerga e diventi più famoso. Immaginate la tremenda tensione a cui sono sottoposte le pop star e le star del cinema. Una volta raggiunta la vetta, come si fa a mantenerla? Be’, in realtà non si riesce.
Se il nostro senso di benessere e felicità dipende dalle opinioni altrui e dai nostri beni esterni, è triste, perché non riflette affatto ciò che siamo veramente.
Così come chi dice cattiverie su noi, giuste o sbagliate che siano, non dovrebbe influenzarci, allo stesso modo le lodi e le proiezioni irrealistiche non dovrebbero cambiare ciò che siamo. Se dipendiamo dalle opinioni favorevoli, allora soffriremo perché sono irreali, come un’eco.
Perciò è importante portare sul sentiero non solo la sofferenza e le difficoltà, ma anche le situazioni positive. Non portiamo solo il dolore, ma anche il piacere; non solo la perdita, ma anche il guadagno; non solo il biasimo, ma anche la lode; non solo l’impopolarità, ma anche la fama.
Tutto questo deve essere accolto e utilizzato sul sentiero.
Di solito immaginiamo che i nostri problemi sarebbero risolti se solo potessimo evitare ciò che è spiacevole e ottenere ciò che è piacevole. Tuttavia queste sono due facce della stessa medaglia. Se ci afferriamo a una e cerchiamo di evitare l’altra, rimaniamo intrappolati in uno stato d’animo mondano e insicuro, perché non riusciremo mai a ottenere tutto ciò che desideriamo e a evitare ciò che non vogliamo.
Il punto è rimanere aperti a qualsiasi cosa accada, a qualsiasi faccia della medaglia. Bisogna rimanere in equilibrio come una barca sulle onde: le onde si alzano e si abbassano, ma la barca scivola via.
Uno dei problemi di essere ricchi, famosi, venerati o di successo è che tendiamo ad afferrarci a questi stati e spesso ne diventiamo orgogliosi. I ricchi multimilionari frequentano altri multimilionari, e non vogliono avere a che fare con il popolino. Hanno jet privati e vetri oscurati in modo che nessuno possa vederli nelle loro auto; le loro ville sono circondate da alte mura di recinzione sorvegliate da guardie e cani. È molto triste, non è vero? Immaginate di vivere così. In parte è perché hanno paura, ovvio; non è certo un segno di felicità e pace. Ma, a parte i milionari, anche le persone medie che sono felici e a loro agio, con molti amici che dicono cose belle su di loro, non dovrebbero afferrarsi a queste cose, né permettere che la loro felicità dipenda solo dal fatto che tutto sia piacevole e tranquillo.
Quando presi la prima ordinazione all’età di ventun anni, andai in Thailandia, e la principessa mi invitò alla sua tenuta al mare. Ero monaca da poche settimane ed eccomi qui, in questa bellissima casa di teak lucido situata al centro di un laghetto di fiori di loto. C’erano tre domestici che preparavano deliziosi piatti thailandesi e, oltre il boschetto di mango accanto all’oceano, c’era la sua spiaggia privata argentea. Le dissi: «Dovrei aver rinunciato al mondo e invece eccomi qui a vivere in questo modo! Mi sento davvero in colpa e a disagio in questa situazione». Lei saggiamente mi rispose così: «No, tu non l’hai chiesto, non l’hai cercato, ma grazie al tuo buon karma ti è arrivato. Non durerà a lungo, e forse dopo sarai povera e vivrai in condizioni difficili. Quando la vita va bene, sii felice; quando la vita è difficile, sii comunque felice. Mantieni una mente equanime».
Per assurdo, a volte possiamo essere altrettanto attaccati alla povertà quanto alla ricchezza. Conosco alcune persone che sono dedite all’ascetismo che si sentono a disagio se vengono portate in un bel ristorante. Sono felici solo nei ḍhābā indiani più economici. Il punto è: se siamo in un bel ristorante, fantastico; se siamo in un vecchio e trasandato ḍhābā, va bene lo stesso, a chi importa? Qualsiasi cosa accada, prendiamola e godiamola, senza afferrarci a essa. La cosa migliore è coltivare l’equanimità della mente nei confronti di qualsiasi cosa si presenti. Quando la vita fila liscia è bello, ma anche quando è travagliata va bene lo stesso.
Da: Jetsunma Tenzin Palmo, “Un cuore eroico“, Ubiliber, 2024.
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