Vimala Thakar – La vita fisica è sacra quanto quella spirituale

La vita fisica è sacra

La dimensione fisica e materiale della vita viene spesso guardata con pregiudizio e contrapposta alla spiritualità. Ma per Vimala Thakar non c’è nulla di non spirituale nella vita, tranne ciò che la mente crea.

A me pare che la vita sia un fenomeno assai complesso, e se non comprendiamo la natura di questa complessità complicheremo necessariamente ogni movimento, ogni gesto. La via alla semplicità è comprendere la natura della complessità che di fatto esiste, che non può essere evitata. E mi sembra anche che gli esseri umani siano nati in mezzo a questa complessità. Essi stessi sono un’espressione di questa vita tanto complessa e devono muoversi e vivere in mezzo alla complessità: diversi livelli, piani di movimento, energie e forze diverse in mezzo alle quali ci troviamo. Perciò la vita è un fenomeno complesso, e gli esseri umani sono espressione di una complessa evoluzione cosmica.

Noi ci portiamo dentro non solo l’evoluzione del pensiero umano, ma anche l’evoluzione del mondo minerale, del mondo vegetale, del mondo animale, del mondo degli uccelli. Ci portiamo dentro l’evoluzione della vita nella sua totalità. Ecco la bellezza e la grazia di essere nati con una forma umana. Abbiamo in noi i cinque principi: la terra, l’aria, il fuoco, l’acqua e lo spazio. Abbiamo in noi gli elementi chimici. Abbiamo in noi le ossa, le ghiandole, i muscoli, i tessuti, le cellule; è questa la sostanza del nostro essere. Gli elementi nel nostro corpo sono organicamente legati agli elementi che esistono fuori di noi. La terra che è dentro di me è organicamente legata alla terra fuori di me; lo spazio che è dentro di me è organicamente legato allo spazio fuori di me.

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Perciò, quando osserviamo noi stessi, guardiamo solo il pensiero, le emozioni, i sentimenti, le sensazioni, i concetti, le idee, le ideologie? Ci consideriamo solo un’espressione del pensiero evoluto e del linguaggio che esprime il pensiero? Oppure ci consideriamo un essere umano totale che ha in sé molte altre espressioni della vita evoluta? Osservarsi, capite? Si inizia da qui. È l’inizio di una ricerca. Una ricerca religiosa comincia dal fare conoscenza con se stessi: non dando le cose per scontate, non basandosi su ciò che è noto al cervello, ma con l’umiltà di guardare di persona, con un incontro diretto, immediato, semplice, con i fatti del proprio essere.

Perciò, chi avverte l’urgenza di una trasformazione inizia fin dai primi passi a osservare la complessità della propria vita: la complessità di quella che definiamo struttura fisica, il tangibile e il visibile, l’involucro visibile e tangibile del nostro essere in cui la totalità della vita è avviluppata, e comincia a farci conoscenza: come si muove, che rapporto ha con il cibo, con il sonno, con l’esercizio, con i movimenti, con il pronunciare le parole, con l’ascoltare le parole. Perciò si osserva la complessità della struttura fisica e il suo modus operandi.

La ricerca religiosa, spirituale, la ricerca di che cos’è la meditazione, di che cos’è il mutamento, di che cos’è la trasformazione, deve iniziare dal visibile e dal tangibile. Il visibile, il tangibile, non è estraneo al regno del divino. Non è separato da ciò che dite divino, spirituale, celestiale. Il non manifesto non diventa mondano o materiale quando riveste una forma.

Perciò osservare la nostra vita fisica senza alcun pregiudizio e preferenza è l’inizio della ricerca. Dico senza pregiudizi e preferenze perché il corpo fisico è stato sempre tanto condannato. Si è detto che è qualcosa di materiale che è nato ed è destinato a morire, perciò è mortale e non ha importanza. E stato contrapposto al concetto di ‘immortalità. I suoi piaceri e dolori sono definiti transitori, sono contrapposti al concetto di eternità e guardati dall’alto in basso. Che parliamo di Cristianesimo, di Induismo ortodosso, di Islamismo o di Buddhismo, ciò che ha una forma, ciò che ha apparenza, che ha colore, che ha movimento proprio, viene guardato dall’alto in basso perché è un limite alla divinità, un limite contrapposto all’eternità.

Vorrei cominciare con il condividere con voi questo fatto, così come lo vedo io: che non c’è nulla che si possa definire materiale, insignificante, mondano, profano, che possa essere separato dal divino. La vita è un unico indivisibile tutto. E un tutto omogeneo. Non è diviso in due parti, il materiale da un lato, lo spirituale dall’altro, il mondano e lo spirituale, il secolare e il religioso e così via. Queste distinzioni sono frutto della mente umana. Esistono sul piano concettuale, tutt’al più. Non hanno la benché minima realtà. La vita è un tutto indivisibile e omogeneo, che abbia forma o che sia senza forma. Il senza forma e ciò che ha forma, il senza nome e ciò che ha nome, sono definizioni che ci vengono date dalla mente umana. La realtà contiene sia la forma che il senza forma, il nome e il senza nome, contiene la luce e le tenebre, contiene gli eventi della vita e della morte.

Perciò, non avere pregiudizi su nessuno degli aspetti della vita è assolutamente, estremamente necessario. Altrimenti la ricerca viene distorta e inquinata fin dall’inizio, perché considero la vita fisica materiale disprezzabile, e guardo dall’alto in basso i rapporti fisici come qualcosa di non religioso, di non spirituale. Non c’è nulla di non spirituale nella vita, tranne ciò che la mente crea e a cui indulge. Spiritualità, o divinità, è un altro modo di alludere alla totalità della vita.

Perciò, un ricercatore deve entrare in contatto con la totalità e non permettere che la mente si faccia inquinare da questa sua idea che ci sia qualcosa di non spirituale. Dunque la vita fisica è tanto santa e sacra quanto quella che chiamiamo religiosa, spirituale.

E quando si separa il fisico dallo spirituale, quando si separa il sensoriale dal non sensoriale e vi si indulge per amore del sensoriale, è solo allora che il fisico diventa una schiavitù. Diventa una cosa perversa, distorta. Diventa una cosa brutta. Perciò, faccio conoscenza con la mia struttura fisica, con la forma fisica e il suo modo di comportarsi, le sue necessità, senza pregiudizi di alcun genere, per purgare la mente da tutti i pregiudizi e le inclinazioni in materia di sesso o castità, diete, voti, privazioni, soppressioni, ,repressioni, o culto dell’indulgenza.

Perché vedete, è sempre la stessa cosa, sia che abbiate un pregiudizio verso qualcosa o che la veneriate, sia che la condanniate o che la vezzeggiate. Tenersi alla larga dai due estremi e dirsi: “Non ho mai considerato nulla in vita mia senza pregiudizi”; dirsi: “Ho sempre considerato le cose e reagito, o risposto, sull’onda del pregiudizio, di teoria e di ideologie”; dirsi questo e liberarsi dall’abitudine del pregiudizio e delle tendenze, significa porre le basi giuste per la ricerca. Ecco quindi che la trasformazione deve iniziare dal fisico.

Da: Vimala Thakar, “Il mistero del silenzio“, Astrolabio Ubaldini, 1988.

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[La foto è di Cottonbro Studio, Russia]

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