Yuval Noah Harari – Come 10 giorni di ritiro di meditazione mi hanno cambiato la vita

Yuval Noah Harari

lo storico Yuval Noah Harari racconta di come la meditazione gli abbia cambiato completamente l’approccio alla  vita, fornendogli un incomparabile capacità di comprendere le cause della sofferenza propria e altrui.

Dopo tutte le critiche alle narrazioni, alle religioni e alle ideologie, è un semplice gesto di onestà intellettuale esporre me stesso in prima linea e spiegare come mai con tutto il mio scetticismo io riesca ancora a svegliarmi al mattino ben disposto verso il mondo. Non vorrei peccare di autoindulgenza nel farlo e non vorrei dare l’impressione, che sarebbe sbagliata, di presumere che quello che funziona per me possa funzionare per tutti. Sono ben consapevole che le bizzarrie dei miei geni, neuroni, storia personale e dharma non sono condivise da ciascuno di voi. Ma credo sia giusto per i lettori sapere quali lenti colorate sono montate sugli occhiali con i quali vedo la realtà, e di conseguenza in che modo viene deformata l’immagine che ne ho e influenzato quello che scrivo.

Da adolescente ero un ragazzo tormentato e irrequieto. Il mondo non aveva senso per me, e non trovavo risposte alle grandi domande che mi ponevo sulla vita. In particolare, non capivo perché ci fosse così tanta sofferenza nel mondo e nella mia vita, e che cosa avrei potuto fare al riguardo. Tutto quello che ottenevo dalle persone intorno a me e dai libri che leggevo erano elaborate finzioni: miti religiosi su dèi e paradisi, miti nazionalisti sulla madrepatria e sulla sua missione storica, miti romantici sull’amore e sull’avventura, o miti capitalistici sulla crescita economica e su come l’acquisto e il consumo di merci mi avrebbero reso felice. Avevo abbastanza buonsenso per comprendere che queste erano probabilmente tutte finzioni, ma non avevo idea di come  trovare la verità.

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Quando cominciai a studiare all’università, pensai che sarebbe stato il posto ideale per trovare le risposte che cercavo. Ma rimasi deluso. Il mondo accademico mi forniva poderosi strumenti per decostruire tutti i miti che gli uomini si erano creati, ma nessuna risposta ai grandi interrogativi della vita. Al contrario, mi incoraggiò a concentrarmi su questioni sempre più stringenti. Poi trovai la mia strada scrivendo una tesi di dottorato all’Università di Oxford sui testi autobiografici dei soldati medievali. Come passatempo continuai a leggere una gran quantità di libri filosofici e ad impegnarmi in molte discussioni filosofiche ma, benché questo mi procurasse un infinito piacere intellettuale, non provocava alcuna vera intuizione. Era molto frustrante.

Alla fine il mio buon amico Ron mi suggerì che almeno per qualche giorno avrei dovuto lasciar perdere tutti i libri e le discussioni intellettuali, e provare un corso di meditazione Vipassana (Vipassana significa “introspezione” nella lingua pali dell’antica India). Pensai che si trattasse di qualche sciocchezza new age, e poiché non avevo alcun interesse ad ascoltare l’ennesima mitologia, decisi di non andare. Ma dopo un anno di paziente incoraggiamento, nell’aprile del 2000 mi risolsi a iscrivermi a un ritiro di dieci giorni Vipassana.

In precedenza le mie conoscenze sulla meditazione erano ben scarse, e pensavo fosse necessario documentarmi su tutte quelle complesse teorie mistiche. Mi sorprese invece la gestione assolutamente pragmatica del corso. L’insegnante, S.N. Goenka, ci chiese di stare seduti con le gambe incrociate e gli occhi chiusi, e concentrò tutta la nostra attenzione sull’attività di inspirare ed espirare l’aria dalle nostre narici. “Non fate niente,” ripeteva, “non cercate di controllare il respiro o di respirare in un modo particolare. Osservate soltanto la realtà del momento presente, qualunque essa sia. Quando state inspirando, siete solo consapevoli di questo: adesso il respiro sta entrando. Quando state espirando, siete solo consapevoli di questo: adesso il respiro sta uscendo. E quando perdete la concentrazione e la vostra mente comincia a vagare tra i ricordi e le fantasie, siete solo consapevoli di questo: adesso la mia mente ha vagato lontano dal respiro.” Fu la cosa più importante che mi avessero mai detto.

Quando ci poniamo le grandi domande della vita, di solito non abbiamo alcun interesse nel sapere quando il nostro respiro entra attraverso le narici e quando esce. Ci chiediamo invece cosa succede dopo la morte. Ma l’enigma reale della vita non è ciò che accade dopo la morte, ma ciò che accade prima della morte. Se volete comprendere la morte, dovete prima capire la vita.

Le persone chiedono: “Quando muoio, mi limiterò a scomparire? Andrò in paradiso? Rinascerò in un nuovo corpo?” Tutte domande basate sull’assunto che esista un “io” che resti uguale dalla nascita alla morte, e che la domanda sia: “Che cosa accadrà a questo io al momento della morte?” Ma che cos’è che si mantiene intatto dalla nascita alla morte? Il corpo muta di continuo in ogni istante. Più vi osservate da vicino, e più sarà evidente che niente si mantiene intatto anche da un istante a quello successivo. Allora che cosa è che tiene insieme una vita intera? Se non conoscete  risposta a questa domanda, non potete comprendere la vita, e di certo non avete alcuna possibilità di comprendere la morte. Se e quando mai scoprirete che cosa tiene insieme la vita, allora anche la risposta al grande interrogativo sulla morte vi apparirà chiara.

Si dice: “L’anima si mantiene intatta dalla nascita alla morte e pertanto tiene insieme la vita” — ma questa è solo una storia. Avete mai osservato un’anima? Potete pensarci in ogni istante, non solo in punto di morte. Se riuscite a comprendere ciò che vi accade quando un istante finisce e un altro comincia — allora avrete anche compreso quello che vi accadrà quando sopraggiungerà la morte. Se riuscite davvero a osservare voi stessi per la durata di un singolo respiro — allora comprenderete tutto.

La prima cosa che imparai dall’osservazione del mio respiro era che, nonostante tutti i libri che avevo letto e tutte le lezioni che avevo frequentato all’università, non sapevo quasi niente sulla mia mente, e ne avevo uno scarso controllo. Malgrado i miei sforzi più tenaci, non riuscivo a osservare la realtà del mio respiro che entrava e che usciva dalle mie narici per più di dieci secondi prima che la mente iniziasse a vagare lontano. Per anni avevo vissuto con l’impressione di essere il padrone della mia vita, e l’amministratore delegato del mio marchio. Ma poche ore di meditazione furono sufficienti a mostrarmi che non avevo affatto alcun controllo di me stesso, che non ero io l’amministratore delegato — ero appena l’usciere. Mi era stato chiesto di stare all’ingresso del mio corpo — le narici — e di osservare soltanto qualsiasi cosa vi entrasse o vi uscisse. Eppure, dopo pochi istanti, perdevo la concentrazione e abbandonavo il mio posto. Fu un’esperienza che mi aprì gli occhi.

In seguito, nel corso ci insegnarono a osservare non solo il respiro, ma anche le sensazioni nel corpo. Non speciali sensazioni di benedizione o di estasi, bensì le sensazioni più mondane e prosaiche: calore, pressione, dolore e così via. La tecnica Vipassana è basata sull’intuizione che il flusso della mente è strettamente collegato con le sensazioni del corpo. Fra me e il mondo ci sono sempre le sensazioni fisiche. Non reagisco mai agli eventi del mondo esteriore; reagisco sempre alle sensazioni che si sviluppano all’interno del mio corpo. Quando la sensazione è sgradevole, reagisco con avversione. Quando la sensazione è piacevole, reagisco con il desiderio di averne ancora. Anche quando crediamo di reagire a ciò che un’altra persona ha fatto, all’ultimo tweet del presidente Trump o a un lontano ricordo d’infanzia, la verità è che reagiamo sempre alle nostre sensazioni fisiche immediate. Se siamo indignati per il fatto che qualcuno ha insultato la nostra nazione o il nostro dio, ciò che rende l’insulto intollerabile sono le sensazioni di bruciore alla bocca dello stomaco e la fitta di dolore al cuore. La nostra nazione non sente niente, ma il nostro corpo soffre per davvero.

Volete sapere che cos’è la rabbia? Bene, osservate soltanto le sensazioni che attraversano e lasciano il vostro corpo mentre siete arrabbiati. Avevo ventiquattro anni quando presi parte a questo ritiro, e prima avrò sperimentato la rabbia almeno diecimila volte, ma mi sono sempre concentrato sull’oggetto della mia rabbia — qualcosa che qualcuno aveva fatto o detto — piuttosto che sulla realtà sensoriale della rabbia.

Penso di aver imparato di più su me stesso e sugli uomini in generale osservando le mie sensazioni in quei dieci giorni che nella mia intera vita fino a quel momento. E nel fare questo non avevo dovuto accettare alcuna storia, teoria o mitologia. Avevo dovuto soltanto osservare la realtà per quello che era. La cosa più importante che compresi era che la sorgente più profonda della mia sofferenza risiede nei miei schemi mentali. Quando voglio qualcosa e questo non accade, la mia mente reagisce generando sofferenza. La sofferenza non è una condizione oggettiva del mondo esteriore. È una reazione mentale stimolata dalla mia mente. Imparare questo è il primo passo per cessare di provocare ulteriore sofferenza.

Dopo il primo corso nel 2000, cominciai a meditare per due ore al giorno, e ogni anno mi prendo un lungo periodo di ritiro meditativo della durata di un mese o due. Non si tratta di una fuga dalla realtà. Anzi, è entrare in contatto con la realtà. Almeno per due ore al giorno in effetti osservo la realtà per quello che è, mentre per le restanti ventidue ore sono sopraffatto dalle e-mail, dai tweet e dai video di teneri cuccioli. Senza la concentrazione e la lucidità fornite da questa pratica, non avrei potuto scrivere Sapiens o Homo Deus. Non penso certo che la meditazione sia la bacchetta magica capace di risolvere tutti i problemi del mondo. Per cambiare il mondo occorre agire e, cosa ancora più decisiva, occorre organizzarsi. Cinquanta membri che cooperano all’interno di un’organizzazione possono ottenere molto di più che cinquecento individui ognuno impegnato a lavorare in isolamento dagli altri. Se avete davvero a cuore qualcosa — aderite a un’organizzazione ben strutturata. Fatelo questa settimana stessa.

D’altro canto è più facile agire e cooperare in modo efficace quando comprendete la mente umana, comprendete la vostra propria mente e comprendete come affrontare i vostri pregiudizi, paure e complessi interiori. La meditazione non è assolutamente l’unica via per fare tutto ciò. Per alcuni la psicoterapia, l’arte o uno sport possono risultare assai più efficaci. Quando affrontiamo i misteri della mente umana dovremmo considerare la meditazione non come la panacea, ma come un utile strumento aggiuntivo della cassetta degli attrezzi scientifica.

Da: Yuval Noah Harari, “21 lezioni per il XXI secolo“, Bompiani, 2018.

Per approfondire:

osservare la mente

Meditazione Vipassana

Joseph Goldstein – Cos’è la meditazione? È simile a un viaggio, o come andare in bicicletta.

letture di Yuval Noah Harari

Meditazione Vipassana

21 lezioni per il XXI secolo

Yuval Noah Harari, 21 lezioni per il XXI secolo
Publisher:
Genre:
N. pagine: 528
Il libro affronta alcune delle questioni più urgenti dell'agenda globale contemporanea. Perché la democrazia liberale è in crisi? Dio è tornato? Sta per scoppiare una nuova guerra mondiale? Che cosa significa l'ascesa di Donald Trump? Che cosa si può fare per contrastare l'epidemia di notizie false? Quali civiltà domineranno il pianeta: l'Occidente, la Cina, l'islam? Che cosa dobbiamo insegnare ai nostri figli?

 

 

[La foto è di Ketut Subiyanto da Pexels]

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