Alan Wallace – Cos’è la ‘nuda attenzione’ e come possiamo esercitarla

nuda attenzione

La nuda attenzione è qualcosa che possiamo applicare in qualsiasi momento. Per farlo, è necessario raccogliere le ‘primizie’ del mondo direttamente dalle varie sfere sensoriali, senza preconfezionare la pura esperienza con i vecchi abituali rivestimenti concettuali. La sfida consisterà nel distinguere tra ciò che la realtà presenta ai nostri sensi di momento in momento e le proiezioni da noi spesso inconsciamente formulate. È proprio a questo concetto che faceva riferimento il Buddha quando affermava: “Nel visto vi è solamente il visto; nell’udito, solamente l’udito; nell’esperito, solo l’esperito; nel percepito a livello mentale, solo il percepito a livello mentale”.

Secondo la psicologia buddhista, in ogni singolo momento di consapevolezza, sia pur breve come un millesimo di secondo, l’attenzione si focalizza su un unico campo sensoriale. Ma nel corso di questi temporanei intervalli di coscienza, l’attenzione si sposta rapidamente da un campo sensoriale all’altro, simile a uno scimpanzé sotto l’effetto di amfetamine. Sullo sfondo indistinto di tali slittamenti fra le molteplici aree sensoriali, la mente decifra il mondo sovrapponendo alle proprie percezioni le abituali griglie concettuali. In questo modo, la nostra esperienza del mondo si struttura e ci appare familiare. Ciò non è negativo, giacché sarebbe molto difficile operare nella vita quotidiana in assenza di questa struttura concettuale. Sorgono però problemi quando non riusciamo a riconoscere la misura in cui, a livello concettuale, aggiungiamo o sottraiamo alla realtà per pura noncuranza. E a questo punto che si presentano disturbi d’iperattività o deficit cognitivo.

Se questa teoria è valida (gli scienziati cognitivi stanno attualmente esplorando tali tematiche), non è vero che di attimo in attimo la mente è multioperativa. In ogni specifico momento la mente è impegnata in una sola attività, ed è un’illusione l’esperienza di occuparsi di più cose simultaneamente. In realtà accade che l’attenzione si sposta rapidamente avanti e indietro da un campo d’esperienza all’altro. Recenti ricerche scientifiche dimostrano in effetti che la multioperatività non è molto efficiente, in quanto implica la diminuzione del livello di consapevolezza destinato a ciascun compito. E come se, avendo una quantità limitata d’attenzione, paragonabile a un certo volume d’acqua che scorra in una gola montana, la canalizzassimo in vari ‘rivoli’ d’interesse: ognuno disporrebbe di un’attenzione minore.

La pratica dell’attenzione focalizzata è fondamentalmente ‘non multioperativa’. È incentrata sull’imparare a incanalare il flusso della consapevolezza nella direzione desiderata e per tutto il tempo che vogliamo, senza che si frammenti in forma incontrollabile e caotica. Valutate quindi le vostre priorità, alla prossima occasione in cui vi troverete a scegliere se concentrarvi su un’unica esperienza alla volta o suddividere l’attenzione. Se vale la pena fare qualcosa, vale la pena farlo bene; se invece non merita, meglio non farlo affatto. Anche quando pensiamo d’essere multioperativi, stiamo in realtà, secondo la psicologia buddhista, spostando celermente l’attenzione da un compito all’altro. Ciò per altro si rende talora necessario, e in questo caso cercate d’agire con la maggior consapevolezza possibile.

Da: Alan Wallace, “La rivoluzione dell’attenzione. Liberare il potere della mente concentrata“, Astrolabio Ubaldini, 2008.

Per approfondire:

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[La foto è di Jerzy Górecki, Polonia]
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