Charlotte Joko Beck – Ecco quando la paura è solo un gioco inventato dalla mente

paura

Siamo esseri umani e tendiamo a creare falsi problemi. I problemi nascono dall’impossibilità di vivere al di fuori del nostro abituale e peculiare modello di pensiero. Il nostro modello di pensiero è diverso da quello dei gatti, dei cavalli o dei delfini. Usando la mente in modo improprio confondiamo due tipi di paura. La prima è naturale: se minacciati fisicamente reagiamo scappando, lottando o chiamando la polizia. In ogni caso, reagiamo. È la paura normale, naturale. Ma l’ansia che avvelena la nostra vita si fonda su altre paure, che sono false.

La falsa paura è prodotta da un cattivo uso della mente. Pensando il nostro sé, o io, come un’entità separata, formuliamo proposizioni che hanno l’io come soggetto. Parliamo quindi di ciò che è successo o di ciò che potrebbe succedere a questo io, oppure di come analizzare o controllare gli avvenimenti. Questa incessante attività mentale comporta un costante giudizio ansioso su noi e gli altri.

La paura che nasce da questo presupposto irrealistico ci impedisce di agire con intelligenza e dà origine alle strategie di intervento e di manipolazione. Prima ‘prendiamo le misure’ di una persona o una situazione, poi agiamo di conseguenza. Ma l’azione poggia sempre su un errore, la falsa discriminazione tra un soggetto agente, l”io’, e l’azione. Nascono pensieri come: “Non ci riuscirò”, “Non farò bella figura”, “Non otterrò niente”, “Sono troppo importante per lavare i piatti”. Sul pensiero soggettivo si innesta una speciale scala di valori. Diamo credito alle persone e alle situazioni che speriamo diano sicurezza a questo ‘io’. Formuliamo giudizi su noi stessi e elaboriamo strategie per la difesa dell’io. Nella psicologia popolare californiana si dice: “Devo amare me stesso”. Ma chi ama chi? Come potrebbe mai un ‘io’ amare un ‘me stesso’? “Devo amare me stesso, devo essere dolce con me stesso, devo essere dolce con te…”. Dichiarazioni che nascondono una paura terribile, una paura che non conduce a niente. Vogliamo amare e proteggere un ‘io’ di pura fantasia, e passiamo la vita in questo gioco stupido. “Cosa mi accadrà? Come mi andrà? Cosa otterrò?”… Io, io, io… È il gioco inventato dalla mente, e ci siamo intrappolati.

Potremmo immaginare che il gioco, una volta capito, finisca. Non è così. Sarebbe come invitare un ubriaco a non essere ubriaco. Siamo sempre ubriachi, in continuazione. Minacciarci, intimidirci non serve. “Non sarò più così”, non è la risposta. Qual è la risposta? Affrontiamo il problema da una diversa angolazione, entrando dalla porta di servizio. Prima di tutto, dobbiamo diventare consapevoli dell’illusione, dello stato di ubriachezza. Gli antichi testi dicono: illuminare la mente, farle luce, essere attenti. È diverso dal migliorarsi, dal mettere a posto la nostra vita. È shikan: solo sedere, solo sperimentare, solo conoscere le illusioni (i pensieri soggettivi) per quello che sono.

Non sono ‘io’ che sento il cinguettio degli uccelli, c’è soltanto il sentire gli uccelli. Siate soltanto il sentire, il vedere, il pensare. Questa è la pratica seduta. È questo falso ‘io’ che, pensando in termini soggettivi, impedisce la meraviglia. La meraviglia è sempre: gli uccelli cinguettano, le automobili passano, le sensazioni fisiche si formano, il cuore batte… la vita è un miracolo minuto per minuto, che perdiamo sognando i nostri sogni soggettivi. Sedete semplicemente con ciò che sembra una grande confusione. Sperimentatela, siatela, conoscetela. Cosi, sempre più spesso, vedremo oltre i falsi sogni che annebbiano la nostra vita. E, che cosa c’è?

Da: Charlotte Joko Beck, “Zen quotidiano“, Astrolabio Ubaldini, 1991.

Per approfondire:

paura

separazione

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Charlotte Joko-Beck
Zen quotidiano. Amore e lavoro
Astrolabio Ubaldini, 1991
ISBN 978-8834010358

Uno dei capolavori dello zen americano, nel quale questa insegnante, che sa unire la tradizione secolare dell’Oriente con la psicologia contemporanea, ci spiega come la liberazione si possa ottenere proprio nella vita ordinaria di tutti i giorni.

[La foto è di Rodolfo Sanches Carvalho]
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