Charlotte Joko Beck – Se siamo confusi o depressi, la cosa peggiore da fare è cercare di essere diversi da come siamo

cercare di essere diversi

Se pratichiamo con cura ci saranno momenti, a volte ore, a volte giorni, in cui, anche se il problema rimane, è perfetto così. Più è forte e radicata la nostra pratica, più questo stato permane. È lo stato illuminato, in cui sappiamo la prossima cosa da fare. “Devo andare dal dentista martedì, non mi piace ma è perfetto così. Devo passare due ore con quel seccatore; bene, vediamo come andrà”. È bello, scorrere è facile. Poi, se non stiamo attenti, la confusione ci inghiotte di nuovo, la forza e la chiarezza recedono. Il segnale di una buona pratica è questo: i periodi di chiarezza si allungano, mentre quelli di confusione si accorciano.

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Continueranno naturalmente a presentarsi situazioni oscure e confuse, dove non si capisce cosa sta accadendo. Paradossalmente, l’apertura all’oscurità e alla confusione diventa chiarezza. Tante volte i miei studenti dicono: “Sono molto confuso riguardo alla pratica, non ho chiarezza, e mi sento nervoso”. Cosa dobbiamo fare? La vita è così, ogni giorno presenta momenti confusi. Invece di voler risolvere la confusione e il nervosismo per arrivare da qualche altra parte, chiediamoci: “Che cos’è la confusione?”, e ricerchiamola nelle sensazioni fisiche, sottoponendo a osservazione i pensieri che ci frullano nella mente. Prima ancora di rendercene conto, abbiamo già capito.

Se siamo confusi o depressi, la cosa peggiore da fare è cercare di essere diversi da come siamo. La porta senza porta si spalanca ogni volta in cui ci sperimentiamo così come siamo, lasciando perdere quello che vorremmo essere. Ogni volta la porta si spalanca, anche se in realtà si apre al momento giusto, il che non sempre coincide con i nostri programmi. Per alcuni, un’apertura troppo precoce sarebbe disastrosa. Sono abbastanza scettica riguardo alla pratica forzata, perché una chiarezza che non fiorisce naturalmente può creare problemi in più. L’alternativa non è stare seduti senza fare niente: dobbiamo mantenere la consapevolezza delle sensazioni fisiche, dei pensieri e di tutto ciò che c’è, qualunque cosa sia. Non valutiamo le sedute giudicandole buone o cattive. “Sono qui”, e tanto basta; “consapevole almeno in parte della mia esistenza”. Più aumenta la cura con cui mi siedo, più la consapevolezza si allarga.

Da: Charlotte Joko Beck, “Zen quotidiano“, Astrolabio Ubaldini, 1991.

Per approfondire:

tutto è perfetto

accettare se stessi

confusione

consapevolezza

Letture di Charlotte Joko Beck

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Charlotte Joko-Beck
Zen quotidiano. Amore e lavoro
Astrolabio Ubaldini, 1991
ISBN 978-8834010358

Uno dei capolavori dello zen americano, nel quale questa insegnante, che sa unire la tradizione secolare dell'Oriente con la psicologia contemporanea, ci spiega come la liberazione si possa ottenere proprio nella vita ordinaria di tutti i giorni.

[La foto è di Petras Gagilas, Regno Unito]
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