Ezra Bayda – La rabbia è il sentiero che porta al risveglio

rabbia

Quando vediamo con chiarezza che la rabbia insorge semplicemente perché la vita non si adatta alle nostre immagini insignificanti, non è così difficile lasciarla cadere. La difficoltà sta nel fatto che vogliamo essere arrabbiati. Ma questa pratica ci aiuta a comprendere che è possibile. Capiamo che la rabbia scaturisce dalle nostre immagini non soddisfatte e dal desiderio di giustificare la rabbia stessa. Capiamo inoltre che, quando insorge la rabbia, non siamo costretti a esprimerla, né a giustificarla difendendo le convinzioni di fondo.

A volte potremmo credere che la rabbia sia necessaria per impegnarci attivamente nella vita, che certe situazioni vanno affrontate e, se non fossimo arrabbiati, non agiremmo. Quando siamo testimoni di una palese ingiustizia, non è forse la rabbia a catalizzare le azioni per porre rimedio alla situazione? Se non fossimo arrabbiati, che cosa ci spingerebbe ad attuare cambiamenti positivi?

Dal punto di vista della pratica, la rabbia non è mai giustificata, e poco importa quanto ci si senta nel giusto. Ciò non significa che non dovremmo agire quando la situazione lo richiede. Significa che si può intervenire senza l’aspetto negativo della rabbia. Fintanto che alimentiamo tale negatività prestando fede ai pensieri, impediamo a noi stessi di agire con lucidità. Fintanto che siamo governati dalla potente energia negativa della rabbia, continuiamo a serrare il cuore. Nella maggior parte dei casi siamo nelle grinfie della paura, e ciò fa diventare la vita, sotto forma di una persona, di un gruppo, o di un’istituzione, il nostro nemico. Ciò ci radica saldamente in un angusto senso del ‘sé’. Quando giustifichiamo così la nostra rabbia, abbiamo perso completamente di vista l’immagine complessiva della nostra fondamentale connessione.

Tempo fa, come soprintendente di un grosso progetto, fui aspramente criticato per il mio lavoro. Anche se mi rendevo conto che oggettivamente la critica non era giustificata, suscitava comunque una forte reazione emotiva. E anche se mi ricordai immediatamente di praticare, l’energia negativa della rabbia si dimostrò implacabile. Provai la pratica del dire ‘sì’ al rifiuto, accogliendo il senso di offesa e la paura, ma la mente continuava a divagare nell’accusa e nell’auto-giustificazione, proteggendo e difendendo il senso del ‘sé’.

Il secondo giorno cambiai pratica, adottando l’imperativo: “Assolutamente nessuna accusa né giustificazione”. Feci di questa pratica mio dio. Capii che se non avessi fatto uno sforzo intenso per interrompere í pensieri, la rabbia avrebbe continuato a essere alimentata dalle convinzioni. I pensieri si ripresentarono più e più volte nell’intento di giustificare la mia presa di posizione. Più e più volte gli interruppi tornando alle sensazioni fisiche di calore e senso di nausea. Nel corso della giornata fui in grado di stare con l’esperienza fisica per periodi pie lunghi. Fu possibile allora accogliere nella consapevolezza l’offesa, il rifiuto, la paura, senza ricadere nell’accusa. Portai direttamente le sensazioni nello spazio del cuore, lasciando che penetrassero il mio guscio protettivo.

Alla fine della giornata l’energia negativa della rabbia se n’era andata. Tuttavia c’era ancora una situazione da affrontare che implicava una certa somma di denaro e molte considerazioni pratiche. Ma senza l’aspetto negativo della rabbia ero lucido e risoluto su quanto era necessario fare. Se non avessi lavorato con tanta intensità sulla mia reazione, non c’è da dubitare che ne sarebbe seguito un incontro segnato dal rancore, che non sarebbe andato a vantaggio di nessuno. Andò a finire che la situazione si risolse rapidamente e in modo abbastanza naturale. C’era un senso di riconciliazione che parve includere il quadro complessivo.

Quando ci immergiamo nella pratica sulla rabbia, siamo in grado di sviluppare un senso di spaziosità anche nelle situazioni difficili. Quando la consapevolezza si dispiega attorno all’angusto senso dell’’io’, riusciamo forse a intravedere che cosa significa trasformare la rabbia, reindirizzandone l’energia nella forza della risolutezza, senza i rivestimento negativo. Con tale risolutezza affrontiamo gli impegni della vita con l’azione e con la chiarezza. Allora la nostra ostinazione, il volere cioè che la vita sia in un certo modo, si trasforma in saldezza di propositi e di direzione, con una più lucida comprensione del senso della vita. Forse, nel processo, cominceremo a servire la vita, invece di pretendere sempre che la vita sia al nostro servizio. Ma fintanto che saremo preda della negatività emotiva della rabbia, la gentilezza e la compassione che sono nella nostra natura, la spontanea apertura del cuore, non saranno accessibili.

Fate caso alla rabbia ogni volta che si presenta. Consideratela il sentiero che porta al risveglio. Osservate come scaturisce dalle immagini non soddisfatte. Cercate di capire se la frenate o la esprimete. Se la esprimete, prendete nota del sapore che ha: si esprime interiormente facendovi cuocere a fuoco lento, o la esternate, sia pure con mezzi sottili? Osservate se riuscite a identificare le convinzioni radicate. Poi ritornate all’esperienza fisica della rabbia. Siate disposti a fare esperienza delle paure più profonde. Ricordate che vi sarà possibile solo quando decidete di mettere fine alle accuse. Volete mantenere il cuore rinchiuso nella rabbia? Percepite il dolore provocato dal continuare a vivere in quel modo e lasciate che la delusione vi penetri nel cuore.

Da: Ezra Bayda, “Essere zen. Portare la meditazione nella vita“, Astrolabio Ubaldini, 2003.

Per approfondire:

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offese

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Ezra Bayda, Essere zen Ezra Bayda, “Essere zen. Portare la meditazione nella vita“, Astrolabio Ubaldini, 2003.

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Secondo Ezra Bayda, i nostri problemi emotivi e fisici non sono ostacoli lungo il sentiero, ma il sentiero stesso. Quindi possiamo utilizzare tutto ciò che la vita ci porta per rafforzare la pratica quotidiana, compresa la nostra confusione. Dobbiamo semplicemente essere disposti a stare con le nostre esperienze, piacevoli o dolorose, ad aprirci alla realtà della nostra vita senza cercare di sistemare o di cambiare nulla. Ma per farlo è necessario affrontare le nostre paure e convinzioni più radicate, uscire dal bozzolo che ci protegge, lasciare questo surrogato di vita che ci siamo costruiti. Più cresce in noi questo atteggiamento di accettazione, più saremo liberi dalle paure, le delusioni, le autocritiche che ci paralizzano.

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[L’immagine è un fotomontaggio da foto di Anders Hellberg e di Daniel Tausis]
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