Il mio mal di schiena e i cinquemila anni di storia del dolore che ci parlano di connessione

Da qualche giorno ho un forte mal di schiena. Niente di grave, per fortuna, ma abbastanza fastidioso da farmi passare più tempo del solito a chiedermi: qual è il miglior atteggiamento mentale possibile di fronte a questo dolore? Come lo tratto? Come mi ci rapporto, invece di limitarmi a subirlo?
È in questo stato d’animo un po’ interrogativo che mi sono imbattuto in un articolo che mi ha subito colpito: , pubblicato su The Conversation da Lars Arendt-Nielsen, ricercatore dell’Aalborg University. Non parla di meditazione né di mindfulness. Parla di storia. Ma è proprio ripercorrendo la storia di come l’umanità ha inteso il dolore nei secoli che mi sono reso conto di qualcosa che riguarda molto da vicino anche la mia schiena di questi giorni.
Come abbiamo capito il dolore, nei secoli
L’articolo racconta un’evoluzione lunga migliaia di anni, e vale la pena ripercorrerla, perché dice molto su come siamo arrivati a pensare il dolore come lo pensiamo oggi.
- Gli antichi egizi attribuivano il dolore a forze esterne: dèi, spiriti malevoli, entità che agivano contro il corpo di chi soffriva. Curavano le ferite con miele e pelle di rana bollita nell’olio, ma la causa del male restava fuori di noi, non dentro.
- I greci, con Ippocrate, spostarono la spiegazione dentro il corpo, ma non nel sistema nervoso: nella teoria degli umori. Il dolore nasceva da uno squilibrio tra sangue, flemma, bile gialla e bile nera. Una spiegazione “interna”, certo, ma ancora lontanissima da quella che oggi chiameremmo biologia.
- Nel Medioevo il dolore cambia ancora natura, e diventa soprattutto morale e religioso. Molti cristiani credevano che “la sofferenza fosse una prova di fede”, scrive Arendt-Nielsen: conventi e monasteri, pur avendo accesso all’oppio, spesso sceglievano di non somministrarlo, perché la sofferenza sopportata era considerata virtuosa, quasi un merito spirituale.
- Con il declino dell’autorità religiosa arriva un’altra grande cornice, quella stoica: non è il dolore a dover essere controllato, ma la risposta che diamo al dolore. Un atteggiamento di “sopportazione silenziosa” (il toughing it out di cui parla l’articolo) che, a ben guardare, è ancora oggi il modo in cui moltissime persone – me compreso, in certi momenti – reagiscono d’istinto a un dolore fisico: stringere i denti, non lamentarsi, andare avanti.
- Solo con la scienza moderna arriviamo a ciò che sappiamo oggi: il dolore nasce dalle terminazioni nervose, dalla biologia del corpo. Non da un dio arrabbiato, non da un umore squilibrato, non da un peccato da espiare. Da un sistema nervoso che manda un segnale.
(Il quadro completo di questa evoluzione, dalle civiltà antiche alle moderne teorie sul dolore, è oggetto dello studio scientifico di Vincenot, Poisbeau, Morel-Ferland, Dumas e Léonard, “A 5000-year overview of the history of pain through ancient civilizations to modern pain theories“, pubblicato su Pain Reports nel 2025, a cui l’articolo di The Conversation fa riferimento.)
In questa rappresentazione interattiva, ho sintetizzato la storia delle teorie sul dolore secondo il paper sopra citato:
Se il dolore è “dentro di me”, perché lo sento comunque insieme agli altri?
Ecco il punto che mi ha fatto fermare a riflettere. Oggi sappiamo che il dolore non viene da fuori. Non da spiriti, non da dèi, non da colpe da scontare: viene da dentro, dal nostro sistema nervoso. E proprio per questo tendiamo a considerarlo un fatto squisitamente individuale, quasi privato. “È il mio dolore, nella mia schiena, e riguarda solo me.”
Ma è davvero così? Se ripercorro la storia che ho appena raccontato, mi accorgo che è vero l’esatto contrario. Il modo in cui provo dolore, in cui lo esprimo, in cui lo comunico agli altri – o decido di non comunicarlo – non l’ho inventato io. L’ho ereditato. Quando stringo i denti e non mi lamento, sto ripetendo (senza saperlo) un gesto che affonda le radici nello stoicismo antico. Quando mi sento quasi in colpa per il fastidio che provo, c’è forse un’eco lontanissima di quell’idea medievale per cui soffrire in silenzio sarebbe un merito. Il modo in cui sento il mio mal di schiena oggi è il risultato di migliaia di anni di cultura che mi hanno preceduto, anche se io non ne sono minimamente consapevole nel momento in cui lo provo.
E c’è di più. L’articolo di Arendt-Nielsen ricorda anche che le vocalizzazioni del dolore – il lamento, il sospiro, il grido – sono universali tra gli esseri umani, e servono proprio a rafforzare il legame tra le persone. Il dolore, insomma, per quanto lo viviamo “dentro” il nostro corpo individuale, è da sempre anche un segnale rivolto agli altri. Qualcosa che comunichiamo, che condividiamo, che ci lega.
Quindi il paradosso è questo: proprio nel momento in cui il dolore sembra la cosa più privata e incomunicabile che esista – nessuno può sentire il mio mal di schiena al posto mio – siamo in realtà profondamente in connessione con gli altri. Con chi ci ha preceduto e ha plasmato, culturalmente, il nostro modo di reagire. E con chi ci sta accanto oggi, a cui comunichiamo quel dolore, consapevolmente o no.
Cosa ne faccio, allora, del mio mal di schiena
Questo non è solo un esercizio storico o intellettuale. Mi aiuta concretamente a scegliere un atteggiamento mentale diverso di fronte al dolore che sto provando in questi giorni.
Nella tradizione buddhista che seguo da anni c’è un’immagine che ho sempre trovato illuminante, quella della “seconda freccia“: la prima freccia è il dolore fisico in sé, inevitabile se abbiamo un corpo. La seconda freccia è tutto ciò che la mente aggiunge sopra: il fastidio per il fastidio, la lamentela, l’irrigidimento, il “perché proprio a me”. Sapere – grazie all’articolo di The Conversation – che anche la forma della mia seconda freccia è in buona parte ereditata culturalmente, mi aiuta a guardarla con un po’ più di leggerezza. Non sono “io”, personalmente, ad aver inventato l’abitudine di stringere i denti in silenzio: è una eredità che posso scegliere di riconoscere, e in parte lasciare andare.
C’è anche un esperimento molto concreto, quello del cubetto di ghiaccio proposto da Kristin Neff: tenere in mano un cubetto di ghiaccio resistendo al disagio, e poi ripetere accogliendolo con gentilezza verso se stessi. La sofferenza, dice Neff, è il prodotto del dolore moltiplicato per la resistenza che gli opponiamo. Con la mia schiena sto provando a fare esattamente questo: non aggiungere resistenza al dolore che già c’è.
E infine, proprio perché ho capito che il dolore mi mette in connessione con gli altri più di quanto pensassi, ho smesso di trattarlo come qualcosa da nascondere o da minimizzare di fronte a chi mi sta vicino. Dirlo, con naturalezza, a chi mi vuole bene – “oggi ho la schiena a pezzi” – non è debolezza. È semplicemente onorare quello che il dolore è sempre stato, in ogni epoca della storia umana: un’esperienza che, pur abitando un corpo individuale, ci lega agli altri. Lo faccio con molta parsimonia, a dire il vero, perché in genere preferisco risparmiare agli altri le mie lamentele.
La mia schiena, per ora, fa ancora male. Ma la sto guardando con occhi un po’ diversi.
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