Meditare con l’aiutino: col ‘neurofeedback’ la tecnologia è al servizio della mindfulness

Anche la meditazione, specie nella sua versione “secolarizzata” che è la mindfulness, non sfugge al dominio inarrestabile della tecnologia. E così cominciano a proliferare dispositivi e servizi digitali di ogni tipo al servizio delle mindfulness. Oggi abbiamo, da un lato, un numero crescente di app, che si propongono quali strumenti a portata di mano per sviluppare la consapevolezza. La più famosa è Insight Timer, ma ce ne sono veramente di ogni tipo. Poi, dall’altro lato, cominciano a essere sviluppati dispositivi che si propongono come vere e proprie protesi del nostro corpo, nell’ipotesi che, a meditare, non ce la possiamo fare da soli.

Ho provato uno di questi aggeggi in occasione di una fiera tecnologica, la IDTechEx di Berlino. Qui sopra, all’inizio della pagina, potete vedere il video di questo esperimento.

Il dispositivo in questione si chiama Neurosphere, è stato sviluppato da una start-up tedesca e si propone quale strumento da utilizzare in ambito lavorativo, essendo in grado di “diminuire i livelli di stress, aumentando al contempo la creatività, l’empatia e le abilità cognitive, così come il benessere mentale ed emotivo”. Neurosphere si basa sul “neurofeedback”, ovvero un sistema che rileva le onde cerebrali, le interpreta e capisce quando la mente è realmente in uno stato che si può definire di meditazione. Ogni volta che la mente si trova in quello stato, il sistema restituisce all’utente un feedback, sotto forma di suono, in modo che la persona possa ritornare più facilmente in quello stato ogni volta che si distrae. Il neurofeedback si colloca all’interno della più ampia categoria del biofeedback.

Grazie al neurofeedback, la mente capisce più facilmente come rilassarsi e dunque è possibile raggiungere uno stato di rilassamento in modo “ottimale ed efficiente”.

L’uso di questi sistemi dovrebbe consentire di diminuire i livelli di stress sul lavoro, assieme a tutti i costi che tutto ciò comporta, in termini di assenze e inefficienze.

Strumenti analoghi sono già in commercio ed è possibile acquistarli su Amazon. Dunque si può dire che siano già tecnologie alla portata di tutti.

Senza volere necessariamente emettere un giudizio su questa tendenza, osservo che essa si colloca nell’ambito di un trend più generale, che qualcuno ha definito “soluzionismo”, ovvero la tendenza a credere che le tecnologie possano risolvere qualsiasi tipo di problema. D’altra parte, è fuori di dubbio che, da sempre, l’essere umano si serve di strumenti e protesi di ogni tipo per ampliare le proprie capacità, in ogni ambito.

Oggi si pone in modo particolare il problema di come relazionarci con la dimensione tecnologica, che è sempre più dominante in ogni aspetto della nostra vita. Molte tecnologie, specie quelle digitali, vengono progettate non tanto a partire dalle nostre motivazioni, per consentirci di soddisfarle, quanto dagli interessi di chi le offre. Capita dunque che veniamo attratti da tanti dispositivi e servizi, spinti dalle nostre motivazioni, ma poi va a finire che veniamo dirottati verso moti di utilizzarli che sono dannosi per il nostro benessere.

Ma ci sono anche tante tecnologie utili. Un esempio è quello delle app che monitorano l’attività fisica, incentivando a praticarla quotidianamente. Può darsi che i dispositivi come Neurosphere si rivelino effettivamente validi per rispondere a esigenze reali.

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