Meditare è esattamente come fare una telefonata a se stessi

Meditare è come fare una telefonata a se stessi. Gli amici e le persone a cui voglio bene voglio sentirle spesso, per sapere come stanno, che fanno e che passa loro per la testa. Più sono persone a cui tengo, più spesso li voglio sentire, possibilmente tutti i giorni. Chi non telefona almeno una volta al giorno alla persona amata?

Ecco, io credo che nei confronti di se stessi valga lo stesso criterio. Se ci vogliamo bene, se ci teniamo al nostro benessere, nel senso più autentico e profondo del termine, è importante sapere sempre come stiamo. Ma non è scontato, né banale.

Come mi sento adesso?

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Come stai? A questa domanda rispondiamo tutti “bene” o “abbastanza bene”, piuttosto meccanicamente. Se in quel momento siamo arrabbiati, o preoccupati, magari rispondiamo lo stesso “abbastanza bene”, per non agitare il naturale fluire della conversazione che seguirà. Ma tutto ciò che possiamo esprimere, anche a essere sinceri, è un’impressione sullo stato d’animo del momento. Perché siamo troppo presi a fare – fare e consumare – e non riusciamo mai realmente a fermarci abbastanza a lungo per osservarci “dentro”.

Come mi sento adesso? Quello che sto facendo in questo momento mi soddisfa veramente? Sto realizzando le mie aspirazioni più autentiche? Posso dire di essere felice? Sono domande importanti, le più importanti, forse le uniche domande che contino sul serio. Se vogliamo avere qualche risposta – e le risposte non possono che essere parziali e soprattutto provvisorie – devo per forza fermarmi.

Fermarsi e fare silenzio

Fermarsi significa sia fermarsi in senso stretto, sia fare silenzio. Se siamo presi a fare qualcosa, la nostra mente è in una modalità “operativa”, che è poco incline all’osservazione, se non in relazione strettamente necessaria con le finalità che sta perseguendo. Dunque dobbiamo creare dei periodi nei quali non facciamo niente. Fare silenzio è altrettanto importante. I continui “input” a cui ci sottoponiamo – sotto forma di visioni, letture, ascolti, conversazioni – catturano la nostra attenzione, non lasciandole lo spazio e l’agio per osservare bene e con calma in noi stessi.

Fermarsi e fare silenzio equivale a meditare. Io credo che il discorso potrebbe pure finire qui, perché già soddisfare a questi due requisiti equivale alla meditazione, per lo meno nel senso di “fare una telefonata a noi stessi” per sapere come stiamo.

Il primo ostacolo: guardarsi dentro

Se vogliamo andare un po’ oltre, è utile capire cosa significa guardare dentro se stessi. Da che parte dobbiamo guardare? Dov’è il dentro e dov’è il fuori? Questo è il primo ostacolo da superare, se non si è pratici di meditazione. La distinzione tra dentro e fuori è una mera convenzione. Diciamo “mi sento triste” e “questa cosa mi dà fastidio”, come se la tristezza fosse qualcosa che sta dentro di noi e il fastidio invece venisse dal di fuori. Ma si tratta in entrambi i casi di stati d’animo, di qualcosa che si genera nella nostra mente. Ecco, un modo per guardare “dentro” è quello di riconoscere l’importanza della nostra mente nel generare i nostri stati di benessere e malessere. Con l’esercizio quotidiano della meditazione si impara a fare questa cosa che di primo acchito può sembrare un po’ paradossale, ma non lo è: osservare la propria mente. Osservare la propria mente nelle sue varie manifestazioni – pensieri, stati d’animo, eccetera – equivale a guardarsi “dentro”, anche se nella realtà non c’è né un dentro né un fuori.

Il secondo ostacolo: il giudizio

Il secondo ostacolo è il più arduo. Quando ci sediamo da soli e in silenzio, cercando di non pensare a niente, capitano due cose spiacevoli. La prima è che ci rendiamo conto che non riusciamo a non pensare e dunque scatta quel senso di inadeguatezza che è oggi così diffuso: ci sentiamo incapaci, non all’altezza della situazione, inadatti. Ma questo non è vero, perché la mente per sua natura tende a vagare. Dunque l’esperienza dovrebbe essere assunta come una scoperta: mi sono seduto in silenzio, provando a non pensare, e ho scoperto che presto i pensieri si manifestano comunque e lo fanno da soli! È interessante no?

La seconda cosa spiacevole che succede è che, con l’osservazione da “dentro” di noi stessi, si svelano aspetti della nostra personalità che non ci piacciono, che ci sembrano meschini: pensieri cattivi, sentimenti avversivi, disagio esistenziale. Non c’è niente di strano, siamo umani! Col tempo si vedrà – ma serve un esercizio costante – che sedendoci in silenzio non troveremo altro che poche cose: il nostro corpo, le nostre sensazioni (vista, udito, olfatto, tatto, gusto), le nostre percezioni e le “formazioni” che si creano all’interno della mente, sotto forma di pensieri, sentimenti, desideri, ricordi, stati d’animo. Qualcuno ha catalogato le diverse formazioni mentali possibili, scoprendo che sono in realtà una varietà piuttosto limitata. Insomma, se riusciamo a non giudicarci, le cose si fanno molto più interessati.

Cosa c’entra telefonare?

Torniamo all’inizio del discorso. Ho parlato di fare una telefonata a se stessi. Il paragone me l’ha suggerito Mario Raffaele Conti, mio amico e compagno di sangha a Milano. Trovo che sia un’intuizione formidabile, perché calza a pennello. Se chiamo un caro amico e passiamo tutto il tempo della telefonata a parlare di politica o di sport, non si stabilirà tra di noi una relazione intima, che ci consenta di confidarci reciprocamente gioie e preoccupazioni. Questo nella meditazione equivale a pensare. Rimango seduto, in silenzio, ma penso a quello che farò domani, o a quello che mi ha detto stamattina mia moglie, senza capire realmente come sta il mio corpo, cosa mi passa per la mente, come mi sento, cosa mi fa stare bene e cosa mi fa stare male, cosa fa gioire le persone a me vicine e cosa le fa soffrire.

Se invece chiedo al mio amico: come stai? Come va al lavoro? Come va il tuo rapporto sentimentale? Sei contento di quello che fai? Le cose sono molto diverse. La telefonata mi consente di nutrire il rapporto di amicizia, di mantenere vivo tutto l’affetto che provo per quella persona. Così è nella meditazione. Devo spostare il centro del mio interesse dai contenuti del pensiero agli stati del corpo e della mente. Per “stati” intendo le condizioni che posso sperimentare al livello più elementare: il corpo sente calore, una vibrazione, una pressione; la mente è agitata, concentrata, calma, presa da una percezione, ecc. È tutto molto semplice, e infatti dobbiamo accostarci alla meditazione con lo spirito aperto del principiante, anziché con quello navigato dell’esperto, come suggeriva il maestro zen Shunryu Suzuki-roshi.

Dunque facciamola, ogni tanto, questa telefonata a noi stessi. Sapremo come sta il nostro interlocutore. E se c’è qualcosa che non va, sapremo da dove cominciare per prendercene cura.

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Per approfondire:
[La foto è di Tina Leggio, Stati Uniti]

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