Meditazione sulla Compassione basata su una poesia di Thich Nhat Hanh

meditazione sulla compassione

Questa meditazione sulla Compassione che sto per proporvi va dritta all’origine della Compassione stessa. Qual è l’origine della Compassione? Essa non può che scaturire da un atteggiamento di Equanimità rispetto a ciò che sta in noi e intorno a noi. L’Equanimità ci consente di osservare tutto da un punto di vista non egoico, non parziale, non alterato dai nostri desideri. E l’Equanimità, a sua volta, scaturisce da una presa di coscienza radicale del carattere impersonale di tutti i fenomeni.

Se questa spiegazione sintetica che vi ho fornito per spiegare la meditazione sulla Compassione non è immediatamente comprensibile, non vi preoccupate. Ci faremo aiutare da un maestro della semplicità come Thich Nhat Hanh, e in particolare dalla sua poesia più celebre: “Chiamami con i miei veri nomi“.

Prima dunque andatevi a leggere la poesia, di cui di seguito analizzeremo i contenuti. Poi passeremo alla meditazione sulla Compassione.

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Lezioni dalla poesia “Chiamami con i miei veri nomi”

La poesia “Chiamami con i miei veri nomi” è un ottimo fondamento per una meditazione sulla Compassione. Le prime due strofe ci introducono subito a un pensiero radicale, che ci invita a cambiare parametri di riferimento nel mostro modo di vedere le cose. Quando Thich Nhat Hanh parla di impossibilità della scomparsa fa riferimento a un concetto che ha ripetuto moltissime volte: non c’è nascita, non c’è morte, non c’è andare, non c’è venire, non c’è uguaglianza, non c’è differenza, non c’è un sé permanente, non c’è annientamento. C’è piuttosto una realtà in continuo movimento, dominata dalle leggi dell’impermanenza e della interdipendenza.

Se le cose stanno così, posso vedere me stesso/a in tante altre cose: dal germoglio all’uccellino, dal bruco al gioiello. Gioia e dolore sono due aspetti della medesima realtà, così come lo sono la morte e la rinascita in una diversa forma degli elementi.

Ma possiamo fare anche un passo oltre. Se accettiamo l’interdipendenza di tutte le cose, diventa possibile cominciare a lasciare andare la nostra tendenza alla discriminazione: buono e cattivo, giusto e sbagliato, innocente e colpevole, e così via. Sono tutti concetti, ancor più dei binomi nascita e morte, andare e venire, uguaglianza e differenza. Questo ci apre la mente a tal punto da riuscire perfino a vedere che il comportamento del pirata violento deriva probabilmente dalla sua stessa sofferenza.

Tale visione è così grandiosa che abbraccia tutto, come un fiume gonfio al punto di riempire tutti e quattro gli oceani. A questo punto il linguaggio stesso rappresenta un limite insostenibile. Il mio vero nome è il nome di tutte le infinite cose dalle quali dipende la mia esistenza. Siamo entrati in una dimensione nella quale l’apertura del cuore (e della mente) è totale. Non c’è più spazio per il giudizio, né per la discriminazione. A queste condizioni, la Compassione può manifestarsi realmente.

Perché dunque la Compassione scaturisce dall’Equanimità? Perché se riesco a vedere equanimemente che ogni fenomeno (ad esempio la violenta bramosia del pirata) deriva da tanti altri fenomeni indipendenti (ad esempio la sofferenza che il pirata stesso ha dovuto patire, l’ambente in cui è cresciuto, ecc.) capisco che tuttto è interconnesso. E se tutto è interconnesso giudicare serve a poco. Inoltre, chiamarsi fuori è molto difficile, perché anche noi siamo parte della stessa rete di interconnessione.

Tutto ciò non è facile da assimilare e da attuare. Per questo è necessaria una forte capacità di visione profonda. E per sviluppare la visione profonda è necessaria tanta pratica di meditazione. Questo è il motivo per cui propongo questo esercizio di meditazione sulla Compassione. In quanto esercizio non può essere risolutivo, ma comunque valido come esempio.

Meditazione sulla Compassione

Ecco di seguito il testo che propongo per la meditazione sulla Compassione. Trattandosi di una meditazione guidata, si adatta bene alla pratica di gruppo. Con l’aiuto della versione audio può anche ssere praticata individualmente.

Porto l’attenzione completamente al corpo.

Mi concentro sul respiro e lo osservo per quello che è, notando se è veloce, lento, superficiale, profondo, senza desiderare che sia diverso.

Sono consapevole dei molti elementi fisici che compongono il mio corpo.
Ad esempio le molte molecole organiche, proteine, carboidrati, DNA, RNA

Queste molecole prima che le ingerissi abitavano in molti altri esseri viventi,
che adesso sono parte di me.

In me ci sono molti altri esseri e io sono in molti altri esseri.

Il mio intestino, con la sua enorme colonia di batteri e funghi in costante comunicazione reciproca, rappresenta l’ecosistema più densamente popolato della Terra.

Io sono molto di più di quello che ho sempre creduto di essere.

Dentro di me la vita e la morte si rincorrono di continuo.
Ad ogni istante un enorme numero di cellule del mio corpo muore e un numero altrettanto grande nasce.

In me c’è la gioia e c’è il dolore.
Sono capace di provare la più grande felicità e anche la disperazione più profonda.
So che la gioia che provo adesso presto può trasformarsi in dolore e viceversa.

Se considero la gioia potenziale che è in me, vedo che viene da molto lontano.
E così per la disperazione che potrei provare in qualsiasi momento.

I miei genitori, e chi nella vita si è preso cura di me, hanno piantato nella mia coscienza molti semi diversi, pronti a germogliare in ogni momento.
I semi sono già presenti. Non c’è colpa o merito in quello che faccio.

Osservo questo mio corpo, dove convivono il piacere e il dolore.
Il mio corpo fatto di muscoli e di ossa, di nervi, di vene e di arterie,
ma anche di feci, di orina e muco.
Dove convivono la bellezza e la bruttura, il piacevole e lo spiacevole.

In me c’è tutto.
In tutte le altre persone c’è tutto.
In tutti gli esseri c’è tutto.

Per approfondire:

compassione

equanimità

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[La foto sulla meditazione sulla compassione è di Alexandr Podvalny, Ucraina]

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