Ajahn Chah – Cosa succede quando si porta l’attaccamento nella meditazione

attaccamento nella meditazione

Quello dell’attaccamento è un rischio che può presentarsi anche nell’atteggiamento che si assume nei confronti della meditazione. Ajahn Chah ci spiega in che modo avviene anche tra i praticanti più esperti.

I pericoli dell’attaccamento

Usare gli strumenti della pratica comporta fatica e sfide difficili. Dobbiamo contare sulla pazienza, la tolleranza e la rinuncia. Dobbiamo fare tutto da soli, sperimentare da soli, realizzare da soli. Quelli che hanno studiato molto, tuttavia, tendono a fare un sacco di confusione. Per esempio quando si siedono in meditazione, non appena la mente sperimenta un pochino di tranquillità, subito cominciano a pensare: “Ehi, questo deve essere il primo jhāna!” È così che lavora la loro mente. Ma questi pensieri, quando sorgono, rovinano quella tranquillità appena sorta. Poi passano a pensare che hanno raggiunto il secondo jhāna. Non pensate e non speculate su tutto. Non ci sono manifesti che annunciano il livello di samādhi che state sperimentando. La realtà è completamente diversa. Non ci sono segnalazioni come i cartelli stradali che vi indicano “questa strada va verso Wat Nong Pah Pong”. Non è così che io vedo la mente. Non fa proclami.

Sebbene un certo numero di esimi sapienti abbia dato la descrizione del primo, secondo, terzo e quarto jhāna, ciò che è scritto non è altro che pura informazione esteriore. Se veramente la mente entra in questi profondi stati di pace, non sa niente di queste descrizioni. Sa, ma ciò che sa non ha niente a che fare con la teoria che studiamo. Se i dotti si tengono stretti alle loro teorie e le trasferiscono nella loro meditazione sedendo e pensando: “Hmm… che sarà questo? È già il primo jhāna?” ecco, la pace è finita e non sperimenteranno più niente che abbia un vero valore. E perché? Perché c’è desiderio, e una volta che c’è attaccamento cosa succede? La mente esce immediatamente dallo stato meditativo. Perciò è importante che abbandoniamo completamente ogni forma di pensiero e di speculazione. Bisogna lasciarli completamente andare. Considerate solo il corpo, la parola e la mente e scavate a fondo nella pratica. Osservate il lavorio della mente, ma non trascinatevi dentro anche i libri di Dhamma altrimenti diventa tutto una gran confusione, perché niente in quei libri corrisponde esattamente alla realtà delle cose così come sono.

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La gente che studia molto, che è piena di conoscenze teoriche, generalmente non riesce bene nella pratica di Dhamma. Si impantana al livello della pura informazione. La verità è che il cuore e la mente non possono essere misurati su parametri esterni. Se la mente diventa tranquilla, lasciatela semplicemente essere tranquilla. Esistono dei livelli di pace molto profondi.

Personalmente io non ne so molto di teoria. Ero monaco già da tre anni, ma continuavo a chiedermi cosa fosse veramente il samādhi. Cercavo di pensarci e di raffigurarmelo durante la meditazione, ma la mente diventava sempre più agitata e distratta, ancora più di quanto lo fosse prima. Anzi, aumentò pure il numero dei pensieri. Quando non meditavo stavo più calmo. Ragazzi, era veramente difficile, esasperante!

Ma, sebbene incontrassi tanti ostacoli, non gettai mai la spugna. Semplicemente continuai. Quando non cercavo di fare qualcosa in particolare, la mente era relativamente a suo agio. Ma ogni volta che decidevo di concentrare la mente in samādhi, ne perdevo completamente il controllo. Mi chiedevo: “Ma che capita? Perché succede questo?”.

Più tardi cominciai a capire che la meditazione è paragonabile al processo del respiro. Se decidiamo di intervenire sul respiro, rendendolo leggero, profondo o solo ‘giusto’, vedremo che è difficile perfino respirare. Tuttavia se ce ne andiamo a fare una passeggiata e neppure siamo consapevoli dell’inspirazione ed espirazione, è una cosa rilassante. Perciò riflettei: “Ah, Forse è così che funziona! Quando, durante il giorno, ci si muove nelle faccende normali senza concentrare l’attenzione sul respiro, il respiro causa sofferenza? No, ci si sente semplicemente rilassati”. Ma se io mi sedevo e prendevo la forte determinazione di rendere la mente tranquilla, contemporaneamente davo spazio all’attaccamento e all’avidità. Quando cercavo di controllare il respiro per farlo diventare leggero o profondo, semplicemente mettevo in moto più stress di quanto ne avessi prima. Perché? Perché la forza di volontà che stavo usando era macchiata di attaccamento e avidità. Non sapevo ciò che stava capitando. Tutta quella frustrazione e fatica erano causate dal fatto che portavo nella meditazione l’attaccamento.

Da: Ajahn Chah, “Insegnamenti”, Edizioni Santacittarama, 2019.

[La foto sull’attaccamento nella meditazione è di Andrea Piacquadio, Ungheria]

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