
Contemplare il corpo con l’occhio della mente permette di coglierne impermanenza e insostanzialità, sciogliere l’attaccamento ai cinque aggregati e allentare progressivamente la sofferenza.
Ascolta una sintesi di questa lettura:
Quando dico di contemplare il corpo, alcuni affermano: « Che c’è da contemplare nel corpo? Tutti possono vederlo. Kesā, i capelli, possiamo già vederli. Lomā, i peli, possiamo già vederli. Capelli, peli, unghie, denti e pelle, tutte cose che possiamo già vedere. E allora? »
La gente è fatta così. Può vedere bene il corpo, ma ha la vista difettosa, non vede mediante Buddho, “Colui che Conosce”, il Risvegliato. Vede il corpo solo nel modo ordinario, lo vede visivamente. Vedere semplicemente il corpo non è abbastanza. Se vediamo solamente il corpo, ci sono problemi. Dovete vedere il corpo nel corpo, allora le cose diventano molto più chiare. Solo vedendo il corpo ne sarete ingannati, la sua apparenza vi affascinerà. Se non si vede la transitorietà, l’imperfezione e l’insostanzialità sorge kāmacchanda [il desiderio sensoriale]. Siete incantati dalle forme, dai suoni, dagli odori, dai sapori e dalle sensazioni. Vedere in questo modo significa vedere con gli occhi mondani della carne, che vi inducono ad amare e odiare, e a discriminare tra sensazioni piacevoli e spiacevoli.
Il Buddha insegnò che questo non è sufficiente. Dovete vedere con gli “occhi della mente”. Vedere il corpo all’interno del corpo. Se davvero guardate dentro il corpo, uh! È così repellente. In esso ci sono cose di oggi e cose di ieri tutte mischiate insieme, non si possono distinguere l’una dall’altra. Vedendo in questo modo, è tutto molto più chiaro di quel che si vede con l’occhio della carne.
Contemplate, vedete con l’occhio della mente, con l’occhio della saggezza. La gente capisce diversamente. Alcuni non comprendono cosa ci sia da contemplare nelle cinque meditazioni su capelli, peli, unghie, denti e pelle. Dicono che queste cose già riescono a vederle, ma possono vederle solo con l’occhio della carne, con questo “folle occhio” che guarda solo le cose che vuole vedere. Per vedere il corpo nel corpo dovete guardare con maggior chiarezza.
Questa è la pratica che può sradicare l’attaccamento ai cinque khandhā. Sradicare l’attaccamento è sradicare la sofferenza, perché l’attaccamento ai cinque khandhā è la causa della sofferenza. Se sorge la sofferenza, è qui che sorge. Non è che i cinque khandhā di per sé siano sofferenza, ma l’attaccamento a essi come se ci appartenessero, quella è sofferenza.
Se vedete con chiarezza la verità di queste cose per mezzo della pratica di meditazione, allora la sofferenza si allenta, come una vite o un bullone. Quando il bullone si allenta, si ritrae. La mente si allenta nello stesso modo, lasciando andare; ritirandosi dall’ossessione per il bene e per il male, per i possessi, per l’apprezzamento e per la posizione sociale, per la felicità e per la sofferenza.
Non conoscendo la verità di queste cose è come stringere la vite in continuazione. Si serra sempre più fino a quando, mentre sta per stritolarvi, soffrite per qualsiasi cosa. Quando sapete come stanno le cose, allentate la vite. Nel linguaggio del Dhamma questo si chiama nibbidā, disincanto. Diventate stanchi delle cose, non vi affascinano più. Se svitate in questo modo, troverete la pace.

La sofferenza nasce quando stringiamo la mente nell’attaccamento e nell’ossessione, e si dissolve quando, attraverso la consapevolezza, impariamo ad allentare la presa, lasciando andare e trovando pace nel disincanto.
Da: Ajahn Chah, “Insegnamenti”, Edizioni Santacittarama, 2019.
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