
Pazienza come fondamento della pratica meditativa: osservare l’irrequietezza senza reagire, trasformare le difficoltà in maestri e scoprire che la vera sofferenza nasce dalla mente, non dalle condizioni esterne.
La serenità e la tranquillità possono essere terribilmente noiose, e il risultato è che possono sorgere in noi molta irrequietezza e molti dubbi. L’irrequietezza è un problema comune perché il regno della sensorialità è un regno in agitazione, i corpi sono irrequieti, le menti sono irrequiete. Le condizioni cambiano in continuazione e ci si fa coinvolgere dalle reazioni al cambiamento senza poter fare altro che agitarsi.
L’irrequietezza deve essere completamente compresa per quello che è. La pratica non è solo usare la volontà per costringersi a stare sulla stuoia per la meditazione. Non è una prova per farvi diventare delle persone forti che devono vincere l’irrequietezza: questo comportamento non fa altro che rinforzare un punto di vista egoico. Si tratta, invece, di investigare davvero l’irrequietezza, notandola e conoscendola per quello che è. È per questa ragione che dobbiamo sviluppare la pazienza, una cosa che dobbiamo imparare e con la quale dobbiamo lavorare veramente.
Quando andai al Wat Pah Pong all’inizio non riuscivo a capire il laotiano. E in quegli anni Ajahn Chah era all’apice della sua forma fisica e ogni sera teneva insegnamenti che duravano tre-quattro ore. Poteva andare avanti, continuare e poi continuare ancora a parlare, e tutti lo amavano, era davvero un ottimo oratore, pieno d’umorismo, e tutti apprezzavano i suoi discorsi. Ma se non si riesce a capire il laotiano … !
Me ne stavo lì seduto a pensare: «Quando si fermerà? Sto sprecando il mio tempo». Mi arrabbiavo proprio. «Ne ho abbastanza, me ne vado». Però, non avevo il coraggio di farlo e, così, mi limitavo a stare lì seduto a rimuginare: «Me ne andrò in un altro monastero, ne ho abbastanza, non ho intenzione di sopportare ulteriormente questa cosa». E poi lui mi guardava – aveva il sorriso più radioso che avessi mai visto – e mi chiedeva: «Va tutto bene?». E tutta la rabbia che avevo accumulato durante quelle tre ore spariva completamente, di colpo.
È interessante, o no? Dopo essere stato lì seduto furente per tre ore, la rabbia se ne andava via, così, semplicemente. Feci voto di praticare la pazienza: in quel periodo avrei sviluppato la pazienza. Sarei andato a tutti i discorsi e rimasto seduto per tutto il tempo che riuscivo a reggere fisicamente. Presi la decisione di non perderne neanche uno e di non cercare di andare via, ma solo di praticare la pazienza.
Comportandomi in questo modo iniziai a capire che l’opportunità di essere paziente mi aiutava moltissimo. La pazienza è un fondamento davvero stabile della mia visione profonda e della mia comprensione del Dhamma. Senza di essa non avrei fatto altro che girovagare e andare alla deriva, come succede a molte persone. Tanti furono gli occidentali che arrivarono al Wat Pah Pong e poi se ne andarono perché mancavano di pazienza. Non volevano essere pazienti e starsene seduti durante insegnamenti che si protraevano per tre-quattro ore. Volevano andare dove avrebbero potuto ottenere l’Illuminazione all’istante, e sbrigarsi velocemente, questo desideravano.
Quando a guidarci su un sentiero spirituale sono desideri egoistici e ambizioni, non saremo in grado di apprezzare davvero le cose così come sono. Se riflettevo sulla mia vita al Wat Pah Pong e la contemplavo realmente, capivo che si trattava di un’ottima situazione: c’era un buon maestro, cibo a sufficienza, buoni monaci, i laici erano molto generosi e gentili, e si era molto incoraggiati a praticare il Dhamma. Era il massimo che si potesse desiderare, una magnifica opportunità, ma molti occidentali non erano in grado di apprezzarla perché avevano la tendenza a pensare: «Questo non mi piace, io non voglio questo, dovrebbe essere altrimenti, dovrebbe essere come penso e come sento, non voglio essere disturbato da questo e da quello».
Ricordo che salii fino al monastero di Tam Sang Phet, che in quegli anni era un luogo molto tranquillo e isolato, e andai a vivere in una caverna. Un uomo del villaggio costruì per me una piattaforma, perché al fondo della caverna c’era un grande pitone. Una sera stavo seduto sulla piattaforma al lume di candela, era davvero inquietante e la luce proiettava delle ombre sulle rocce: era strano.
Me ne stavo seduto lì quando cominciai a spaventarmi davvero e, poi, all’improvviso, sussultai. Alzai lo sguardo e proprio sopra di me c’era un enorme gufo che mi guardava. Sembrava grandissimo – non saprei dire se fosse veramente così grande, ma alla luce della candela sembrava proprio enorme – e mi stava guardando. Pensai: «Che motivo c’è per essere così spaventato?». E cercai di immaginare scheletri e fantasmi, o la dea Kalì con le zanne e il sangue che colava dalla sua bocca, oppure mostri enormi con la pelle verde, e cominciai a ridere perché tutto stava diventando ridicolo. Capii che non ero affatto spaventato.
In quei giorni ero un monaco giovane, senza grande esperienza, e una sera Ajahn Chah mi portò alla festa di un villaggio. Se ricordo bene, c’era anche Bhikkhu Satimanto. Eravamo tutti praticanti molto seri, non volevamo aver nulla a che fare con frivolezze e stupidaggini di qualsiasi genere e, ovviamente, l’ultima cosa che avremmo desiderato era andare a una festa di villaggio, occasioni in cui tutti amano molto le casse acustiche.
Come che sia, Ajahn Chah portò me e Satimanto a quella festa, e fummo costretti a stare seduti per tutta la notte a sentire i discorsi dei monaci al chiasso degli altoparlanti! Continuai a pensare: «Oh! Voglio tornarmene nella mia caverna: i mostri con la pelle verde e i fantasmi sono molto meglio di tutto questo». Notai che Satimanto, che era estremamente rigoroso, sembrava davvero arrabbiato, contrariato e molto infelice. Ci limitammo a stare seduti lì, con aria avvilita. Pensai: «Perché Ajahn Chah ci fa fare queste cose?».
In seguito, fui io stesso che cominciai a comprendere la situazione. Mi ricordo che stavo lì a pensare: «Mi sto arrabbiando per tutto questo. È poi così terribile? Quello che è davvero terribile è il modo in cui sto trasformando le cose, è la mia mente a essere in uno stato proprio miserevole. «Casse acustiche e rumori, distrazioni e sonnolenza possono essere sopportati, ma è questa cosa orribile della mia mente che vuole andarsene via, che prova odio e risentimento, a essere davvero triste!».
Quella sera fui in grado di vedere quanta sofferenza riuscisse a creare la mia mente per cose che potevano essere sopportate. Ricordo che si trattò di una visione profonda davvero chiara: a essere doloroso era ciò che pensavo, quella era davvero la sofferenza. All’inizio criticavo la gente, gli altoparlanti, lo scompiglio, il rumore e il disagio. Pensavo che quelli fossero i problemi. Poi compresi che non era così, era la mia mente a essere tormentata.
Se riflettiamo sul Dhamma e lo contempliamo, impariamo proprio dalle situazioni che ci piacciono meno, sempre ammesso di avere la volontà di farlo.
Da: Ajahn Sumedho, “Così com’è”, Edizioni Santacittarama, 2023.
Per approfondire:
L’impermanenza nel buddhismo: una guida pratica per abbracciare il cambiamento
[La foto sulla pazienza è di ROMAN ODINTSOV, Sri Lanka]
Libri di Ajahn Sumedho
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