
Ignoranza come origine della sofferenza: l’identificazione con i fenomeni condizionati crea attaccamento, mentre la meditazione rivela impermanenza e consapevolezza, aprendo alla libertà del momento presente.
Il Buddha disse che l’origine di ogni sofferenza risiede nell’ignoranza: è perciò importante prendere in considerazione che cosa davvero volesse intendere con “ignoranza”. La maggioranza degli esseri umani vive come se loro stessi fossero veramente le loro abitudini, i loro pensieri, le loro sensazioni e i loro ricordi. Non usano il loro tempo né colgono l’opportunità di guardare la loro vita, per osservare e riflettere su come funzionano questi fenomeni condizionati.
Che cos’è un fenomeno condizionato? Il corpo che sta con noi, le emozioni e le sensazioni, le percezioni della mente, i concetti e la coscienza della sensorialità: questi sono i fenomeni condizionati, le condizioni. Un fenomeno condizionato è un qualcosa di aggiunto e di composto, che sorge e svanisce, non è la realtà increata, non-nata, non-originata.
Gli esseri umani utilizzano la religione per tentare di tornare a quella realtà ultima che si trova al di là dei cicli della nascita e della morte, la saggezza sovramondana o lokuttara paññā. Il Nirvana o Nibbāna è l’esperienza di quella realtà trascendente. Si verifica all’improvviso quando conosciamo la Verità, non studiando le Scritture in lingua pāli o un libro zen, ma grazie all’esperienza diretta.
In genere, concepiamo la Verità come se fosse un qualcosa, il Nibbāna come uno stato sereno della mente o una specie di esperienza estatica. Tutti noi abbiamo provato un qualche tipo di felicità e, perciò, ci piace pensare al Non-Nato, al Non-Creato, al Non-Originato come a un’esperienza felice. Il Buddha, però, fu molto attento a non descrivere mai la Realtà Ultima o il Nibbāna: non ne parlò mai molto. La gente vuol sapere cosa sia, scriverci libri, fare congetture sulla sua natura, ma questo è proprio ciò che il Buddha non fece.
Sottolineò, invece, la conoscenza diretta delle condizioni che cambiano, una conoscenza alla quale possiamo pervenire mediante la nostra stessa esperienza del momento presente. Non si tratta di credere a qualcun altro. Si tratta di conoscere nel momento presente che tutto quello che sorge, svanisce.
Per tale motivo prestiamo questo tipo di attenzione nella nostra vita: essere vigili e notare che tutto quello che sorge, svanisce, e che qualsiasi condizione della nostra mente o del nostro corpo è solo un fenomeno condizionato, sia esso una sensazione di piacere o di dolore, un sentimento o un ricordo, ciò che vediamo, un suono, un odore, un sapore o un oggetto tattile, interno o esterno.
È importante riflettere su ciò che “ignoranza” vuol dire davvero in base al significato che il Buddha indicò in quanto origine di ogni sofferenza. “Essere ignoranti” significa che ci identifichiamo con questi fenomeni condizionati, considerandoli come “io” o “mio”, oppure come qualcosa che non vogliamo sia “io” o “mio”. Ci siamo fatti l’idea che dobbiamo riuscire a trovare una condizione permanentemente piacevole, che dobbiamo raggiungere, ottenere un qualcosa che non abbiamo. Potete notare, però, che il desiderio presente nella vostra mente è un movimento alla ricerca di qualcosa e, perciò, rappresenta una condizione mutevole che sorge e svanisce: è non-sé. L’espressione “non-sé” (anattā) non è una specie di mantra da recitare per sbarazzarsi delle cose, ma un effettivo penetrare all’interno della vera e propria natura di tutti i desideri.
Se osservate attentamente, con grande pazienza e umiltà, iniziate a vedere che il creato sorge dal Non-Creato e torna nel Non- Creato: scompare e non resta nulla. Se fosse davvero voi stessi e vi appartenesse davvero, permarrebbe, o no? Se fosse davvero vostro, dove potrebbe andare? In una specie di magazzino della personalità? Quell’idea e qualsiasi altra cosa possiate concepire è, invece, un fenomeno condizionato che sorge e svanisce. Ogni volta che cercate di concettualizzare voi stessi, ogni concetto o memoria di voi stessi come questo o quello, si tratta solo di un fenomeno condizionato della vostra mente. Non è ciò che siete, voi non siete una condizione della vostra mente. Dolore, disperazione, amore e felicità sono, perciò, tutte condizioni della mente e sono, tutte quante, non-sé.
Notate che quando nella vita soffrite, provate scontentezza: perché? Avviene a causa di qualche attaccamento, di qualche idea riguardo a voi stessi o a qualcun altro. Una persona che amate muore e vi dispiace per lei e per voi, pensate ai bei momenti che avete trascorso insieme e dimorate in essi, creando ulteriori condizioni della mente. Forse vi sentite in colpa perché non siete stati con lei sempre generosi e amorevoli: anche questa è una condizione della mente. Avete un ricordo, percepite quella persona come se fosse in vita, ma proprio quell’idea di una persona è una percezione della mente, non è una persona, vero? Ricordate un qualcuno che è ancora vivo, con il quale desiderereste vedervi proprio ora: è una condizione della mente. Oppure ricordate qualcun altro che è defunto e che non rivedrete mai più: è di nuovo una condizione della mente.
La meditazione buddhista è un modo di osservare tutte le condizioni della mente, per investigarle e vedere cosa sono, invece di credere in esse. La gente vuole credere: quando una persona che vi è vicina muore, qualcun altro deve dirvi: «Oh! È andato in paradiso da Dio Padre» o «sta vivendo tra le delizie del paradiso Tusita». Dicono cose di questo genere e, così, provate piacevoli percezioni mentali: «Bene, ora so che mia nonna è felice lassù, nei regni celesti, che danza con gli angeli». Poi un altro ancora vi dice: «Sai, ha fatto delle cose davvero terribili, probabilmente si trova nell’inferno e brucia nelle fiamme eterne!». E allora iniziate a preoccuparvi per lei e forse anche per voi, che potreste finire lì: ma pure questa è solo una percezione della mente. Paradiso e inferno sono fenomeni condizionati. Altrettanto avviene se pensate a dieci anni fa … si tratta di una condizione della mente che sorge e svanisce, ed è sorta perché siete stati voi stessi a suggerirvelo. Un tale fenomeno condizionato dipende da un altro fenomeno condizionato, il ricordo è ciò che abbiamo sperimentato e il futuro è sconosciuto.
Chi è che conosce, però, i fenomeni condizionati nel momento presente? Non riesco a trovarlo: c’è solo il conoscere, e il conoscere può sapere tutto quello che è ora presente: piacevole e spiacevole, ipotesi sul futuro o ricordi del passato, identificazioni di voi stessi con questo o quello. Siete voi a creare voi stessi e il mondo nel quale vivete: perciò, non potete davvero biasimare nessun altro. Se lo fate, è perché siete ancora ignoranti: Colui che Conosce noi lo chiamiamo “Buddha”, ma questo non significa che “Buddha” sia un fenomeno condizionato. Non equivale a dire che questa statua da noi chiamata Buddha sappia tutto, ma che Buddha è il conoscere. La meditazione buddhista vuole proprio dire essere consapevoli, non divenire un Buddha.
L’idea di diventare un Buddha è fondata su fenomeni condizionati: pensate di essere un qualcuno che in questo momento non è Buddha e, al fine di diventarlo, dovete leggere dei libri per scoprire come si fa. Questo significa, ovviamente, che è necessario lavorare davvero sodo per vincere le caratteristiche che non corrispondono a quelle del Buddha. Naturalmente, siete lontani dall’essere perfetti: vi arrabbiate, provate avidità, siete dubbiosi e timorosi. Un Buddha non è certo così, perché il Buddha è Colui che Conosce e, perciò, conosce meglio! Così, per diventare un Buddha dovete sconfiggere queste cose, dissimili dalle caratteristiche del Buddha, e tentare di ottenere le qualità che gli sono tipiche, come la compassione e tutte le altre. Ecco, queste sono tutte creazioni della mente! In questo modo creiamo dei “Buddha” perché crediamo nelle condizioni della mente. Ma queste ultime creano solo falsi Buddha, non sono veri Buddha. Non sono Buddha saggi, sono solo fenomeni condizionati della nostra mente.
Finché continuerete a pensare a voi stessi come a una persona che deve fare qualcosa per divenire qualcos’altro, sarete ancora in una trappola, in una condizione della mente che ritiene di essere un sé, e non capirete bene mai niente. Non importa per quanti anni praticherete la meditazione, non capirete mai davvero l’insegnamento, non centrerete mai il bersaglio. Il modo diretto di vedere le cose adesso – qualsiasi cosa sorga, svanisce – non significa che state gettando via tutto. Vuol dire che state osservando in un modo nuovo, mai utilizzato in precedenza. State osservando dalla prospettiva di quello che c’è qui e ora, invece di cercare qualcosa che qui e ora non c’è. Così, se entrate nel tempio pensando: «Devo trascorrere quest’ora alla ricerca del Buddha, tentando di divenire qualcosa, provando a vincere questi brutti pensieri, a stare seduto e praticare duramente per diventare ciò che dovrei diventare. Sì, farò così, me ne starò qui seduto e cercherò di sconfiggere delle cose e di tenermi saldamente ad altre … ». La meditazione praticata in questo modo è davvero uno sforzo immane e, sempre, un fallimento.
Però, se entrate nel tempio e vi limitate a essere consapevoli delle condizioni della mente, vedrete in prospettiva il desiderio di divenire, di vincere, di fare qualcosa o la sensazione di non riuscirci. Oppure, anche, l’idea di essere una persona esperta o qualsiasi altra cosa. Inizierete a vedere che qualsiasi cosa sperimentiate è una condizione mutevole e non-sé. State osservando dalla prospettiva del Buddha, invece di fare qualcosa per diventare un Buddha. Quando parliamo di sati, di consapevolezza, è questo che intendiamo.
Il Buddha Gotama era una persona la cui saggezza proveniva dall’osservazione della natura, dei fenomeni condizionati della mente e del corpo. Questo, anche ora, non è impossibile per nessuno di noi. Abbiamo una mente e un corpo, e tutto quel che dobbiamo fare è guardarvi dentro. Non è necessario avere un qualche particolare potere per farlo, né, per una qualche ragione, i nostri tempi sono diversi da quelli del Buddha Gotama. Il tempo è un’illusione indotta dall’ignoranza. Ai tempi del Buddha Gotama la gente non era affatto diversa da ora: nelle persone c’erano bramosia, odio e illusione, un “io”, delle presunzioni e delle paure esattamente come avviene oggi. Se cominciate a pensare alle dottrine buddhiste, ai vari livelli dei traguardi spirituali, non farete altro che ritrovarvi in uno stato di dubbio. Non controllate la vostra situazione del momento in base a un elenco contenuto in un libro: conoscete da voi stessi, finché non ci sarà più alcuna condizione del corpo e della mente a ingannarvi.
La gente mi dice: «Non riesco a fare tutto questo, sono solo una persona normale, un laico, mi rendo conto di non poterlo fare, per me è troppo». Io rispondo: «Se ci pensi non riesci a farlo, questo è tutto. Non pensarci, fallo e basta». Il pensiero non fa altro che trascinarvi nel dubbio. Le persone che pensano alla vita non riescono a fare nulla. Se vale la pena di farlo, fatelo. Quando vi sentite depressi imparate dalla depressione, quando vi ammalate imparate dalla malattia, quando siete felici imparate dalla felicità: nel mondo, queste sono tutte opportunità per imparare. Continuare ad ascoltare in silenzio e a osservare deve diventare un modo di vivere … poi comincerete a comprendere i fenomeni condizionati. Non c’è niente di cui aver paura. Non c’è nulla che dobbiate avere che già non abbiate, non c’è neppure niente di cui sbarazzarsi.
Da: Ajahn Sumedho, “Così com’è”, Edizioni Santacittarama, 2023.
Per approfondire:
L’impermanenza nel buddhismo: una guida pratica per abbracciare il cambiamento
[La foto su tutto quello che sorge svanisce è di Jessica Lewis 🦋 thepaintedsquare, Stati Uniti]
Libri di Ajahn Sumedho
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