Chistina Feldman – Il significato di vacuità nel Buddhismo

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La vacuità è uno dei pilastri del Buddhismo. In questo brano, Christina Feldman ce ne spiega significato e implicazioni, in modo non solo comprensibile, ma anche utile per la vita di ciascuno di noi.

La parola vacuità, sulle prime, può sembrarci deprimente e senza vita. Immaginiamo stanze vuote, spazi vuoti, una vita priva di vitalità e di colori. Equipariamo la vacuità all’assenza, alla privazione. È una parola che può darci un brivido di paura, perché immaginiamo una vita priva di significato, di direzione o di connessione. Ma i grandi mistici e maestri di tutti i tempi hanno messo la comprensione della vacuità al centro di una vita di libertà e di compassione. Lo scrittore e studioso Peter Oppenheimer descrive la vacuità come “probabilmente la più grande ricchezza che sia dato possedere, perché fornisce la scena in cui possono svolgersi l’avventura, la scoperta e la creatività”.

Vacuità non vuol dire rigetto della vita, ma la fine di tutti i concetti secondo cui tutto ciò che appare ha un’esistenza fissa e separata, voi inclusi. La vacuità non è la cessazione della vita, ma del fraintendimento e della confusione. Il Buddha ha descritto la vacuità come la saggezza nata dallo sradicamento dell’illusione o delle opinioni errate. La causa della sofferenza non è il mondo con tutti i suoi mutamenti, le sue tragedie, le sue perdite e la sua sofferenza. La causa della sofferenza è credere che, al centro di questa rete di eventi, ci sia un sé durevole che viene diminuito e danneggiato da ciò che non può controllare. La causa della sofferenza è la credenza in me e nel mio, in te e nel tuo, nell’io e nel tu, e nella rigida separazione fra i due. La sofferenza nasce dalla frenetica attività dell’attaccamento e dell’avversione, che dimostra la nostra credenza nella separazione. Le difese sono il lato visibile della nostra credenza in un sé. Nell’insegnamento della liberazione e della compassione si viene continuamente incoraggiati a chiedersi se questa credenza risponda a verità.

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Nel Genio Koan, il maestro Zen Dogen ha detto:

“La meditazione è studiare il sé. Studiare il sé è dimenticare il sé. Dimenticare il sé è essere risvegliati da tutte le cose. Essere risvegliati da tutte le cose è lasciar cadere il corpo e la mente propri e altrui”.

Per tutta la vita il Buddha incoraggiò i suoi allievi a prendere il loro posto sotto un albero e a contemplare in questo modo: “Questo non sono io, questo non mi appartiene, questo non è ciò che io sono”. E una contemplazione che va dritta al cuore di tutta la sofferenza e il dolore, un’indagine radicale che sconvolge la maggior parte dei presupposti che hanno governato e diretto le nostre vite. La liberazione della mente attraverso la comprensione della vacuità è l’intuizione che tutto ciò che nasce e muore è vuoto di sé.

La storia dell’io è stata centrale per tutta la nostra vita. Consciamente e inconsciamente, il senso dell’io governa e detta le nostre risposte a tutte le situazioni e le esperienze che incontriamo. Consumiamo un’enorme quantità di energia nel tentativo di creare un mondo in cui l’io si senta al sicuro, e quindi un mondo fatto di alleati e di nemici. Una volta sistemati i dettagli del nostro mondo esterno in modo da appagare l’io, abbiamo davanti a noi il progetto interminabile di correggere e perfezionare i nostri corpi, menti e cuori affinché siano anch’essi il più possibile soddisfacenti.

La storia dell’io include il corpo, i sentimenti, la mente, le percezioni e la volontà. La storia dell’io si solidifica intorno a tutti gli avvenimenti e le esperienze che avete vissuto, creando un passato ed anche un futuro. Voi date agli avvenimenti, agli oggetti e alle esperienze il potere di causare dolore e piacere, e così facendo il senso dell'”altro” diventa sempre più solido. I nomi e i concetti che usate per definire ogni cosa nel vostro mondo interno ed esterno convalidano l’indipendenza e la solidità di questi ultimi. Nonostante gli innumerevoli cambiamenti che avete attraversato nel corso della vostra vita, vi accostate al mondo e interagite con esso dalla prospettiva di un sé indipendente e costante. Tutto ciò di cui il vostro corpo-mente fa esperienza all’esterno viene visto come altro, che a sua volta possiede un’autoesistenza indipendente.

La credenza che il mondo dell’altro sia separato da voi stessi è il presupposto della credenza che l’altro debba essere o temuto o desiderato. Così inizia una vita di lotte, sia per inseguire che per sfuggire. Rincorrete tutto ciò con cui vi identificate in quanto piacevole e gratificante — il corpo perfetto, la relazione perfetta, lo status perfetto, l’esperienza perfetta — credendo che il suo possesso garantirà il rafforzamento e la sicurezza dell’io. Temete ed evitate tutto ciò che avete deciso essere minaccioso — persone e oggetti spiacevoli, e l’esperienza dell’invecchiamento, della malattia e della morte — credendo che possa disintegrare l’io. Questo è il mondo della sofferenza che ha una causa e può avere una fine.

Non vi viene chiesto di rinunciare al mondo, ma di liberarvi dalla tirannia delle credenze che vi separano dalla vita e dalla libertà e compassione che sono possibili. Potete far entrare nel vostro cuore l’esame “Questo non sono io, questo non mi appartiene, questo non è ciò che io sono”. Potete iniziare a percepire la liberazione e l’illimitata vastità nate dall’autentica comprensione della natura della vacuità. Il sentiero della liberazione vi invita a tradurre queste parole in una comprensione intuitiva e sperimentale. Essere vuoti vuol dire smettere di essere pieni di coscienza di sé. La comprensione della vacuità non elimina l’io, ma trasforma il vostro modo di essere presenti nella vostra vita.

Se introduceste queste riflessioni in uno qualunque dei momenti che avete vissuto oggi, potreste avere un’intuizione della trasformazione radicale cui esse possono dar luogo. Richiamate alla mente un istante in cui vi siete sentiti disperati, arrabbiati o spaventati o in cui avete fatto esperienza di una mente inquieta o di un corpo dolorante. Che succede se considerate quell’esperienza come appartenente a voi, come ciò che voi siete? Forse percepite l’immediatezza con cui il vostro cuore e la vostra mente iniziano a tendersi e a contrarsi per la lotta che sorge da quelle credenze. Ora sentite che cosa accade se considerate la stessa esperienza come non-voi, non-vostra, non-ciò che voi siete. Il mondo di biasimo, paura e lotta svanisce man mano che svanisce l’identificazione. Ciò non significa che la schiena smetterà di farvi male o che la mente smetterà di pensare. Non significa che smetterete di prendervi cura o di rispondere a tutto ciò che vi chiede cura e risposte. Ma può significare che smetterete di lottare e di soffrire. Comprendere la vacuità è una porta aperta su una vita di partecipazione, scaturita da un cuore che non si separa più dalla vita.

Il significato di vacuità nel Buddhismo

Sul piano intellettuale, non è difficile capire la vacuità. Se vi sedeste e guardaste le vostre fotografie dall’inizio della vostra vita, sarebbe evidente che il sé che credete di essere oggi è diverso dal sé di cinque, dieci o venti anni fa. Attraverso queste immagini potete seguire le tracce della vostra metamorfosi da neonato, a bambino, ad adolescente e identificare i vari ruoli che avete assunto in fasi diverse della vostra vita. Ricorderete, forse con un po’ d’imbarazzo, le certezze e le opinioni che hanno accompagnato quelle identità. Quand’eravate un estremista, un figlio dei fiori o un aspirante presidente, eravate convinti che le vostre opinioni e la vostra identità fossero eterne.

Il modo in cui vi vedete in questo momento può essere completamente diverso dalla vostra esperienza di voi stessi di ieri o persino di poche ore fa. Il sé scontento che si è alzato dal letto per fare colazione può essere stato sostituito dal sé entusiasta e pieno di speranze apparso all’ora di pranzo, solo per poi tramutarsi nel sé stanco e dubbioso dell’ora di cena. Le condizioni della vostra mente, del vostro corpo, del vostro cuore e della vostra vita sono in uno stato di continuo cambiamento. Vi sforzate eroicamente di trovare stabilità e di fermare la vita attaccandovi a qualunque cosa vi rafforzi e resistendo a qualunque cosa vi minacci. Dite: “Questo sono io, questo mi appartiene, questo è ciò che io sono”. Ma nel dinamico intreccio di condizioni del momento presente, non c’è nulla che abbia un’esistenza indipendente. Senza narratore non c’è storia; senza storia non c’è narratore. Senza un io, non c’è un tu; senza un tu, non c’è un io. Il pensatore e il pensiero sorgono e vengono meno insieme. Il suono e l’ascoltatore, la sofferenza e il sofferente, l’esperienza e lo sperimentatore, tutto sorge e viene meno insieme.

In questo mutevole flusso di condizioni ed eventi niente resta fermo, niente ha un’esistenza indipendente, niente rimane statico. Non c’è niente che possiamo chiamare io o mio. Nell’insegnamento del Buddha tale comprensione — diretta, esperienziale e profonda — viene chiamata la comprensione della vacuità. Negli anni successivi alla morte del Buddha, molto prima dell’avvento delle immagini e delle statue, egli veniva per lo più rappresentato con immagini di vacuità: una serie di impronte sulla sabbia, una capanna vuota, un seggio vuoto sotto un albero.

Ciascuna cosa che potete vedere, sentire, toccare e sperimentare ha un albero genealogico di condizioni la cui origine resterà sempre irreperibile. La carta su cui sono stampate queste parole non è che un’espressione momentanea di una combinazione di condizioni: alberi, cartiere, operai, terra, sole, semi. Ciascun componente di questa genealogia ha a sua volta la propria genealogia.

Potreste contemplare un fiore e vederlo nella sua intemporalità. Se lo scomponeste, avreste fra le mani una foglia, uno stelo, un petalo: nessuno di essi, in sé, potrebbe essere chiamato rosa, eppure tutti insieme formano una rosa. Il vostro corpo di questo momento nasce da innumerevoli condizioni e così la vostra mente, le vostre emozioni, i vostri pensieri, opinioni e percezioni.

Ogni cosa che sperimentate e pensate in questo momento fa parte di una nuova genealogia, che chiamate il futuro. Questo momento è padre del momento successivo. Riflettendo sulle mutevoli condizioni della vita, potete cominciare a rendervi conto che non c’è in realtà né inizio né fine. Ogni cosa sorge da una corrente continua di condizioni e si reimmerge in essa. Non appena riuscite a rinunciare, anche solo per un po’, agli interminabili e vani tentativi di fermare la vita, cominciate a trovare un po’ più di agio nella vostra esistenza. Non appena cominciate a lasciar andare, anche solo per un po’, la credenza che questo sono io, mi appartiene ed è ciò che io sono, cominciate a scoprire un maggior senso di libertà. Contemplando la vita e cominciando a rendervi conto che niente di ciò che incontrate è intrinsecamente desiderabile o temibile, potete uscire dal ciclo perpetuo di inseguimento ed elusione. Siete in grado di aprirvi ad ogni istante così com’è invece che smarrirvi nell’apparenza delle cose.

La comprensione della vacuità non respinge né riduce la gioia e la tragicità del mondo, che sono pienamente reali. Non è un rifiuto del mondo delle apparenze. La comprensione della vacuità vi rende liberi di partecipare e cooperare nel mondo con compassione ed amore. Hui Neng, un grande maestro cinese, ha detto:

“La vacuità include il sole, la luna, le stelle e i pianeti, la vasta terra, le montagne e i fiumi, tutti gli alberi e le erbe, gli uomini cattivi e quelli buoni, le cose cattive e quelle buone, il paradiso e l’inferno: tutto è all’interno della vacuità.

La comprensione della vacuità non vuol dire ripudiare o disprezzare il mondo delle apparenze. Anzi, essa apre il vostro cuore alla sofferenza, allo sforzo e alla vulnerabilità di tutti gli esseri. Da tale apertura nasce l’anelito di alleviare la sofferenza. Dalla saggezza della vacuità nasce la compassione.

Da: Christina Feldman, “Compassione. Ascoltare le grida del mondo“, La Parola, 2007.

[La foto è di Dom J]

Compassione. Ascoltare le grida del mondo

Christina Feldman, Compassione
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La saggezza e la compassione cui anelate con la più profonda intensità non verranno trovate al di fuori del vostro corpo, della vostra mente, del vostro cuore o della vostra storia, ma al loro interno. Comprendendo profondamente la loro natura, arrivate a comprendere la natura di tutti i corpi, menti e cuori. I concetti di me e te, di sé ed altro, si dissolvono all'interno di una profonda comprensione della vacuità.

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