Bhikkhu Anālayo – Cosa sono i cinque impedimenti e come superarli

cinque impedimenti

Superare i cinque impedimenti è di cruciale importanza per ogni tipo di pratica meditativa. In questo brano Bhikkhu Anālayo illustra i diversi metodi che nel tempo sono stati elaborati per riconoscerli e gestirli.

I cinque impedimenti sono il desiderio dei sensi, l’avversione, l’indolenza o torpore, l’irrequietezza o preoccupazione, il dubbio. Il Satipaṭṭhāna Sutta fornisce precise istruzioni per la loro contemplazione:

Se in lui è presente il desiderio dei sensi, sa “c’è desiderio dei sensi in me”; se il desiderio dei sensi non è presente, sa “non c’è desiderio dei sensi in me”; e sa come può sorgere il desiderio dei sensi non ancora sorto, come il desiderio dei sensi può essere eliminato e come il sorgere del desiderio dei sensi eliminato può essere prevenuto in futuro. Se in lui è presente l’avversione, sa … se in lui è presente l’indolenza-torpore, sa … se in lui è presente l’irrequietezza-preoccupazione, sa … Se in lui è presente il dubbio, sa “c’è il dubbio in me”; se il dubbio non è presente, sa “non c’è il dubbio in me”; e riconosce come può sorgere il dubbio non ancora sorto, come il dubbio può essere eliminato e come il sorgere del dubbio eliminato può essere prevenuto in futuro.

L’uso del termine “impedimento” (nīvaraṇa) indica chiaramente il motivo per cui queste qualità mentali sono ritenute degne di speciale attenzione: perché “impediscono” alla mente di funzionare in maniera ottimale. Sotto l’influsso degli impedimenti non è possibile capire qual è il proprio bene o il bene degli altri, né raggiungere la concentrazione o la visione profonda. Imparare a sostenere l’impatto di un impedimento con consapevolezza è dunque un’abilità importante per il progresso sul sentiero. Secondo i discorsi, le difficoltà a tener testa a un impedimento sono un buon motivo per cercare consiglio da un meditante esperto.

I cinque impedimenti includono in realtà sette qualità mentali distinte.  Il fatto di essere raggruppate in una classificazione quintuplice si deve probabilmente alle somiglianze, per effetti e per carattere, fra indolenza (thīna) e torpore (middha), e fra irrequietezza (uddhacca) e preoccupazione (kukkucca).  Secondo i commentari, il modello quintuplice consente di associare ciascun impedimento a uno dei cinque fattori mentali necessari per raggiungere l’assorbimento (jhāna-aṅga).

Gli impedimenti non ostacolano solo il raggiungimento dell’assorbimento, ma ostruiscono i fattori del risveglio (bojjhaṅga).  Il rapporto antagonistico fra gli impedimenti e i fattori del risveglio è di notevole importanza, dato che l’eliminazione dei primi e la coltivazione dei secondi sono condizioni necessarie per la realizzazione.

Le similitudini per illustrare il carattere specifico dei cinque impedimenti

Due serie di similitudini nei discorsi illustrano il carattere e l’effetto specifico dei cinque impedimenti. La prima serie descrive l’effetto di ciascun impedimento con l’immagine di un recipiente pieno d’acqua usato per specchiarvi il proprio volto. Secondo queste similitudini, l’effetto del desiderio dei sensi è come acqua mescolata a un pigmento colorato; l’avversione somiglia ad acqua riscaldata fino al punto di ebollizione; l’indolenza-torpore è paragonata all’acqua ricoperta di alghe; l’irrequietezza-preoccupazione turba la mente come il vento che increspa l’acqua; e il dubbio è come un’acqua scura e fangosa.  In tutti i casi, non è possibile vedere bene il proprio riflesso nell’acqua. Queste similitudini illustrano vividamente il carattere peculiare di ciascun impedimento: il desiderio dei sensi colora la percezione; l’avversione fa ribollire; l’indolenza-torpore porta alla stagnazione; l’irrequietezza-preoccupazione agita; il dubbio oscura.

L’altra serie di similitudini illustra l’assenza degli impedimenti. Essere liberi dal desiderio dei sensi è come aver estinto un debito; la libertà dall’avversione è come guarire da una malattia; non essere ostacolati da indolenza-torpore è come uscire di prigione; essere liberi dall’agitazione data dall’irrequietezza-preoccupazione è come emanciparsi dalla servitù; vincere il dubbio è come attraversare sani e salvi un pericoloso deserto.  Questa seconda serie di similitudini presenta i seguenti paragoni per illustrare la presenza degli impedimenti: il desiderio dei sensi che turba la mente è come essere indebitati fino al collo; la tensione creata dalla avversione è una vera e propria malattia; l’indolenza-torpore ottunde e imprigiona la mente; l’irrequietezzapreoccupazione può dominarla al punto da tenerci in completa balìa; il dubbio ci lascia nell’insicurezza, senza punti di riferimento.

Dato che la prima serie di similitudini illustra gli impedimenti dal punto di vista del loro effetto debilitante, mentre la seconda descrive il sollievo che si prova a esserne liberi, possiamo dire che queste serie corrispondono alle due possibili modalità di questa contemplazione: essere consapevoli della presenza oppure dell’assenza degli impedimenti.

L’importanza del riconoscimento dei cinque impedimenti

Secondo i discorsi, se un impedimento è presente e non lo si riconosce si sta “mis-meditando”, una forma di pratica che il Buddha non approva. Se invece lo si riconosce e si contempla l’impedimento come una meditazione satipaṭṭhāna, la pratica avrà come effetto la purificazione della mente.

Un passo dell’Aṅguttara Nikāya dimostra l’importanza di riconoscere chiaramente le corruzioni mentali per quello che sono. In questo discorso, il monaco Anuruddha si lamenta con il suo amico Sāriputta del fatto che, nonostante i livelli di concentrazione raggiunti, l’energia indomita e la consapevolezza ben consolidata, non ha ancora raggiunto la piena realizzazione. Per tutta risposta Sāriputta gli fa notare che vantarsi dei risultati raggiunti nella concentrazione è semplice presunzione, l’indomita energia non è altro che irrequietezza, il cruccio di non aver ancora ottenuto il risveglio una forma di preoccupazione. Con l’aiuto dell’amico che gli fa riconoscere gli impedimenti come tali, Anuruddha riesce a superarli e in breve tempo ottiene la realizzazione.

La tecnica del puro riconoscere rappresenta un metodo ingegnoso per trasformare gli ostacoli in oggetti di meditazione. Praticata così, la semplice consapevolezza di un impedimento diventa la via di mezzo fra la repressione e l’indulgenza. Svariati discorsi illustrano bene l’efficacia di questa semplice presa di coscienza narrando come Māra il tentatore, che di frequente incarna i cinque impedimenti, perde il suo potere non appena viene riconosciuto.

L’intelligenza di questo approccio si può dimostrare prendendo ad esempio in considerazione la rabbia da un punto di vista medico. Un moto d’ira aumenta il rilascio di adrenalina, che a sua volta stimola la rabbia. La qualità non reattiva di sati interrompe il circolo vizioso. Se ci si limita a rimanere ricettivamente consapevoli del sentimento di rabbia, non si lascia spazio né alla reazione fisica, né alla proliferazione mentale. Se, viceversa, si lascia lo stato equilibrato della consapevolezza e si rifiuta o condanna la rabbia, l’attività stessa di condannarla diventa semplicemente una nuova manifestazione di avversione. Il circolo vizioso della rabbia continua, anche se l’oggetto è cambiato.

Una volta eliminati gli impedimenti, sia pure temporaneamente, assume rilievo l’altro aspetto della contemplazione: essere consapevoli della loro assenza. In molte esposizioni della via graduale, l’assenza degli impedimenti è il punto di partenza di una serie causale che porta dall’apprezzamento, alla gioia, alla tranquillità, alla felicità (pāmojja, pīti, passaddhi, sukha), alla concentrazione e all’assorbimento. L’istruzione, in questo contesto, è “osservare la scomparsa dei cinque impedimenti dentro di sé”. Ciò indica un atto positivo di riconoscimento e perfino di celebrazione per l’assenza degli impedimenti, che spiana la strada alla concentrazione profonda. Questo deliberato gesto di riconoscimento e celebrazione per l’assenza degli impedimenti è illustrato vividamente nella seconda serie di similitudini che paragona la condizione di libertà mentale raggiunta alla libertà dai debiti, dalla malattia, dalla prigione, dalla schiavitù e dal pericolo.

Svariati discorsi definiscono “radioso” un siffatto stato di tranquillità della mente, temporaneamente non perturbata da nessuno degli impedimenti o delle corruzioni. Secondo un passo dell’Aṅguttara Nikāya, giungere a conoscere questa natura radiosa della mente è un importante requisito per la coltivazione mentale (cittabhāvanā).

Condizioni per la presenza o l’assenza di un impedimento

Al primo stadio, in cui si riconosce la presenza o l’assenza di un impedimento, segue il secondo stadio di questa contemplazione: la consapevolezza delle condizioni che hanno portato al sorgere di un impedimento, che aiutano a eliminare un impedimento presente e che prevengono che un impedimento si ripresenti in futuro (vedi figura). Il compito di sati in questa seconda fase segue uno schema progressivo, che va dalla diagnosi, alla cura, alla prevenzione.

I due stadi della contemplazione dei cinque impedimenti

I due stadi della contemplazione dei cinque impedimenti

Trasformando un impedimento in oggetto di meditazione, la semplice presenza della consapevolezza può spesso dissipare l’impedimento in questione. Se la pura consapevolezza non dovesse bastare, occorrono antidoti più specifici. In questo caso sati avrà il compito di sovrintendere alle attività volte a eliminare l’impedimento, fornendo un quadro chiaro della situazione reale senza rimanere coinvolta e quindi senza perdere la prospettiva distaccata che la caratterizza come punto di osservazione avvantaggiato.

Riconoscere chiaramente le condizioni per il sorgere di un particolare impedimento non è solo il presupposto per poterlo eliminare, ma consente anche di capirne la più generale dinamica sottostante. Questa comprensione mette in luce i livelli di condizionamento e di distorsione percettiva che portano alla nascita di un impedimento, contribuendo perciò a prevenirne la ricorrenza.

Il riequilibrio quale antidoto al desiderio dei sensi

L’osservazione sostenuta rivelerà il fatto che pensare frequentemente o insistere su un particolare argomento produce una inclinazione mentale corrispondente e quindi una tendenza a restare impigliati in altri pensieri e associazioni della medesima natura. Nel caso del desiderio sensuale (kāmacchanda), ad esempio, diverrà ovvio che il suo manifestarsi non è dovuto solo agli oggetti esterni, ma anche a un’inclinazione alla sensualità radicata nella propria mente. Questa tendenza influisce sul modo di percepire gli oggetti esterni portando al sorgere del desiderio vero e proprio e al tentativo di gratificarlo in qualche modo.

La peculiare dinamica del desiderio dei sensi è tale per cui, ogni volta che lo si gratifica, l’atto di gratificazione fomenta successive manifestazioni ancora più intense del medesimo desiderio. Con l’osservazione distaccata diventa chiaro che la gratificazione del desiderio sensuale si basa su una percezione distorta, sul cercare il piacere nel posto sbagliato. Come il Buddha ha mostrato, la via della pace e dell’equilibrio interiore dipende necessariamente dal rendersi indipendenti dal vortice del desiderio e della gratificazione.

Un passo nell’Aṅguttara Nikāya offre un’interessante analisi psicologica delle cause latenti del desiderio sensuale. Secondo questo discorso, la ricerca di soddisfazione attraverso un partner dell’altro sesso è collegata all’identificazione con le caratteristiche e il comportamento del proprio sesso. Ossia, ricercare l’unione esternamente implica che si è ancora fissati sulle limitazioni della propria identità di genere. Ciò mostra che l’investimento affettivo inerente all’identificarsi con il proprio ruolo e comportamento di genere costituisce un anello importante nel sorgere del desiderio sensuale. Viceversa gli arahant, che hanno eliminato anche le tracce più sottili di identificazione, sono incapaci di avere rapporti sessuali.

Così come il sorgere del desiderio dei sensi può essere analizzato in base alle sue motivazioni psicologiche, anche l’assenza del desiderio sensuale dipende da una gestione intelligente degli stessi meccanismi psicologici. Una volta usciti, almeno temporaneamente, dal circolo vizioso della continua richiesta di soddisfazione, diventa possibile coltivare alcune forme di riequilibrio della valutazione percettiva. Se insistere eccessivamente su aspetti della bellezza esterna ha comportato frequenti accessi di passione, la contemplazione diretta agli aspetti meno attraenti del corpo potrà condurre a un progressivo attenuarsi di quegli stati.

Esempi di tale pratiche di riequilibrio si trovano fra le meditazioni satipaṭṭhāna, in particolare la contemplazione della costituzione anatomica del corpo e di un corpo in decomposizione. In aggiunta a queste, il contenimento dei sensi, la moderazione nel mangiare, la vigilanza e la consapevolezza della natura impermanente di tutti gli eventi mentali sono utili misure per prevenire il sorgere del desiderio sensuale.

La gentilezza amorevole quale antidoto all’avversione

Approcci analoghi sono appropriati per gli altri impedimenti, consistenti nell’adottare forme di riequilibrio rispetto alle condizioni che tendono a stimolare il sorgere di un particolare impedimento. Nel caso dell’avversione (byāpāda), spesso un dettaglio irritante o ripugnante ha ricevuto indebita attenzione. L’antidoto a quella percezione unilaterale è ignorare le qualità negative della persona che suscita irritazione e prestare attenzione alle qualità positive che è possibile riscontrarvi. Non prestando più attenzione alla cosa, o riflettendo sull’inevitabilità della retribuzione karmica, diventa possibile sviluppare l’equanimità.

Un rimedio importante per la tendenza alla rabbia e all’avversione è la coltivazione della gentilezza amorevole (mettā). Secondo i discorsi, sviluppare la gentilezza amorevole aiuta a stabilire relazioni armoniose non solo con gli altri esseri umani, ma anche con gli esseri non umani. In questo contesto, il concetto di “esseri non umani” può anche essere inteso in senso psicologico, come una rappresentazione di disturbi psicologici soggettivi. Effettivamente, la gentilezza amorevole contrasta sentimenti patologici di alienazione e bassa autostima, e costituisce quindi un fondamento importante per un’efficace meditazione di visione profonda.

La gentilezza amorevole non è solo un valido preliminare alla pratica della meditazione di visione profonda, ma può anche contribuire direttamente alla realizzazione. Secondo il Buddha, la peculiaritaà della meditazione di gentilezza amorevole da lui insegnata sta nel combinarla con i fattori del risveglio, così da legare direttamente la gentilezza amorevole al progresso verso la liberazione. Svariati discorsi collegano la pratica della gentilezza amorevole in particolare al passaggio dallo stadio dell’entrata nella corrente a quella del non ritorno. Chiaramente, i vantaggi della coltivazione della gentilezza amorevole non si limitano alla sua funzione di antidoto alla rabbia e all’irritazione.

Antidoti all’indolenza e al torpore

Per tornare agli altri impedimenti, un antidoto all’indolenza (thīna) e al torpore (middha) è sviluppare la “lucidità della cognizione” (ālokasaññā). Nei discorsi e nel Vibhaṅga, “lucidità della cognizione” sembra alludere allo sviluppo della chiarezza mentale. I commentari prendono l’espressione più alla lettera e suggeriscono di ricorrere alla luce, vuoi da una fonte esterna, vuoi da un’immagine mentale.

Tale “lucidità della cognizione” interviene con l’ausilio della presenza mentale e della chiara coscienza (sampajāna), che mettono in campo due qualità essenziali del satipaṭṭhāna come rimedio all’indolenza-torpore. Questo ci riporta al concetto che talvolta il satipaṭṭhāna è sufficiente di per sé a contrastare un impedimento. Lo stesso vale nel caso del desiderio sensuale, dove la contemplazione delle parti anatomiche o di un cadavere può fungere da antidoto. Ciononostante, bisogna tener presente che nel Satipaṭṭhāna Sutta l’accento non è sul contrastare attivamente gli impedimenti, ma sul riconoscere chiaramente un impedimento insieme alle condizioni associate alla sua presenza o assenza. Misure più attive sono il dominio del retto sforzo, un altro fattore del nobile ottuplice sentiero.

Il sorgere di indolenza-torpore può essere provocato da insoddisfazione, noia, pigrizia, sonnolenza dovuta a un eccesso di cibo e da uno stato mentale depresso. Un antidoto efficace in questo caso è un’applicazione sostenuta di energia. L’Aṅguttara Nikāya dedica un intero discorso all’impedimento del torpore, suggerendo un ventaglio di rimedi. Innanzitutto, restando presumibilmente nella postura formale di meditazione, si può provare a contrastare il torpore cambiando tema di meditazione, oppure riflettendo su un passo degli insegnamenti del Buddha o recitandolo. Se non dovesse funzionare, ci si può tirare i lobi delle orecchie, massaggiare il corpo, alzare, spruzzare gli occhi con acqua e sollevare lo sguardo al cielo. Se il torpore dovesse persistere, si dovrebbe praticare la meditazione camminata.

Antidoti all’irrequietezza e alla preoccupazione

Nel caso opposto, quando si manifestano irrequietezza (uddhacca) e preoccupazione (kukkucca), bisogna sviluppare i fattori che portano a un incremento della calma e della stabilità. Qui la consapevolezza del respiro spicca come metodo particolarmente efficace per calmare l’attività discorsiva della mente. In aggiunta, sono appropriati alla situazione tutti gli altri soggetti per la meditazione di quiete, oltre ad incrementare il livello generale di calma e raccoglimento nel corso delle attività quotidiane.

Secondo i discorsi, talvolta l’irrequietezza-preoccupazione può sorgere in conseguenza di uno sforzo troppo energico. Qui un atteggiamento meno ambizioso nei riguardi della pratica può aiutare a rimediare alla situazione. In relazione all’irrequietezza, in particolare, si consiglia anche di astenersi da conversazioni stimolanti, dato che facilmente possono tradursi in lunghe discussioni che ne favoriscono il sorgere. Il manifestarsi della preoccupazione si associa spesso al senso di colpa, come quando si prova rimorso per aver compiuto un’azione nociva. Di conseguenza, mantenere un livello impeccabile di condotta etica contribuisce enormemente a prevenire il sorgere di questo impedimento. I discorsi, inoltre, collegano la “preoccupazione” del monaco a un’imperfetta comprensione del Dhamma e descrivono come venga alleviata da un’istruzione o una spiegazione del Buddha.

Antidoti al dubbio

Per quanto riguarda l’ultimo dei cinque impedimenti, una chiara distinzione fra ciò che è salutare o appropriato e ciò che è non salutare o inappropriato serve a rimuovere il blocco causato dal dubbio (vicikicchā). Questo blocco ha un notevole peso, perché senza una chiara coscienza di ciò che è salutare o non salutare non è possibile superare avidità, rabbia e illusione. L’impedimento del dubbio gioca un ruolo non solo nello sviluppo della visione profonda, ma anche nel contesto della meditazione di quiete. Ciò si evince dall’Upakkilesa Sutta, un discorso che si occupa principalmente della concentrazione, in cui il dubbio è in cima a una lista di ostacoli mentali all’esperienza dell’assorbimento.

La capacità di distinguere fra salutare e non salutare necessaria per vincere il dubbio può crescere con l’aiuto del fattore del risveglio “investigazione dei dhamma” (dhammavicaya). Ciò indica che in un’ottica buddhista il superamento del dubbio non è questione di credenza o di fede. Piuttosto, il dubbio si supera con un processo di indagine che porta alla chiarezza e alla comprensione.

I diversi fattori che indeboliscono o inibiscono gli impedimenti secondo i commentari

Superare i cinque impedimenti è di cruciale importanza per ogni tipo di pratica meditativa. A questo scopo i commentari elencano una serie di fattori utili per superare o inibire ciascun impedimento (per un elenco vedi la tabella che segue). Con la crescita delle abilità meditative diventa possibile disperdere gli impedimenti non appena vengono riconosciuti, con la stessa rapidità con cui una goccia d’acqua evapora quando cade su una padella bollente. Il fattore di importanza cruciale ai fini dell’eliminazione di un impedimento, lentamente o rapidamente, è sati, dato che senza consapevolezza della presenza o del sorgere di un impedimento si può far poco per prevenirlo o eliminarlo. Il compito del riconoscimento consapevole è il tema centrale della contemplazione degli impedimenti.

Desiderio dei sensi
  • conoscenza generale e meditazione formale sul carattere non attraente del corpo
  • contenimento dei sensi
  • moderazione nel mangiare
  • buoni amici e conversazioni appropriate
Avversione
  • conoscenza generale e meditazione formale sulla gentilezza amorevole
  • considerare le conseguenze karmiche dei propri atti
  • consuetudine alla saggia riflessione
  • buoni amici e conversazioni appropriate
Indolenza + torpore
  • mangiare meno
  • cambiare postura di meditazione
  • chiarezza mentale / percezione della luce – recarsi all’esterno
  • buoni amici e conversazioni appropriate
Irrequietezza + preoccupazione
  • buona conoscenza dei discorsi
  • chiarimento dei discorsi attraverso domande – conoscere bene i principi etici
  • frequentare anziani esperti
  • buoni amici e conversazioni appropriate
Dubbio
  • buona conoscenza dei discorsi
  • chiarimento dei discorsi attraverso domande – conoscere bene i principi etici
  • forte impegno
  • buoni amici e conversazioni appropriate

Da: Bhikkhu Anālayo, “Satipaṭṭhāna. Il cammino diretto”, Edizioni Santacittarama, 2020.

(Per adattare il testo alla lettura su web sono stati aggiunti neretti e titoli dei paragrafi)

[L’originale della foto ritoccata sui cinque impedimenti è di Monstera]

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