Corrado Pensa – I tre segni dell’esistenza: dukkha, anicca e anattā

Hamish Irvine, Three

Se siamo praticanti di consapevolezza e del Dharma, sappiamo quanto sia frequente essere considerati strani a causa dell’interesse e dell’impegno che portiamo a questa attività: stare seduti immobili a coltivare l’impulso, il nudo intento di tornare e ritornare al mistero della consapevolezza. Sappiamo che la relativa pace mentale che da ciò deriva è solo un prodotto collaterale e non certo lo scopo della pratica, che è piuttosto la visione profonda o vipassanā. Occorre il lavoro di sati e di mettā per passare da una visione oscurata dall’ignoranza, avijjā, a una visione resa chiara dalla consapevolezza.

La chiara visione di che cosa? La fondamentale risposta classica è: chiara visione delle tre caratteristiche fondamentali dell’esistenza, ovvero dukkha, anicca e anattā. Dukkha è sofferenza, insoddisfazione. Dietro a un successo, dietro a una soddisfazione, dietro a una gratificazione, non di rado c’è la paura del momento in cui questo stato positivo finirà. Infatti anche tra picchi di soddisfazione ci saranno valli di insoddisfazione, e anche questa è dukkha. La seconda caratteristica dell’esistenza, o segno, è l’impermanenza, il cambiamento continuo: anicca. E, infine, il non sé, anattā, la dottrina che si oppone al concepire l’io come un’entità solida e separata.

Da notare che la comprensione dei tre segni non è un fatto solo intellettuale ma è un qualcosa che richiede che essi siano ‘realizzati’. Infatti, per esempio, realizzare l’impermanenza significa accorgersi attimo per attimo del cambiamento continuo, che può essere anche per il meglio e non necessariamente per il peggio.

‘Meditare’ in tibetano si dice con una parola che vuol dire ‘divenire familiari’ e un lama, di cui non ricordo il nome, ne illustrava così il significato: “Defamiliarizzarsi da quello che non è salutare”.

Pervenire alla compiuta realizzazione dei tre segni equivale a dire liberazione; e anche questa può essere una parola bella ma misteriosa. Liberazione da che cosa? Soprattutto dagli inquinanti mentali E in proposito vorrei fare qualche precisazione: i tre inquinanti maggiori, cioè attaccamento, avversione, confusione o ignoranza, non possono sopravvivere allorché la consapevolezza-comprensione sia divenuta costante. Altra caratteristica della liberazione è inoltre lo stabilizzarsi delle tre forme di amore equanime: mettā (gentilezza amorevole), karunā (compassione) e muditā (la gioia per la gioia degli altri). Se invece il potere è in mano all’attaccamento, all’avversione e alla confusione-ignoranza, la vita non potrà che essere dukkha. sofferenza, disagio e insoddisfazione.

Immaginiamo alcuni nostri attaccamenti ricorrenti e rischiosi, per cose, persone o idee di come le cose e le persone dovrebbero essere, attaccamento, quest’ultimo, particolarmente forte. C’è un deficit di intelligenza da parte nostra quando crediamo in questo genere di pensieri. La pratica significa, anche e molto, entrare in contatto con il disappunto o l’avversione che nascono dall’attaccamento frustrato e rendersi conto di quanto questa reazione avversiva sia frequente.

“Il meteo aveva detto che sarebbe stata una bella giornata e piove!”: è una frase che esprime scontentezza e insoddisfazione. Direte che è una piccola cosa, ma la nostra giornata media è intessuta di piccole cose.

A un certo punto, queste frequenti frustrazioni non possono che farci sentire sempre più confusi e la confusione-ignoranza diventa ‘matrice di altri inquinamenti. Infatti l’intento di coltivare la consapevolezza, la meditazione e la gentilezza amorevole non di rado si insabbia in quella certa inerzia che ci abita. E fino a quando in noi comanderà 1’inerzia, avremo sempre parecchia resistenza ad accettare la verità del cambiamento continuo di tutto, ovvero l’impermanenza. Non avvedendoci, tuttavia, che, in questo modo, bendiamo gli occhi del cuore e della mente e alimentiamo la nostra sofferenza, invece di alleviarla prendendocene cura.

Quanto al “non sé”, anattā, potremmo scoprire che questo io, che è concepito da noi come solido e separato, a tutt’oggi non è stato ancora trovato! E, inoltre, potremmo scoprire che questa costruzione mentale, l’io, è causa di problemi senza fine. Tanto che si ricorda quel monaco molto gioviale di Sri Lanka che, nel pochissimo inglese che sapeva, aveva messo il Dharma in una pillola: “No self, no problem!”. E giù allegre risate tutte le volte che lo diceva.

Da: Corrado Pensa, Neva Papachristou, “Affrettati piano. Il cammino interiore e la meditazione di consapevolezza: una strada per la felicità”, Astrolabio Ubaldini, 2018.

Per approfondire:

dukkha

anicca

anattā

Meditazione Vipassana

Corrado Pensa – Testi sulla meditazione, libri, biografia e frasi

Affrettati piano. Il cammino interiore e la meditazione di consapevolezza: una strada per la felicità

Corrado Pensa, Affrettati piano
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Page Count: 274
Un invito a dedicarsi senza indugio alla pratica della consapevolezza, o mindfulness, e a coltivare con pazienza il patrimonio di amore e saggezza che risiede nel cuore di ogni donna e di ogni uomo.Corrado Pensa è socio fondatore e, insieme a Neva Papachristou, insegnante guida dell’A.Me.Co. (Associazione per la Meditazione di Consapevolezza Vipassanā).
[La foto è di Hamish Irvine, Regno Unito]

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