Corrado Pensa – L’importanza dell’equanimità nel cammino interiore

importanza dell'equanimità

Corrado Pensa ci spiega come l’equanimità, fondamento di virtù come compassione e fiducia, si intrecci con la pratica del Dharma per una trasformazione interiore profonda.

Potremmo paragonare li cammino interiore a un diamante; non soltanto perché è molto prezioso, ma anche perché, a somiglianza di un diamante, o di un gioiello, si presenta con una serie di sfaccettature, e queste sfaccettature scivolano l’una nell’altra. Allo stesso modo nella pratica del Dharma non abbiamo parti distinte, ma un insieme che possiamo guardare da una finestra o da un’altra, da una faccia o da un’altra, come avviene appunto con un diamante: un unico oggetto con tante sfaccettature.

Possiamo iniziare dalla sfaccettatura che si chiama equanimità o non attaccamento. La prima cosa che mi sembra utile sottolineare è che l’equanimità, al pari di tutte le altre virtù e qualità importanti per la trasformazione e la purificazione interiore, ha molti gradi, non è qualcosa di statico come possiamo tendere a immaginare (soprattutto se non siamo addentro a una pratica spirituale). In primo luogo è qualcosa che ha tanti gradi, e in secondo luogo può essere addestrata, può essere coltivata, è oggetto di tirocinio, così come la pazienza, li coraggio, la fiducia e le altre virtù. L’insegnamento del Dharma sottolinea con forza questa possibilità di coltivare e addestrare le virtù fondamentali, e questa sottolineatura così frequente è essa stessa alimento di fiducia. La fiducia, la speranza: sentirsi dire che queste cose sono possibili, che è possibile coltivare questi strumenti così importanti, perché capaci di effettuare la trasformazione.

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Chi pratica da tempo sa che anche un piccolo, un minimo approfondimento di equanimità dà una gioia particolare, una gioia particolare perché è una gioia che intuisce la libertà interiore che l’equanimità, tra le altre cose, ci porta. Vedere in un altro praticante un cambiamento in direzione di una maggiore equanimità, rispetto a un suo modo di essere precedente, può darci un momento di quella che si chiama gioia compartecipe. Praticando abbiamo cominciato a percepire l’importanza capitale dell’equanimità, e vederne un po’ di più in noi, vederne un po’ di più in un altro, ci rallegra letteralmente, mentre se rimane un concetto astratto non ci può rallegrare.

La parola equanimità, così come viene correntemente usata, dà un’idea piuttosto vaga e generica di quello di cui si parla nel cammino interiore. Quando viene pronunciata la parola equanimità si pensa in genere a un atteggiamento che non si deprime nella cattiva sorte e non si esalta nella buona sorte. Certo questa è una cosa di estrema importanza ed è equanimità, ma la ricchezza, la complessità, la difficoltà, la bellezza dell’equanimità si comprendono soltanto nell’arena dell’esperienza della pratica spirituale. Quindi, basarsi sull’accezione corrente di certe parole può non aiutare o può semplicemente indicare la direzione, e solo sino a un certo punto.

Non è infrequente che una persona digiuna di pratica interiore, davanti alla sottolineatura dell’importanza della equanimità, fatta da un altro un po’ più addentro a queste cose, possa rimandargli quello sguardo che dice: «Tutto qui?», perché si basa appunto sull’accezione corrente della parola equanimità. Gli equivalenti occidentali dell’equanimità hanno avuto un destino ancora più problematico: nella sapienza greca, soprattutto stoica, e poi in quella cristiana antica, l’equanimità si definisce con il termine apátheia. Dalla apátheia greca è venuto l’italiano apatia, e inoltre la traduzione latina e italiana di apátheia è impassibilità, una parola che forse crea ancora più problemi di equanimità, perché né equanimità né impassibilità evocano quell’elemento fondamentale di tenerezza, quella fondamentale apertura del cuore che deve essere intessuta dentro l’equanimità.

Non potrebbe certo essere che così, se, per restare in campo cristiano, un Padre importante come Evagrio, dice: «L’apátheia genera l’amore». Guardando invece al buddhismo, virtù come la benevolenza (metta), la compassione (karunā) e la gioia compartecipe (mudita) non sono ritenute autentiche es non sono fondate sull’equanimità, su upekkhā. Dunque l’equanimità deve avere quello che possiamo chiamare un «cuore caldo», altrimenti non è equanimità. Sono state tentate delle innovazioni rispetto a questi termini tradizionali, ad esempio nella spiritualità cristiana da un certo punto in poi si parla di «santa indifferenza». Ma non sono sicuro che sentendo questa espressione non si pensi: sarà santa, ma è sempre indifferenza!

Questa contiguità tra equanimità e calore, questa reciproca coesistenza di equanimità e calore, la vediamo meglio nel campo della relazione. Una relazione nel segno della reattività e dunque dell’avversione, della condanna e dell’attaccamento, è una relazione priva di equanimità, sia che ci riferiamo alla relazione con un’altra persona, sia che ci riferiamo alla relazione con noi stessi. Quando invece passiamo a una relazione meno reattiva e dunque meno avversativa, meno giudicante, abbiamo una relazione più equanime e dunque più equilibrata, più calda, più accettante, sia riguardo a noi sia riguardo ad altri. Capiamo quindi come dalla sfaccettatura dell’equanimità si vada naturalmente nella sfaccettatura dell’amore-compassione. D’altra parte, se avessimo cominciato a guardare il gioiello dalla sfaccettatura dell’amore-compassione saremmo arrivati all’equanimità. L’equanimità dà fondamento ala compassione, la compassione dà fondamento all’equanimità.

Che cosa ci porta a passare da una relazione sotto il segno della reattività a una relazione sotto il segno dell’equanimità? Evidentemente un elemento di comprensione, o saggezza, che è un’altra sfaccettatura. Comprendiamo cioè che la reattività è causa di sofferenza, è causa di separazione, è causa di alienazione. Questa comprensione alimenta l’equanimità, alimenta la compassione, che a loro volta alimentano questa comprensione.

Ogni tradizione spirituale ha li suo stile, e l’insegnamento del Buddha presenta questo tipico stile analitico. La comprensione è soprattutto e anzitutto comprensione delle quattro verità circa la sofferenza, li riconoscimento della sofferenza, la reattività individuata come causa di sofferenza, e l’abbandono della causa della sofferenza in virtù di un cammino spirituale. Comprensione, in due parole, delle quattro verità sulla sofferenza. Questa comprensione è soprattutto e anzitutto ciò che si intende con comprensione nell’insegnamento del Buddha, ed è una specie di spirale che va approfondita e raffinata sempre di più. È qualcosa che deve entrare ni circolo e, dopo essere entrata in circolo dentro di noi, deve trovare applicazioni feconde sempre più spesso durante la giornata. Altrimenti possiamo citare questo insegnamento, che ci sembra così interessante, ma non l’abbiamo compreso nel senso in cui deve venire compreso per essere trasformativo, per essere Dharma, per essere la zattera che porta alla riva della non sofferenza.

Se non trova questa applicazione feconda in continuazione o sempre più spesso, non è ancora Dharma «visibile e verificabile». Il Dharma infatti, se da un lato è definito «al di là del tempo», dall’altro deve essere ehipassiko sandhitthiko, ossia verificabile e visibile qui e ora. Se invece è una cosa puramente teorica, non verificata e visibile qui e ora, allora è soltanto un ricordo di qualcosa che abbiamo letto o sentito. Quindi la comprensione è anzitutto comprensione delle verità sulla sofferenza, e tale comprensione porta equanimità. Inoltre, la medesima comprensione alimenta la compassione. Ecco che siamo ritornati all’unica energia che circola e unisce queste varie sfaccettature.

Da: Corrado Pensa, “Attenzione saggia, attenzione non saggia“, Magnanelli, 2016.

Attenzione saggia, attenzione non saggia

Corrado Pensa - Attenzione saggia, attenzione non saggia
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N. pagine: 117
In questo volume di Corrado Pensa sono raccolti saggi concernenti alcuni temi cruciali (e talora fraintesi) del cammino interiore: dall'attenzione consapevole alla comprensione intuitiva, alla compassione, fino alla fede-fiducia radicale, fondamento e insieme frutto del cammino, al di là di specifiche credenze.

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[La foto sull’importanza dell’equanimità è di Angela Roma]

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