Yuval Noah Harari – Come la meditazione Vipassana mi ha insegnato a osservare la mente

osservare la mente

Senza metodi moderni per l’osservazione diretta della mente, potremmo provare alcuni degli strumenti messi a punto dalle culture premoderne. Numerose culture antiche hanno dedicato grande attenzione allo studio della mente, e non si sono basate sulla raccolta di testimonianze indirette, ma sull’esperienza di persone che osservano la propria mente in modo sistematico. I metodi che hanno sviluppato sono catalogati sotto il termine generico “meditazione”. Oggi questo termine è spesso associato alla religione e al misticismo, ma la meditazione è, nella sua essenza, qualsiasi metodo per l’osservazione diretta della propria mente. Molti culti in effetti hanno fatto largo uso di varie tecniche di meditazione, ma questo non significa che la pratica meditativa sia per forza religiosa. La gran parte delle religioni ha anche fatto un abbondante uso di libri, ma questo non significa che leggere libri sia una pratica religiosa.

Nel corso dei millenni gli uomini hanno sviluppato centinaia di tecniche di meditazione, che si distinguono nei loro principi e per la loro efficacia. Personalmente ho fatto esperienza di una sola tecnica — Vipassana — perciò è l’unica di cui io possa parlare con qualche competenza. Proprio come parecchie altre tecniche meditative, si dice che Vipassana sia stata scoperta nell’antica India dal Buddha. Nel corso dei secoli numerose teorie e storie sono state attribuite al Buddha, spesso senza alcuna prova circostanziata. Ma non c’è bisogno di credere a nessuna di queste per meditare. L’insegnante da cui ho imparato Vipassana, Goenka, era una guida molto pratica. Raccomandava sempre agli allievi che, quando osservano la mente, devono mettere da parte tutte le descrizioni di seconda mano, i dogmi religiosi e le congetture filosofiche, e concentrarsi sulla loro esperienza e su qualsiasi realtà in cui s’imbattono effettivamente. Ogni giorno numerosi studenti giungevano nella sua stanza in cerca di un orientamento e per fare domande. All’ingresso della stanza un cartello diceva: “Evitate per favore discussioni teoretiche e filosofiche, e concentrate le vostre domande su questioni relative alla vostra pratica contingente.”

La pratica effettiva consiste nell’osservare le sensazioni corporee e le reazioni mentali ad esse in una maniera metodica, continua e obiettiva, per scoprire così gli schemi fondamentali della mente. Spesso si confonde la meditazione con la ricerca di speciali esperienze di benedizione ed estasi. Ma la coscienza è il più grande mistero nell’universo, e le prosaiche sensazioni di caldo e prurito sono tanto misteriose quanto le sensazioni di rapimento o di unione cosmica. La raccomandazione costante a coloro che praticano la meditazione Vipassana è di non lasciarsi mai tentare dalla ricerca di sensazioni speciali, ma di concentrarsi per comprendere la realtà fattuale della loro mente, qualsiasi questa possa essere.

Da qualche anno studiosi della mente e del cervello hanno mostrato un interesse crescente verso queste tecniche meditative, ma la maggior parte dei ricercatori ha utilizzato tale strumento solo in modo indiretto. Lo scienziato tipo non pratica la meditazione in prima persona. Piuttosto invita esperti di meditazione nel suo laboratorio, affolla le loro teste di elettrodi, chiede loro di meditare, e osserva i risultati delle attività cerebrali su un monitor. Questo può insegnarci molte cose interessanti sul cervello, ma se lo scopo è comprendere la mente, perdiamo alcune delle intuizioni più interessanti. Procedere in questo modo è come tentare di comprendere la struttura della materia osservando una pietra attraverso una lente d’ingrandimento. Potete andare da chi segue questo metodo, porgergli un microscopio e dirgli: “Prova con questo. Potresti vederci molto meglio.” Lui o lei prenderanno il microscopio, afferreranno la loro fidata lente d’ingrandimento e osserveranno con attenzione attraverso la lente d’ingrandimento la materia di cui è composto il microscopio. La meditazione è uno strumento per osservare la mente in modo diretto. La maggior parte del potenziale conoscitivo va perso se, invece di meditare voi stessi, controllate le attività elettriche cerebrali di qualcun altro che medita.

Di certo non sto suggerendo di abbandonare gli strumenti attuali e le pratiche in uso per la ricerca sul cervello. La meditazione non li sostituisce, ma potrebbe integrarli. È un po’ quello che accade quando gli ingegneri scavano un tunnel attraverso una montagna enorme. Perché scavare solo da un lato? Molto meglio scavare contemporaneamente da entrambi i lati. Se il cervello e la mente sono in effetti una cosa sola, i due tunnel sono destinati a incontrarsi. E se il cervello e la mente non sono la stessa cosa? Allora è ancora più importante scavare nella mente, e non solo nel cervello.

Alcune università e alcuni laboratori hanno in effetti cominciato a usare la meditazione come uno strumento di ricerca piuttosto che come un mero oggetto per studi sul cervello. Ma questo processo sta muovendo ancora i primi passi, in parte perché richiede un investimento eccezionale da parte dei ricercatori. Una pratica meditativa seria esige una disciplina molto rigorosa. Se cercate di osservare in maniera oggettiva le vostre sensazioni, la prima cosa che noterete è quanto sia selvaggia e impaziente la mente. Anche se vi concentrate sull’osservazione di una sensazione relativamente definita come il respiro che entra ed esce dalle vostre narici, la vostra mente di solito lo farà per non più di qualche secondo prima di perdere la sua concentrazione e cominciare a vagare tra pensieri, ricordi e sogni.

Quando un microscopio va fuori fuoco, è sufficiente che giriamo una manopola. Se la manopola è rotta, possiamo chiamare un tecnico per farla riparare. Ma quando la mente perde la concentrazione non possiamo ripararla con altrettanta facilità. Di solito occorre un lungo addestramento per calmare e concentrare la mente così che possa ricominciare a osservare se stessa con metodo e obiettività. Forse in futuro potremo inghiottire una pillola e ottenere una concentrazione istantanea. Ma la meditazione mira a esplorare la mente piuttosto che limitarsi a farla concentrare, e una simile scorciatoia potrebbe rivelarsi controproducente. La pillola potrebbe renderci molto vigili e concentrati, ma allo stesso tempo potrebbe anche impedirci di esplorare l’intero spettro della mente. In fondo, anche oggi siamo in grado di concentrare la mente con facilità guardando un buon thriller in televisione — ma la mente è così concentrata sul film che non può osservare le proprie dinamiche.

Anche se non possiamo fare affidamento su simili gadget tecnologici, non dovremmo rinunciare al tentativo. Possiamo trovare ispirazione nell’esperienza di antropologi, zoologi e astronauti. Antropologi e zoologi trascorrono parecchi anni su isole remote, esposti a una grande varietà di disagi e pericoli. Gli astronauti dedicano molti anni a difficili regimi di addestramento, preparandosi per le loro rischiose escursioni nello spazio. Se siamo disposti a fare questi sforzi per capire culture straniere, specie sconosciute di animali e lontani pianeti, potrebbe valere la pena di impegnarsi con serietà per comprendere le nostre menti. E potremmo comprendere meglio le nostre menti prima che siano gli algoritmi a prendere decisioni per noi.

L’osservazione di se stessi non è mai stata facile, ma potrebbe diventare più difficile con il passare del tempo. Nel corso della storia gli uomini hanno creato storie su loro stessi sempre più elaborate, che hanno reso sempre più difficile sapere chi siamo davvero. Queste storie avevano lo scopo di unire vasti gruppi di persone, accumulare potere e mantenere l’armonia sociale. Sono state vitali per nutrire miliardi di persone affamate e assicurare che non si tagliassero la gola a vicenda. Quando la gente ha tentato di osservare se stessa, quello che di solito ha scoperto è che queste storie sono narrazioni preconfezionate. Del resto esplorare la realtà con mente aperta era anche pericoloso. Era una minaccia per l’ordine sociale.

Quando la tecnologia è migliorata, sono accadute due cose. Primo, quando i coltelli fatti di selce si sono evoluti in missili nucleari, è divenuto più rischioso destabilizzare l’ordine sociale. Secondo, quando le pitture rupestri si sono evolute nei programmi televisivi, è divenuto più facile illudere la gente. In un prossimo futuro, gli algoritmi potrebbero portare questo processo a compimento, rendendo quasi impossibile alle persone osservare la realtà che le riguarda e le costituisce. Saranno gli algoritmi a decidere per noi chi siamo e che cosa dovremmo sapere di noi stessi.

Ancora per pochi anni o decenni, avremo facoltà di scegliere. Se ci impegniamo, potremo ancora indagare chi siamo davvero. Ma per cogliere questa opportunità, dobbiamo farlo subito.

Da: Yuval Noah Harari, “21 lezioni per il XXI secolo“, Bompiani, 2018.

Per approfondire:

osservare la mente

cos’è la meditazione

letture di Yuval Noah Harari

Meditazione Vipassana

21 lezioni per il XXI secolo

Yuval Noah Harari, 21 lezioni per il XXI secolo
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Page Count: 528
Il libro affronta alcune delle questioni più urgenti dell'agenda globale contemporanea. Perché la democrazia liberale è in crisi? Dio è tornato? Sta per scoppiare una nuova guerra mondiale? Che cosa significa l'ascesa di Donald Trump? Che cosa si può fare per contrastare l'epidemia di notizie false? Quali civiltà domineranno il pianeta: l'Occidente, la Cina, l'islam? Che cosa dobbiamo insegnare ai nostri figli?

[La foto è di Ketut Subiyanto da Pexels]

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