
Il tono delle sensazioni è la chiave per riconoscere reazioni automatiche: imparare a percepirlo aiuta a restare presenti, accogliere emozioni difficili e ritrovare vitalità e libertà.
Nel monastero della foresta di Ajahn Buddhadasa ci insegnavano a essere consapevoli del tono delle sensazioni generate da ogni suono, da ogni attività. Percorrendo i sentieri nella foresta al mattino notavamo il tono neutro dei nostri passi, il piacevole dondolìo del corpo mentre camminavamo; di pomeriggio sentivamo il sudore sgradevole, caldo e appiccicoso del mezzogiorno tropicale che ci appesantiva il corpo. Ogni volta che rallentavamo per riposarci o sederci o leggere, cercavamo di percepire il tono – piacevole, neutro o spiacevole – della sensazione e poi di notare se suscitava in noi una reazione. Adesso che insegno meditazione utilizzo spesso la consapevolezza della sensazione primaria come mezzo per aiutare gli studenti intrappolati in reazioni automatiche. Jamilla, una giovane artista, si lasciava facilmente sopraffare da pensieri ansiosi. Le chiesi, invece di concentrarsi sul contenuto di quei pensieri, di notare le sensazioni primarie nel corpo e nella mente prima e durante l’attacco di ansia. Lei notò che erano tutte spiacevoli: provava una rigidità dolorosa nel petto, nausea, uno sgradevole senso di vuoto. Era come se i pensieri ansiosi fossero una forma abituale di fuga dalla spiacevolezza generale.
Jamilla aveva passato molto tempo a vivere nelle storie ripetitive che le raccontava la sua mente. Imparò di poter davvero prendere consapevolezza delle sensazioni spiacevoli nel corpo. Erano difficili da sopportare, ma con un po’ di pratica imparò a stare con loro e ad accettarle, e così i pensieri ansiosi si fecero meno fastidiosi.
Un altro praticante, Frederick, aveva uno spasmo, una specie di tic, che lo stressava da anni. Quando gli chiesi di notare con cura il tono della sensazione scoprì che subito prima dello spasmo il corpo provava piacere e da lì erompeva il movimento. Quando permise alla sensazione piacevole di farsi sentire a livello conscio, lo spasmo si fermò.
Un terzo studente, Jacob, aveva vissuto per svariati anni insieme a un carismatico lama tibetano; poi si era sposato, aveva avuto tre figli e all’epoca lavorava al giornale locale. Meditava ancora tutti i giorni, e la prima volta che lavorai con lui mi disse quanto lo facesse sentire calmo; però mi colpì la sua postura afflosciata che lo faceva apparire insulso e ottuso. Mi chiesi se non usasse la pratica spirituale per coprire le sue paure e giustificare una lieve depressione.
Jacob desiderava andare più a fondo nella pratica e accettò di studiare le sensazioni primarie. All’inizio riportò svariate sensazioni neutre che conducevano a uno stato di stordimento e di torpore. Aveva anche momenti di piacere, ma lo spaventavano: aveva paura della loro intensità e temeva con ansia ciò che avrebbe scoperto se si fosse permesso di percepire le cose con più pienezza. Gli suggerii di scrivere una lettera a se stesso sulle cose che stava nascondendo alla propria consapevolezza.
Jacob scrisse che se fosse stato più vitale probabilmente avrebbe passato tutto il tempo a desiderare intensamente maggior piacere; quando si sentiva arrabbiato probabilmente avrebbe sterminato la gente, nella sua furia. Proseguì notando le sensazioni primarie, le qualità piacevoli, neutre e spiacevoli delle sensazioni nel corso della giornata, e vi aggiunse forti sensazioni secondarie di desiderio, rabbia e paura. Gradualmente imparò a identificare e tollerare le proprie sensazioni e le relative reazioni che aveva.
Man mano che Jacob si faceva più aperto e più consapevole delle proprie sensazioni, gli chiesi di mettersi in contatto con il corpo. Lo invitai a sedersi e a stare in piedi e a correre il rischio di essere più vitale. Era interessato e insieme riluttante; gli ricordai dell’insegnamento del Buddha sulla nobiltà e lo invitai a dirsi che era un principe. Gli chiesi di riconoscere che meritava di esserepienamente vivo. Jacob lo trovava molto difficile ma gratificante; in seguito riferì: «Una volta passato il terrore iniziale, la pratica di camminare come un principe, come titolare del diritto di stare a questo mondo, mi ha dato così tanto agio e gioia ed energia fisica! Sono stupito: mi sento molto più libero. Spero che duri». Gli ho detto che non sarebbe durato, come tutti gli stati; ma Jacob era entrato in contatto con la nobiltà e la libertà e poteva sempre farvi ritorno.
Fra coloro che si avvicinano alla pratica spirituale sono in molti ad avere paura delle proprie sensazioni: sperano che la meditazione li aiuti a trascendere il casino del mondo e li lasci invulnerabili alle sensazioni difficili. Questa però è falsa trascendenza, è una negazione della vita; è paura mascherata da saggezza.
Da Jack Kornfield, il Cuore Saggio, Corbaccio, 2014.
Per approfondire:
Contemplazione consapevole delle sensazioni
Ajahn Chah – La mente nel suo stato naturale non è né felice né infelice
Thich Nhat Hanh – Come riconoscere le proprie emozioni
Jack Kornfield – Frasi, libri, biografia e testi in italiano
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