Guardare nella consapevolezza e lasciar andare l’io: la libertà oltre ogni identità

lasciare andare l'io

Un’esplorazione profonda del senso dell’io e della consapevolezza, con parole ispirate di Tara Brach e preziosi insegnamenti buddhisti per ritrovare la libertà interiore.

Quando ci sediamo a meditare, partiamo dalla nostra esperienza immediata. Se offriamo una presenza gentile alle aree che più richiamano la nostra attenzione, il corpo e la mente cominciano a calmarsi. Se guardiamo da vicino, riconosciamo che il nostro senso dell’io comincia ad allentarsi. A questo punto c’è la tendenza a farsi prendere da una sottile ma persistente contrazione che ancora mi dà l’impressione di un “me”. Sono “la persona che si calma” o “la persona che guida se stessa nella meditazione”. Questo senso più diffuso e illimitato dell’io è quello che chiamo un io “fantasma”. Alcuni lo chiamano il testimone osservante o l’io che guarda. Anche se è meno costrittivo di un io rabbioso o impaurito, questo io fantasma continua ad aggrapparsi a un’identità che ci impedisce di essere liberi.

Il Buddha ha insegnato che aggrapparsi a qualsiasi cosa, compresa la sensazione di essere l’osservatore, oscura la piena libertà della consapevolezza. In questi casi, come avevo fatto nella mia auto, possiamo congedarci da questa debole aura di un io chiedendo: “Chi è consapevole?”. Possiamo anche chiedere: “Che cosa è consapevole?”, o: “Chi sono io?”, oppure: “Chi sta pensando?”. Portiamo la consapevolezza sulla consapevolezza stessa. Guardiamo dentro la consapevolezza. Interrogandoci e poi guardando nella consapevolezza, possiamo fare piazza pulita e dissipare le più profonde illusioni di identità che ci hanno tenuti separati e in catene.

Jim frequentava il mio corso settimanale di meditazione da otto mesi. Diverse volte, dopo la lezione, era venuto a esprimermi la sua frustrazione: ogni volta che la sua mente si acquietava abbastanza da guardare nella consapevolezza, finiva per percepire un io testimone. Quando chiedeva: “Chi è consapevole di questo io testimone?”, l’io che osservava si rifaceva vivo. Temendo di non capire come funzionava, una sera tornò ancora da me. Gli chiesi di portare la consapevolezza sulle sensazioni, le immagini e gli umori dell’io testimone che percepiva, e di raccontarmi che cosa osservava. Mi rispose che vedeva una nuvola di luce dietro di sé e sentiva la propria voce dire: “Questo sono io”. Chiesi: «Chi è consapevole della luce, del suono di una voce?». La sua risposta fu immediata: «Io, naturalmente!». Mi disse che si sentiva irritato, come se qualcuno – io, il buddhismo – stesse mettendo in discussione l’io che sapeva con certezza essere reale. Dopo qualche momento, il suo fastidio si tramutò in scoraggiamento e Jim disse con voce piatta: «Non so che cosa dovrei fare. Sono confuso, e tutta questa storia della meditazione mi mette a disagio».

Quando guardiamo nella consapevolezza, se siamo ansiosi e pretendiamo di avere un’esperienza specifica, la nostra attenzione, invece di essere imparziale e ricettiva, si fissa su pensieri, suoni o sensazioni. Invece di riconoscere e accettare il flusso mutevole dei fenomeni, ci sentiamo obbligati ad aggrapparci a qualcosa, qualsiasi cosa. Per cercare di orientarci, scattiamo un’istantanea mentale della nostra esperienza, aggiungendoci un commento. Se all’inizio riusciamo a guardare nella consapevolezza senza idee o aspettative, nel giro di qualche istante la nostra mente concettuale riprende a cercare un senso in quello che sta succedendo. Il modo più semplice per farlo è aggrapparsi al concetto di un io stabile e duraturo: cerchiamo di assicurare la nostra identità inchiodando la nostra esperienza.

Incoraggiai Jim a esplorare la possibilità di rilassarsi fino in fondo mentre si esercitava a guardare nella consapevolezza. Gli trasmisi le istruzioni impartite dal mio maestro di meditazione tibetana, Tsokney Rinpoche, per riconoscere la nostra vera natura:

«Guardate e vedete… Lasciate andare e siate liberi».

Rinpoche lo illustra dapprima sollevando le mani a una trentina di centimetri dal viso, con i palmi rivolti all’esterno. La nostra attenzione, come i palmi rivolti all’esterno, è sempre concentrata sul film della vita: il mondo esteriore, ma anche quello interiore.

Girando i palmi verso di sé dimostra l’atto di guardare direttamente nella consapevolezza: «Guardate e vedete». Liberando la concentrazione dai pensieri e dagli altri oggetti dell’esperienza, guardiamo direttamente colui che guarda. Poi, sul «Lasciate andare e siate liberi» le mani di Rinpoche vanno a posarsi delicatamente sulle ginocchia. Quando guardiamo la nostra consapevolezza e vediamo ciò che è vero, ci rilassiamo, lasciandoci andare fino in fondo in quella realtà.

La settimana successiva, Jim si fermò dopo la lezione e mi disse che la sera prima, mentre meditava, aveva sfiorato un’esperienza di profonda realizzazione. Come era successo molte volte prima, dopo che la sua mente si era tranquillizzata aveva sentito il testimone come una familiare sfera di luminosità alle sue spalle. Si era incuriosito e aveva domandato: “Chi è consapevole di questo?”. Con le sue parole: «Potevo sentire la tensione nella mente che pretendeva di localizzare un “io”, ma la verità era che non riuscivo a trovare niente su cui appoggiarmi. In quell’istante, prima che la mia mente elaborasse una spiegazione qualsiasi, mi sono completamente rilassato. Ecco… non c’era niente di consueto, niente di stabile. Non c’era nessun io… il mondo intero era consapevolezza».

In un classico racconto zen, il discepolo Huìkě chiede al suo maestro, Bodhidharma: «Per favore, aiutami a calmare la mia mente». Bodhidharma risponde dicendo: «Portami la mente, così potrò calmarla». Dopo un lungo momento di silenzio Huìkě dice: «Ma non riesco a trovarla!». «Ecco» risponde Bodhidharma con un sorriso, «l’ho appena calmata.»

Come Huìkě, quando guardiamo dentro noi stessi, non c’è nessuna entità, nessuna mente-sostanza, nessun io, nessuna cosa che possiamo identificare. C’è solo consapevolezza: una consapevolezza aperta e vuota. Non possiamo individuare un centro, né trovare il confine della nostra esperienza. A meno che non ci ancoriamo di nuovo nei pensieri, o ci aggrappiamo a sensazioni o emozioni desiderate, non abbiamo nessuno posto in cui stare, nessun terreno solido. Può essere sconcertante, spaventoso, incredibilmente misterioso. Magari c’è una profusione di attività – suoni, sensazioni, immagini –, ma non c’è nessun oggetto al quale aggrapparci, nessun io che diriga la scena da dietro le quinte. Questo vedere il niente è quello che i maestri tibetani chiamano “il vedere supremo”.

Eppure questa vacuità, questo “niente”, non è priva di vita. Al contrario, la consapevolezza vuota è piena di presenza, della vita della conoscenza. La natura stessa della consapevolezza è comprensione, una conoscenza costante del flusso dell’esperienza. Nel momento in cui state leggendo, si odono suoni, si percepiscono vibrazioni e si vedono colori. Questa conoscenza avviene istantaneamente, in modo spontaneo. Come un cielo illuminato dal sole, la consapevolezza è scintillante di conoscenza e abbastanza sconfinata da contenere la vita intera.

Come scoprì Jim, per riconoscere questa pura consapevolezza abbiamo bisogno di allentare il velo di storie, pensieri, desideri e paure che coprono il nostro essere naturale. Sri Nisargadatta scrive: “Il mondo reale sta al di là dei nostri pensieri e delle nostre idee; lo vediamo attraverso la rete dei nostri desideri che discrimina tra piacere e dolore, giusto e sbagliato, interno ed esterno. Per vedere l’universo com’è, dovete oltrepassare questa rete. Non è difficile, perché la rete è piena di buchi”.

La nostra attenzione è sempre fissata su qualcosa: il commento lusinghiero di qualcuno, i nostri piani per sabato prossimo, l’immagine della nostra cucina sporca, il rivivere un litigio. La nostra realtà è costituita dai pensieri e drammi che vediamo nei nostri film mentali. Oltrepassiamo la rete lasciando andare le storie e le ossessioni e volgendoci verso la consapevolezza. È come voltarsi a guardare il proiettore e rendersi conto che in realtà è la luce a far vivere le immagini. Ci voltiamo a guardare la vacuità che è la fonte creativa di tutte le storie e le emozioni, l’informe, fertile spazio da cui nasce ogni esistenza. Allora “vediamo l’universo com’è”.

Tutto ciò che possiamo vedere, udire, sentire o immaginare – il mondo intero – è uno spettacolo fantasmagorico, che appare e scompare nella consapevolezza. Quando i pensieri affiorano, da dove vengono? Dove vanno? Quando provate a guardare nello spazio tra i pensieri, nei buchi nella rete, state guardando nella consapevolezza stessa. Potete sedervi tranquilli e limitarvi per qualche attimo ad ascoltare. Notate come i suoni appaiono e tornano a dissolversi nella consapevolezza senza forma. Potete osservare l’inizio dei suoni, la fine dei suoni? Gli spazi intermedi? Sta tutto accadendo nella consapevolezza, conosciuto dalla consapevolezza.

“Guardare e vedere… Lasciar andare ed essere liberi” è un’indicazione rivoluzionaria e controintuitiva. Invece di cercare di controllare o interpretare la nostra esperienza, ci alleniamo ad allentare la presa. Lasciandoci consapevolmente andare in quello che c’è, torniamo a casa, nel mistero e nella bellezza che sono la nostra natura più profonda.

Lama Gendun Rinpoche scrive:

La felicità non si può trovare con un grande sforzo e la forza di volontà,
è già qui, nel rilassarsi e lasciar andare.
Non forzate, non c’è nulla da fare…
Solo la nostra ricerca della felicità ci impedisce di vederla…
Non dovete credere alla realtà delle esperienze buone e cattive;
esse sono come arcobaleni.
Cercando di afferrare l’inafferrabile, vi stancate invano.
Non appena vi rilassate, appare uno spazio,
aperto, invitante e confortevole.
Dunque, fatene buon uso. Tutto è già nelle vostre mani.
Non cercate oltre…
Niente da fare.
Niente da forzare,
niente da volere,
… tutto accade di per sé.

Il sentiero del risveglio è semplicemente un processo di vigile, profondo rilassamento. Vediamo quello che c’è qui e ora e ci lasciamo andare nella vita esattamente per quella che è. Che liberazione!

Con la pratica, riconoscere la nostra naturale consapevolezza richiede uno sforzo o una sensazione di fare sempre minori. Invece di arrampicarci su una collina per goderci il panorama, impariamo a rilassarci e ad abitare consapevolmente l’intera vista. Ci voltiamo a guardare nella consapevolezza e poi semplicemente lasciamo andare quello che è visto. Ci sentiamo a casa nella consapevolezza, più che in qualsiasi storia riguardo un io inadeguato o che sta andando altrove. Siamo a casa perché abbiamo visto e vissuto di prima mano la presenza vasta e luccicante che è la fonte stessa del nostro essere.

Da: Tara Brach, “Disponibilità incondizionata: Lo spirito dell’accettazione radicale“, Ubiliber, 2025.

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[La foto su lasciare andare l’io è di Thanh Long, Vietnam]
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