
Accettare la sofferenza come esperienza comune, senza colpe o isolamento, dissolve la separazione, favorisce la compassione reciproca e nutre l’accettazione radicale e la liberazione interiore.
Michael Meade, famoso cantastorie e maestro, racconta un rituale di guarigione nello Zambia. Se un membro della tribù si ammala – a livello fisico o emotivo – si crede che il dente di un antenato si sia incastrato in questa persona e che sia responsabile del malessere. Poiché tutti i membri della tribù sono uniti tra loro, la sofferenza di uno ha un effetto sugli altri, e quindi sono tutti coinvolti nel processo di guarigione. Il rituale tribale di guarigione è basato sul concetto che, come spiega Meade, “il dente esce quando esce la verità”. Mentre la persona malata deve rivelare la rabbia, l’odio o la lussuria che sta sperimentando, perché la verità sia rivelata fino in fondo, ogni persona della tribù deve esprimere le proprie sofferenze e paure sepolte, la propria rabbia e delusione. Come dice Meade: “Il sollievo arriva solo quando è uscito tutto, tra danze, canti e tamburi. L’intero villaggio si purifica con l’uscita del dente attraverso l’uscita di queste verità scomode”.
Questo rituale denota una grande saggezza. A differenza della nostra cultura, in cui consideriamo la malattia o la depressione una debolezza o un’afflizione personale, i membri di questa tribù non devono essere biasimati o isolati nella loro sofferenza: la sofferenza è una preoccupazione condivisa, una parte della vita di tutti; non appartiene a un unico individuo. Evitare di prendere la sofferenza come qualcosa di personale è fondamentale nell’accettazione radicale. Come ha insegnato il Buddha, le difficoltà della vita non appartengono né sono causate da un individuo: i nostri mutevoli stati corporei e mentali sono influenzati da una miriade di variabili. Quando lo riconosciamo, restando aperti, vulnerabili e pronti ad accettare l’altro, guariamo tutti insieme.
Non prendere la sofferenza come qualcosa di personale è un cambiamento profondo rispetto al nostro modo abituale di considerare la vita. Anche quando ci sforziamo di non giudicarci, è facile supporre che i nostri pensieri invidiosi, le nostre tendenze egoistiche, le nostre compulsioni e i nostri giudizi spesso incessanti siano un problema personale e il segno di una nostra mancanza. Se, però, prestiamo attenzione agli altri, come Karen nel gruppo KM o come la tribù zambiana, ci rendiamo conto di non essere soli nei nostri bisogni e nelle nostre paure. Capiamo di condividere tutti lo stesso desiderio di essere più svegli e amorevoli. Realizzare la verità del nostro legame con gli altri, che tutti stiamo soffrendo e ci stiamo risvegliando insieme sul sentiero, è l’antidoto più potente ai nostri personali sentimenti di inadeguatezza. Quando la mia paura o la mia vergogna diventano la nostra sofferenza comune, l’accettazione radicale fiorisce.
Il senso abituale di separazione affiora nel corso di tutta la nostra vita: fa semplicemente parte della nostra condizione. Quando gli chiesero come affrontare questo senso persistente di distanza dagli altri, il maestro indiano Sri Nisargadatta diede questo semplice e splendido consiglio: «Basta lasciar andare ogni pensiero eccetto “Io sono Dio… Tu sei Dio”». Rapportandoci con gli altri con accettazione radicale, affermiamo la verità di ciò che siamo. Quando, nell’amicizia, rinunciamo a tutti i pensieri e alle idee di separazione, quando ci osserviamo a vicenda con lucidità e benevolenza, nutriamo i semi della liberazione.
Da: Tara Brach, “Disponibilità incondizionata: Lo spirito dell’accettazione radicale“, Ubiliber, 2025.
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