Charlotte Joko Beck – Dolore e sofferenza sono due cose nettamente diverse

dolore e sofferenza

Il dolore è l’esperienza diretta della vita, senza filtri. La sofferenza nasce quando cerchiamo di evitarlo. La vera libertà è la disponibilità a restare aperti/e a tutto, momento per momento.

La libertà è strettamente connessa con il nostro rapporto con il dolore e la sofferenza. Vorrei riproporre una distinzione tra le due parole. Il ‘dolore’ viene dall’esperire la vita così com’è, senza aggiunte né fronzoli.

Possiamo anche chiamarla la ‘diretta esperienza della gioia’. La ‘sofferenza’ è il tentativo di evitare, di fuggire l’esperienza diretta del dolore. La paura del dolore ci fa costruire una sovrastruttura egoica che pensiamo ci metta al riparo, e invece ci dà sofferenza. Libertà è disponibilità al rischio di essere vulnerabili, è apertura a tutto ciò che succede momento per momento, piacevole o doloroso.

Ecco dove interviene la dedizione. Se sappiamo darci completamente, senza tentare di mettere niente in salvo e senza più volontà di evitare l’esperienza del momento presente, non c’è sofferenza. Se sperimentiamo totalmente il dolore, ecco la gioia.

Da: Charlotte Joko Beck, “Zen quotidiano“, Astrolabio Ubaldini, 1991.

Per approfondire:

Alan Watts – Come liberarsi dal dolore

Kack Kornfield – Il dolore va affrontato senza aggiungervi nulla

Charlotte Joko Beck – Citazioni e aforismi, biografia, testi e libri

Zen quotidiano. Amore e lavoro

Charlotte Joko Beck, Zen quotidiano
N. pagine: 160
Uno dei capolavori dello zen americano, nel quale questa insegnante, che sa unire la tradizione secolare dell’Oriente con la psicologia contemporanea, ci spiega come la liberazione si possa ottenere proprio nella vita ordinaria di tutti i giorni.

Dolore e sofferenza in psicologia

La psicologia ha impiegato decenni a distinguere dolore e sofferenza con precisione. Per molto tempo i due termini sono stati usati in modo intercambiabile, come se indicassero la stessa cosa con intensità diversa. Solo a partire dagli anni Settanta e Ottanta del Novecento questa distinzione ha cominciato a diventare un cardine teorico e clinico.

Il dolore, nella letteratura psicologica contemporanea, è definito come la risposta diretta a uno stimolo avverso – fisico, emotivo o relazionale. È una forma di segnalazione: il sistema nervoso registra qualcosa che minaccia l’integrità della persona e lancia l’allarme. In questo senso il dolore è funzionale, persino quando è insopportabile.

La sofferenza è invece il processo mentale che si attiva attorno al dolore: i pensieri che lo amplificano, le interpretazioni che lo trasformano, le emozioni secondarie che si stratificano sopra quella primaria. Steven Hayes, lo psicologo americano che ha fondato la terapia ACT (Acceptance and Commitment Therapy), ha reso questa distinzione centrale nel suo lavoro.

Secondo Hayes, gran parte della sofferenza psicologica non viene dall’esperienza dolorosa in sé, ma dalla lotta contro di essa. Evitare, sopprimere, controllare il dolore emotivo sono strategie che a breve termine sembrano funzionare, ma che nel tempo alimentano il problema invece di risolverlo. Lui chiama questo meccanismo “evitamento esperienziale“, e lo considera una delle principali fonti di disagio psicologico.

Un risultato simile era già stato intuito da Viktor Frankl, lo psichiatra viennese sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti. Frankl osservò che la stessa esperienza oggettivamente tragica poteva produrre livelli di sofferenza radicalmente diversi da persona a persona, in base al significato che ciascuno/a riusciva ad attribuirle. Questa intuizione è diventata uno dei fondamenti della logoterapia, e più in generale di tutto l’approccio umanistico in psicologia.

Anche la psicologia cognitiva ha contribuito a chiarire il meccanismo. Aaron Beck – il fondatore della terapia cognitivo-comportamentale – ha mostrato come i pensieri automatici negativi che si attivano in risposta a un evento doloroso siano spesso distorti, esagerati, catastrofici. Non è il dolore originario a rendere insostenibile un’esperienza, ma l’interpretazione che ne diamo, e su quella si può lavorare.

Quello che emerge da queste prospettive diverse è un’idea comune: il dolore fa parte della vita, e non è negoziabile. La sofferenza, almeno in parte, sì. Non perché dipenda dalla nostra forza di volontà o dalla capacità di “pensare positivo” – semplificazioni che nella pratica clinica fanno più danno che bene. Ma perché la sofferenza ha una componente costruita, elaborata, che si può imparare a riconoscere e a non alimentare.

Riconoscere questa differenza non allevia il dolore. Ma può cambiare il rapporto che abbiamo con esso.

[La foto su dolore e sofferenza è di Pixabay]

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