Claude AnShin Thomas – Ho scoperto quanto è pericolosa la convinzione di essere nel giusto

convinzione di essere nel giusto

Quali conseguenze tragiche comporta la convinzione di essere nel giusto? Un viaggio di riflessione sui luoghi della seconda guerra mondiale, per esplorare i semi di violenza presenti nella nostra civiltà.

Nel 1998 ho fatto un pellegrinaggio in Germania: ho camminato con l’intento di visitare il maggior numero possibile di luoghi critici della seconda guerra mondiale e di rendere testimonianza agli effetti ancora perduranti di quella guerra. Quello che non avevo previsto è che avrei incontrato “luoghi di sofferenza” relativi ai tantissimi, infiniti periodi di violenza che si sono susseguiti nel corso di tutta la storia europea.

Sei persone coprirono l’intero percorso di quel pellegrinaggio, circa 1120 chilometri, e gruppi variabili dalle venticinque alle trenta persone ci accompagnarono sempre almeno per un tratto. Ai ritiri e alle cerimonie che tenemmo nei vari luoghi che erano stati teatro di terrore, violenza, degradazione, tortura e morte parteciparono in totale circa duecento persone.

Le esperienze di questo pellegrinaggio sono state così profonde, così dense, e mi sono ancora così vicine, che trovo difficile capirle fino in fondo o elaborarle. Abbiamo visitato campi di concentramento in cui sono stati sterminati milioni di ebrei: Buchenwald, dove furono uccise più di 60.000 persone; Theresienstadt, dove ne furono uccise decine di migliaia; Ravensbrück, dove non si sa quante migliaia di persone furono condannate ai lavori forzati fino a morirne, e Hadamar, un ospedale psichiatrico in cui, in un arco di sette anni, più di 60.000 persone prevalentemente di nazionalità tedesca furono uccise con un’’iniezione letale. Dopo la guerra molti di quei campi di concentramento furono usati dai sovietici per imprigionare, interrogare e torturare tedeschi che erano stati identificati come nazisti; il risultato è stato che in quei campi sono morte altre decine di migliaia di persone.

E questi sono solo alcuni dei tanti luoghi che avremmo potuto visitare: i campi di concentramento non sono che il punto d’arrivo di un processo cominciato molto prima che venissero ideati. Il processo che ha portato ad allestire luoghi come Auschwitz continua a esistere nelle nostre strutture sociali di oggi e nelle strutture sociali di altre nazioni, in tutto il mondo. Esserne testimone mi ha dato la consapevolezza di quanto sia insidioso e pervasivo il processo che ha portato a quelle atrocità, a quel terrore: i suoi semi affondano le radici nella natura stessa di ciò che va comunemente sotto il nome di civiltà, nella sua struttura fondamentale.

Mi sono anche reso conto, sempre di più, che il Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi (NSDAP), ossia i nazisti, non avrebbe potuto mettere in atto le sue politiche senza la complicità di altre nazioni: non le si sarebbero potute intraprendere se non ci fosse stata la grande rimozione collettiva della società tedesca, la rimozione collettiva della società mondiale. La pianificazione e la messa in moto di quel sistema di violenze, sfruttamento, tortura e terrore, e le politiche che permisero di realizzarlo pienamente non erano segrete: erano tutte situazioni che avvenivano allo scoperto, in piena luce sulla scena mondiale.

Quel pellegrinaggio mi rese anche più sensibile ai pericoli che porta con sé la convinzione di essere nel giusto. Le azioni che ne nascono si fondano sulla proiezione della propria sofferenza personale su presunte fonti esterne (persone, luoghi e cose). È pericoloso prendere decisioni in base a quelle proiezioni, a qualunque livello, e se non siamo fermamente determinati a guardare nei dettagli l’intero arco degli eventi mondiali che negli anni dal 1939 al 1945 hanno portato allo sterminio di più di cinquantacinque milioni di persone, quel ciclo continuerà a ripetersi e di nuovo. L’abbiamo già visto nell’Unione Sovietica stalinista, nella Rivoluzione culturale maoista in Cina, con i Khmer Rossi di Pol Pot in Cambogia, nei tentativi dei nascenti Stati Uniti di sradicare i nativi americani, e lo si vede anche nella pena di morte tuttora ammessa in alcune nazioni come mezzo di punizione per i reati. Durante quel pellegrinaggio attraverso luoghi di terrore e di violenza ho imparato che le leggi si possono modificare rapidamente, allargandone le maglie, per estendere l’ambito delle legittimazioni allo sterminio.

I frutti della certezza di essere nel giusto li vediamo nei continui tentativi di sradicare le popolazioni indigene in molte zone del mondo, li vediamo negli eventi bellici nei Balcani e in Ruanda, li vediamo nella distruzione dell’ambiente. Sono testimone del ciclo perdurante della sofferenza e spesso mi sento travolto, spaventato, e così impotente! Continuo a chiedermi: «Che cosa posso fare, io? Qual è la reazione giusta?».

Nel corso di quel pellegrinaggio attraverso la Germania abbiamo visitato i luoghi in cui sorgevano le sinagoghe distrutte nella notte fra il 9 e il 10 novembre 1938 (la cosiddetta Kristallnacht, “La notte dei cristalli”) e vi abbiamo celebrato funzioni. Abbiamo visitato i cimiteri ebraici ancora esistenti e vi abbiamo celebrato funzioni; abbiamo visitato ex prigionieri dei campi di concentramento e abbiamo celebrato funzioni sui siti delle fosse comuni. Abbiamo visitato ospedali psichiatrici che venivano usati come centri di “eutanasia” e celebrato funzioni nelle camere a gas e nelle stanze in cui avevano luogo le esecuzioni. Abbiamo visitato quelli che erano stati i quartieri generali della Gestapo e vi abbiamo celebrato funzioni; abbiamo visitato luoghi in cui sorgevano scuole ebraiche e vi abbiamo celebrato funzioni; abbiamo visitato i punti di raccolta dei Testimoni di Geova, degli omosessuali, dei Sinti e dei Rom e dei prigionieri politici, e abbiamo celebrato funzioni. Siamo stati in chiese in cui la comunità religiosa aveva rapporti con i nazisti e aveva chiuso gli occhi a quello che stava succedendo, era stata complice con la politica di repressione, tortura e sterminio, e vi abbiamo celebrato funzioni.

Abbiamo contattato persone a ogni livello della struttura sociale e le abbiamo invitate a parlare con noi, a raccontarci la loro storia, perché potessimo ascoltare e imparare. Abbiamo visitato comunità ebraiche. Abbiamo parlato con i neonazisti, almeno con quanti fra loro hanno accettato di parlare con noi; abbiamo ascoltato le loro storie e abbiamo risposto quando ci facevano domande. Abbiamo risposto da una posizione di semplici testimoni: senza giudicare chi parlava, piuttosto prestando estrema attenzione ai giudizi che ci nascevano dentro e senza agire mossi da quei giudizi. Abbiamo cercato di ascoltare a fondo e di comprendere la loro sofferenza.

In questo pellegrinaggio mi sono anche reso conto di non sapere che cosa avrei fatto se mi fossi trovato di fronte alle scelte con cui la gente veniva manovrata, ai tempi del nazionalsocialismo. Io so solo quel che ho fatto quando mi sono trovato davanti a quel tipo di scelte al tempo del coinvolgimento americano in Vietnam: sono andato volontario in guerra, sono andato volontario in Vietnam e ho ucciso e distrutto ciò che percepivo come “l’altro”. Se fossi stato un prigioniero in un campo di concentramento non so che cosa avrei fatto, come avrei agito; ma so quel che ho fatto quando mi sono reso conto che la propaganda di cui ero stato imbottito non era proprio la verità: ho continuato a combattere, a uccidere, a mutilare, a distruggere, razionalizzando le mie azioni dicendomi che lo facevo per proteggere gli altri. Forse sarei stato quel prigioniero che a Buchenwald ne aveva strangolato un altro nella contesa per qualche buccia di patata.

In questo pellegrinaggio mi sono dovuto confrontare di continuo con la complicità di fondo, a tutti i livelli, della struttura sociale che ha permesso che fossero messi in atto e portati a termine simili orrori. E, di continuo, mi sono trovato di fronte al fatto che io stesso avevo partecipato a orrori analoghi, e che tutti quegli orrori cominciano da piccole cose.

Qui sorge la domanda: «E allora qual è la risposta appropriata a quegli eventi, nella vita di tutti i giorni?» Posso solo dire che la risposta appropriata è sempre: “tolleranza zero”. Tolleranza zero a qualsiasi livello e in qualsiasi grado io incontri simili razzismi, discriminazioni, azioni di rappresaglia, basate sulla convinzione di essere nel giusto, abusi di potere.

La domanda successiva, allora, è: «Quali sono i mezzi idonei, i metodi, che servono a rinforzare e sostenere questa posizione?». La risposta che continua a nascermi dentro è: vivere la mia vita in modo diverso, vivere la realtà spirituale della vita (la conoscenza dell’interconnessione tra noi), non scendere a compromessi nell’impegno spirituale, trovare qualsiasi mezzo disponibile che offra sostegno su questa via. Per me la meditazione, il processo di conoscere se stessi intimamente e a fondo, è il mezzo più importante: la presenza mentale è l’unico antidoto possibile all’inconsapevolezza che porta a essere complici con la crudeltà, con la violenza, con il genocidio.

Nei primi tempi, il movimento nazista non fu preso sul serio e trovò pochissimi ostacoli. Quando rifletto su quelle circostanze, quando penso all’orrore e al terrore che andavano avanti senza che nessuno si opponesse, l’unica spiegazione che trovo è che i governi di tutte le nazioni che ne erano testimoni non riuscissero ad ammettere le proprie colpe. Intervenire, parlare apertamente e con franchezza avrebbe significato in un certo senso dover riconoscere — individualmente e collettivamente — la partecipazione, il sostegno, la spinta che era stati dati ad atti analoghi.

Tutto ciò mi appare con chiarezza per via della formazione personale e del condizionamento ricevuto su quale posizione assumere di fronte alla violenza: mi hanno addestrato a non parlare apertamente. A prima vista può sembrare un buon consiglio: è la via più facile, la via della minore resistenza. Mi hanno addestrato a non mettere in discussione le cose perché se lo avessi fatto sarei stato emarginato. La vera ragione per non parlare apertamente, però, era che se lo avessi fatto sarebbe venuto alla luce il mio comportamento analogo. In quel caso, rimuoverlo e negarlo mi sarebbe stato molto più difficile, se non impossibile.

Se voglio agire per la pace, se voglio vivere la realtà spirituale della vita, non ho scelta: devo prendere atto che a qualunque livello, individuale, familiare, sociale o nazionale — le idee basate su una propria presunta superiorità conducono allo sfruttamento e all’ingiustizia e sono pericolose. Dunque devo osservare in quali aree della mia vita si trovino quegli stessi semi di pretesa superiorità, devo vedere come si manifestano, devo impegnarmi a non distogliere lo sguardo.

Da: Claude AnShin Thomas, “Una volta ero soldato: Dall’orrore del Vietnam all’incontro con il buddhismo“, Oscar Mondadori, 2005.

[La foto è di Алесь Усцінаў, Ucraina]

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