
Riflessione sulla comune umanità e sulla presenza mentale, che trasforma ogni gesto quotidiano in un atto di meditazione e compassione, superando l’illusione della separazione.
C’è stato un periodo, dopo il ritorno dal Vietnam, in cui ho vissuto in strada. Ero un senzatetto, di nuovo perso nella dimenticanza e nella distrazione. Se mi sei passato accanto magari mi hai tirato un calcio: di certo non avevi nessuna voglia di guardarmi. Nessuno vuole guardare quel genere di disperazione; quando la gente mi guardava vedeva una parte di sé che preferiva pensare che non esistesse.
A quanto pare in questa società siamo condizionati a convincerci di essere diversi dai senzatetto, dai drogati, dagli assassini, dai pedofili. Ma noi non siamo diversi. Magari non siamo nessuna di queste cose, ma ciò non vuol dire che siamo diversi. Se viviamo senza consapevolezza, senza osservare in profondità noi stessi, possiamo anche noi ritrovarci a vivere per strada, oppure in carcere o diventare stupratori. La sofferenza repressa può farci precipitare in quelle situazioni così in fretta da non avere poi alcuna idea su come ci siamo arrivati; spesso non ci rendiamo neanche conto di esserci arrivati. E quel che è peggio è che siamo totalmente in preda al nostro dolore senza riconoscerlo, che siamo intrappolati nella sofferenza credendo di non esserlo e ci riteniamo pienamente consapevoli. Potere dell’illusione, radice principale dell’oblio!
In realtà, invece, fra noi e gli altri non c’è alcuna separazione. La presenza mentale ci porta al di là dell’idea di “io” in quanto entità separata, ci dà la chiarezza necessaria per capire che noi non siamo separati da ciò che percepiamo come “altro”. Noi non siamo differenti. Io non sono te, eppure non siamo differenti. La prossima volta che incontri un barbone per strada guardalo, toccalo, lascia che sia una campana di consapevolezza, prendi coscienza del fatto che tu non sei diverso. Quando riconosciamo che non siamo. differenti, non dobbiamo più distogliere lo sguardo, pieni di sensi di colpa e di vergogna: possiamo vedere l’umanità e la sofferenza e scegliere se dare aiuto o no a partire dalla compassione e all’accettazione invece che dal giudizio e dalla rimozione.
Verrà il momento in cui non saremo più controllati dalla nostra disperazione
Se viviamo in presenza mentale arriva il momento in cui non siamo più controllati dalla disperazione, non siamo più spinti dalle seduzioni della sofferenza, perché ogni esperienza diviene un atto di meditazione. La vita si fa più chiara, più fluida, più semplice, anche se non necessariamente più facile. Come ha insegnato il Buddha, la sofferenza esiste; questa verità non scompare quando pratichiamo la presenza mentale, ma a cambiare è ciò che pensiamo, proviamo e facciamo di fronte a quella sofferenza.
Ogni azione della vita può diventare un atto di meditazione e un sentiero verso la compassione: bere un po’ d’acqua, parlare con un amico, guardare un albero, ascoltare i camion che passano, soffiarsi il naso, tossire, andare in bagno, tutto.
Se vivo in presenza mentale non smetto mai di meditare. Comunque, per rinforzare la realtà della presenza mentale nella mia vita, è importante che mi trovi un posto tranquillo in cui potermi sedere ogni giorno in pace, su un cuscino, o su una roccia o dovunque sia: può essere un posto qualunque, in camera mia, in treno, in aereo, in un parco. È davvero importante crearsi uno spazio proprio: quel momento di quiete mi permette di ascoltare la voce interiore che mi guida.
Più sono capace di vivere in presenza mentale, più quella voce mi può parlare in ogni momento. Non è come avere qualcuno che mi parla nella testa: è la sensazione che le mie azioni siano corrette, o forse è solo un invito a starmene fermo e tranquillo.
La mia esperienza della meditazione mi insegna che quando riporto la consapevolezza al respiro e mi divento calmo e tranquillo, le cose a cui presto attenzione si sistemano. Per esempio, se mentre siedo in meditazione sono distratto, il mio corpo può assumere una postura sbagliata; quando suona la campana di consapevolezza e mi rendo conto all’improvviso di quel che succede, torno al momento presente e al mio corpo e assumo una posizione che favorisce di più la meditazione. Oppure se mi perdo nei pensieri me ne rendo conto e i pensieri diventano più calmi e passano come nuvole nel cielo.
Per respirare e meditare non occorre sedere in una sala di meditazione: possiamo star seduti su un cuscino da meditazione fino a novant’anni ma se non siamo profondamente consapevoli del nostro respiro non stiamo praticando la meditazione. Presenza mentale non significa studiare il buddhismo oppure questa o quella forma di meditazione: è un modo di essere, è un modo di vivere. Se viviamo in presenza mentale, ogni azione della vita diventa meditazione.
Da: Claude AnShin Thomas, “Una volta ero soldato: Dall’orrore del Vietnam all’incontro con il buddhismo“, Oscar Mondadori, 2005.
Per approfondire:
J. Krishnamurti – La violenza non è soltanto quella delle stragi
Claude AnShin Thomas: una vita in cammino per la trasformazione e la pace
Consulta l’indice tematico per approfondire i temi trattati qui: violenza, guerra, responsabilità.
Stare nella presenza è una delle dieci pratiche a confronto nella nostra guida alle tecniche di meditazione.
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