Claude AnShin Thomas – Pellegrinaggio di consapevolezza: dal dolore alla pace interiore

pellegrinaggio di consapevolezza

Claude AnShin Thomas racconta il suo pellegrinaggio da Auschwitz al Vietnam, esplorando il dolore umano, la guerra e la trasformazione interiore attraverso la consapevolezza e la pratica spirituale.

Nel dicembre 1994 ho intrapreso un pellegrinaggio lungo oltre ottomila chilometri da Auschwitz, in Polonia, fino al Vietnam. Il gruppo di persone a volte era ridotto, fino a un minimo di ventisei, altre volte era molto numeroso, come in Cambogia dov’eravamo un migliaio. Abbiamo attraversato a piedi ventuno paesi, percorrendo zone di sofferenza e di guerra presente o passata.

All’inizio mi ero messo in cammino perché mi incuriosiva e mi interessava la pratica del pellegrinaggio e perché sentivo d’istinto che era proprio questo il modo in cui avrei voluto ritornare in Vietnam. Volevo anche guardarmi intorno, volevo mettere alla prova la mia comprensione delle cose, entrare in contatto con le condizioni di vita della comunità umana. Camminando, poi, ho scoperto che il pellegrinaggio mi aiutava a entrare in contatto con la mia sofferenza. Alla fine ho portato a termine quel cammino per rendere testimonianza, che è uno degli scopi principali dello Zen Pacemaker Order (l’“Ordine dei Costruttori di Pace Zen”) del quale sono membro a vita.

Lo Zen Pacemaker Order è un progetto avviato, tra gli altri, da Bernie Glassman con l’intento di formare una rete di praticanti zen impegnati nel sociale. I membri dell’ordine si sostengono a vicenda e si scambiano idee, tecniche e contatti, per stabilire una relazione di interconnessione più stretta tra i vari elementi dell’azione sociale. È un’iniziativa relativamente recente, comunque, e tanto la configurazione dell’ordine quanto la percezione che ne hanno i suoi membri sono tuttora in continua evoluzione.

Quel pellegrinaggio, che prese il nome di “Pellegrinaggio per la pace e la vita”, era il primo che facevo; da allora sono andato spesso in zone in cui è in atto una guerra. Passo anche regolarmente del tempo sulla strada vivendo da senzatetto, in contatto con le condizioni di chi è senza diritti, degli emarginati, insieme a persone in evidente stato di negligenza. Passare del tempo nelle strade con i senzatetto mi riporta di continuo al punto essenziale nel quale comincio a identificare con più chiarezza le radici della sofferenza, le radici della violenza, le radici della guerra; questo mi mette in grado di capire quanto sia assolutamente necessario illuminare la nostra sofferenza personale con la luce della consapevolezza.

Nel 1995, durante l’ordinazione trasmessami da Bernie Glassman, ho preso anche i voti da mendicante. Un mendicante è una persona che non ha alcuna proprietà, che non vive in un monastero, che non ha una residenza fissa né un lavoro. Questi voti sono un impegno verso quella vera e propria pratica spirituale che è vivere da viandante, da monaco itinerante.

Decisi di prendere i voti da monaco mendicante prima di tutto perché volevo vivere, per quanto possibile, come aveva vissuto il Buddha. Inoltre, vedendo bene in che direzione si stavano evolvendo gli ordini buddhisti zen negli Stati Uniti, desideravo evocare le tradizioni più antiche di chi aveva imboccato questa via spirituale prima di me e volevo vivere il mio impegno in maniera più visibile.

E utile anche sottolineare che la mia decisione di vivere da monaco itinerante e mendicante non rappresentava per me un salto così audace: si tratta, infatti, di uno stile di vita non molto diverso da quello ai margini della società che avevo sperimentato dopo il ritorno dal Vietnam. Dopo la guerra avevo avuto grandi difficoltà a trovare un lavoro o a mantenerlo, dunque mi spostavo da un posto all’altro, quasi sempre in bolletta, incapace di conservare relazioni stabili. Non voglio insinuare l’idea che vivessi già come un monaco zen: anzi, vi ero ben lontano! Dopo la guerra, la mia era una vita da disperato, vissuta non nella comprensione della nostra interconnessione ma, in genere, in un indesiderato isolamento. In ogni caso, per me, diventare un monaco mendicante non ha comportato un cambiamento di stile di vita così radicale.

Certamente, io vivo da monaco mendicante nel contesto del Ventunesimo secolo, epoca che affonda le radici nel consumismo, nella filosofia che “di più è meglio”; sono testimone continuo degli effetti devastanti che nascono da questo genere di avidità. Vivo da mendicante nella speranza di dimostrare la verità dell’insegnamento buddhista secondo il quale i possedimenti materiali non possono essere fonte di felicità vera.

Allo stesso tempo sono arrivato a rendermi conto quanto sia importante che, nel mantenere quell’impegno, io non mi aggrappi ai voti monastici in un modo dogmatico o rigido. Se lo facessi perderei l’opportunità di constatare quanto mi sostengano quei voti nello sforzo di vivere una vita più impegnata.

In genere con il termine “pellegrinaggio” si intende un viaggio verso un luogo santo; il pellegrino, si pensa, è la persona che intraprende quel viaggio come atto di devozione. Si tratta, però, di una definizione semplice: il luogo santo è al di fuori di se stessi e per esprimere la devozione è necessario andare in un luogo che sta da un’altra parte. Lo studio del buddhismo mi ha fatto comprendere che il “pellegrinaggio” è un viaggio che si compie per capire soprattutto se stessi. Il luogo santo è il sé, non un posto che sta da qualche altra parte. Con il tempo, poi, ho capito che il luogo santo è quel livello superiore di consapevolezza che si sviluppa per mezzo del viaggio. In realtà la pratica del pellegrinaggio non consiste nell’andare da qualche parte: consiste nell’aprirci a tutto ciò che incontriamo lungo la via, a tutto ciò che ci aiuta o ci incoraggia a conoscere noi stessi più a fondo e più intimamente.

Ho passato i primi quattro giorni del Pellegrinaggio a digiunare e salmodiare preghiere nel campo di concentramento di Birkenau (appartenente al vasto complesso di campi di lavoro e di sterminio di Auschwitz), nel luogo in cui gli ebrei e gli altri prigionieri, deportati da luoghi diversi dell’Europa venivano scaricati dai treni. Era lì che si faceva la selezione fra chi sarebbe stato mandato direttamente alle camere a gas e chi ai lavori forzati per poi essere comunque ucciso. Sono rimasto seduto a lungo a salmodiare una frase del Sutra del Loto (un testo fondamentale del buddhismo), con l’intento di portare grande energia di guarigione e di consapevolezza a quel luogo, alle azioni che vi erano state compiute, alle condizioni che avevano dato origine a quelle azioni. Una delle cose che ho capito a Birkenau guardando i cancelli del campo, le baracche, il filo spinato, le torri di guardia, è che anche oggi in qualunque momento può accadere un altro Olocausto: non è un evento che appartiene al passato, esiste anche adesso. Ognuno di noi, in determinate circostanze, potrebbe agire con quel genere di orribile crudeltà. So che è vero. Devo entrare in contatto con questa realtà e accettarla; devo evitare di agire mosso da quella parte di me che renderebbe possibile uno sterminio.

In quei giorni, mentre digiunavo e salmodiavo, sono diventato consapevole non solo della sofferenza dei prigionieri dei campi ma anche di tutti i soldati di sorveglianza a Birkenau e in altri campi durante la guerra: mi sono reso conto di dover considerare anche la loro sofferenza, non solo quella dei prigionieri. Devo vedere “il sorvegliante” che è dentro me. Se mi considero “altro” dal soldato di guardia, un’altra Birkenau sarà possibile. Ma ciò accadrà anche se mi considero diverso dagli ebrei o dalle altre persone sterminate a Birkenau: comunisti, sindacalisti, omosessuali, dissidenti politici, tutti coloro che lo Stato nazionalsocialista ha percepito come una minaccia.

Un momento importante è quello che ho vissuto al muro delle esecuzioni di Auschwitz. Sono andato di fronte a quel muro, poi mi sono girato dandogli le spalle; ho sostato un po’ di tempo lì in piedi, identificandomi con una persona che si trovava davanti alla propria esecuzione. Poi mi sono voltato e mi sono ritrovato nella posizione dei soldati che sparavano, per vedermi come uno di loro perché in realtà, io sono sia l’uno sia l’altro: in guerra non c’è separazione. Certo, è vero che i nazisti e gli ebrei erano differenti, ma devo anche vedere in che cosa non lo erano; devo considerare anche che ognuno di noi, in potenza, può essere tanto un persecutore quanto una vittima.

Un giorno, ad Auschwitz, camminavo da solo lungo il fiume, quando a un certo punto mi sono seduto e mi sono chiesto che cosa significasse essere polacco e vivere in quella cittadina durante la guerra, sapendo quello che succedeva all’interno del campo; che effetto facesse sedersi a colazione ogni mattina, andare al lavoro, tornare a casa, cenare, vivere con una situazione del genere come quotidiana normalità. Dev’essere stato terribile vivere in un simile stato di rimozione e di ottundimento! Per me lo è ancora: parlo di quella sorta di torpore davanti allo sfruttamento, all’abuso sessuale, alla violenza continua che c’è anche oggi nella nostra società. Non dobbiamo chiudere gli occhi alla sofferenza, che la si viva in Ruanda, in Bosnia o in qualsiasi altro luogo nel mondo.

In un’altra occasione, sempre ad Auschwitz, arrivammo nel punto in cui, alla fine della guerra, il comandante del campo era stato impiccato. Quella sera, di fronte a un gruppo di persone molte delle quali ebree, chiesi: «Che differenza c’è se impicchiamo un ebreo o il comandante del campo?» Perché non c’è alcuna differenza: in entrambi i casi ci distinguiamo dall’altro per potergli togliere la vita. Se vogliamo creare un mondo in cui non possa mai esserci un’altra Auschwitz, dobbiamo comportarci in modo diverso da coloro che l’hanno realizzata: in quel momento, in piedi davanti alla forca, questa verità mi è apparsa in tutta la sua chiarezza.

Da: Claude AnShin Thomas, “Una volta ero soldato: Dall’orrore del Vietnam all’incontro con il buddhismo“, Oscar Mondadori, 2005.

[La foto è di Bob Price]

Vuoi ricevere gli aggiornamenti da Zen in the City?

Inserisci il tuo indirizzo per ricevere aggiornamenti (non più di 1 a settimana):

(ricordati dopo di cliccare sull’email di conferma)

Panoramica privacy

Questo sito web utilizza i cookie per potervi offrire la migliore esperienza d'uso possibile. Le informazioni contenute nei cookie vengono memorizzate nel browser dell'utente e svolgono funzioni quali il riconoscimento dell'utente quando torna sul nostro sito web e l'aiuto al nostro team per capire quali sezioni del sito web sono più interessanti e utili per voi visitatori.