
Dialogo interiore e ascolto profondo sono alla base del dialogo autentico tra tradizioni spirituali. Thich Nhat Hanh mostra come la pace interiore favorisca trasformazione reciproca e armonia.
Sull’altare del mio eremo, in Francia, ci sono le immagini del Buddha e di Gesù, e ogni volta che brucio l’incenso dialogo con entrambi, che considero miei progenitori spirituali: cosa che mi è possibile grazie al contatto con quanti praticano il cristianesimo in maniera autentica. Quando ti accosti a qualcuno che rappresenta genuinamente una tradizione religiosa, non entri in comunione solo con quella tradizione, ma anche con la tua. È una qualità essenziale per il dialogo. Quando gli attori di un confronto sono disposti a imparare gli uni dagli altri, il loro stare insieme è sufficiente a che il dialogo s’instauri. Quando i rappresentanti di una tradizione spirituale ne incarnano l’essenza, il modo in cui camminano, si siedono e sorridono dice tutto ciò che c’è da dire su quella tradizione.
In effetti, a volte è più difficile entrare in dialogo con esponenti della propria tradizione che non con quelli di tradizioni diverse. Alla maggior parte di noi sarà capitato di sentirsi incompresi o persino traditi da persone della propria stessa tradizione. Ma se fratelli e sorelle che appartengono alla medesima tradizione non riescono a comprendersi e a comunicare, come possono farlo con quanti le sono estranei? Perché il dialogo sia fruttuoso, è necessario vivere in profondità la tradizione che ci è propria e, al contempo, prestarci a un ascolto profondo degli altri. Attraverso la pratica dell’osservare in profondità e dell’ascoltare in profondità si acquisisce la libertà e la capacità di cogliere la bellezza e i valori della propria e dell’altrui tradizione.
È da molti anni ormai che nutro la convinzione che capire meglio la propria tradizione accresca anche il rispetto, la considerazione e la comprensione verso gli altri. Prima avevo un’idea un po’ ingenua, una sorta di pregiudizio ereditato dai miei predecessori: poiché il Buddha aveva dispensato i suoi insegnamenti per quarantacinque anni e Gesù solo per due o tre – pensavo –, il primo doveva essere stato un maestro migliore. E nutrivo quell’idea proprio perché non conoscevo abbastanza bene gli insegnamenti del Buddha.
Un giorno, all’età di trentotto anni, il Buddha incontrò il re Prasenajit di Kosala. «Venerabile», disse il re, «benché siate giovane, la gente vi chiama “il supremo illuminato”. Nelle nostre terre vivono sant’uomini ottantenni e novantenni, che molti di noi ormai venerano; eppure, nessuno di loro sostiene di essere il supremo illuminato. Come può dichiararsi tale un giovane come voi?».
«Vostra maestà», replicò il Buddha, «l’illuminazione non dipende dall’età. Una minuscola scintilla può ridurre in cenere un’intera città. Un serpentello velenoso può uccidervi all’istante. Un principe appena nato ha già il potenziale di un re. E un giovane monaco ha la capacità di raggiungere l’illuminazione e cambiare il mondo.»
Studiando noi stessi possiamo conoscere gli altri.
Perché un dialogo fra tradizioni religiose sia profondo serve consapevolezza degli aspetti positivi e negativi della propria tradizione. In seno al buddhismo, per esempio, si sono verificati diversi scismi. Circa un secolo dopo la morte del Buddha, la comunità dei suoi discepoli si divise in due scuole; quattro secoli dopo esistevano venti scuole e, da allora, hanno continuato a moltiplicarsi. Per fortuna, nella maggior parte dei casi queste separazioni non sono state troppo dolorose, e il giardino del buddhismo straripa oggi di fiori magnifici, poiché ogni singola scuola incarna il tentativo di tenere in vita gli insegnamenti del Buddha in contesti e circostanze diversi. Gli organismi viventi crescono e si trasformano. Rispettando le differenze nell’ambito della nostra stessa chiesa e comprendendo come tali differenze ci arricchiscono a vicenda, saremo anche più disponibili ad apprezzare la ricchezza e la diversità delle altre tradizioni.
In un dialogo autentico, entrambe le parti in causa sono aperte al cambiamento. Dobbiamo essere pronti a riconoscere che la verità può anche trovarsi fuori dal nostro gruppo di appartenenza. Se non lo crediamo possibile, impegnarci in un dialogo si rivelerà solo una perdita di tempo. Se instauriamo un dialogo nella convinzione di avere comunque il monopolio della verità, non si tratterà certo di un dialogo autentico. Dobbiamo credere che, iniziando un dialogo con gli altri, concediamo a noi stessi la possibilità di cambiare, di acquistare profondità. Il dialogo non è un mezzo di assimilazione, da intendere cioè nel senso di una parte che si espande fino a incorporare l’altra nel suo «sé»: va invece praticato sulla base del «non sé». Bisogna cioè consentire che quanto c’è di buono, bello e significativo in un’altra tradizione ci trasformi.
Ma il più elementare principio del dialogo interconfessionale è che esso deve avere inizio dentro ciascuno di noi. La nostra capacità di fare pace con gli altri e con il mondo dipende in larga misura dalla nostra capacità di fare pace prima di tutto con noi stessi. Se siamo in guerra con i nostri genitori, la nostra famiglia, la nostra società o la nostra chiesa, è probabile che questa guerra sia in corso anche dentro di noi. Per trovare la pace, è essenziale dunque tornare a noi stessi e creare armonia tra gli elementi di cui siamo fatti: sentimenti, percezioni, stati mentali. Ecco perché la pratica della meditazione, di una ricerca che vada in profondità, è così importante. Dobbiamo riconoscere e accettare gli elementi conflittuali dentro di noi e le cause soggiacenti. Benché richieda tempo, uno sforzo di questo tipo ripaga sempre. Una volta raggiunta la pace interiore, è possibile instaurare un dialogo autentico con gli altri.
Da: Thich Nhat Hanh, “Buddha vivente, Cristo vivente“, Garzanti, 2018.
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