Thich Nhat Hanh – Samatha nella meditazione ha 4 funzioni: fermarsi, calmare, riposare e guarire

samatha meditazione

Samatha nella meditazione, per Thich Nhat Hanh, ha 4 diverse funzioni – fermarsi, calmare, riposare e guarire – tutte derivanti dall’atto di fermarsi in meditazione, che consente la comprensione risvegliata.

La meditazione buddhista ha due aspetti, samatha e vipaśyanā. Si tende ad accentuare l’importanza di quest’ultima, dell’osservazione profonda”, che può portarci a grandi intuizioni e liberarci dalla sofferenza e dalle afflizioni. La pratica di șamatha (“fermarsi”), però, è di importanza fondamentale: se non ci sappiamo fermare, non possiamo avere alcuna comprensione risvegliata. Negli ambienti zen si racconta una storiella su un uomo e un cavallo: il cavallo galoppa veloce, e pare che l’uomo che lo cavalca debba andare in qualche posto importante. Un’altra persona, lungo la strada, gli grida: «Dove stai andando?» e il cavaliere risponde: «Non lo so! Chiedi al cavallo!». Questa è anche la nostra storia: stiamo cavalcando un cavallo, non sappiamo dove stiamo andando e non ci possiamo fermare. Il cavallo è la forza dell’abitudine che ci spinge in una certa direzione, senza che noi si possa fare niente: corriamo sempre, e correre diventa un’abitudine. Combattiamo tutto il tempo, anche durante il sonno. Dentro di noi c’è la guerra, ed è facile che questo faccia scoppiare una guerra con gli altri.

Dobbiamo imparare l’arte di fermarsi: fermare i pensieri, le abitudini, la tendenza a dimenticare, le emozioni forti che ci condizionano. Quando un’emozione imperversa dentro di noi come una tempesta, in noi non c’è alcuna pace: accendiamo la televisione e poi la spegniamo; prendiamo in mano un libro e poi lo mettiamo giù. Come fermare questo stato di agitazione? Come fermare la paura, la disperazione, la rabbia e il desiderio? Possiamo fermarli praticando il respiro consapevole, camminando in consapevolezza, sorridendo in consapevolezza, guardando a fondo per capire. Quando siamo consapevoli, in contatto profondo con il momento presente, i frutti sono sempre la comprensione, l’accettazione, l’amore e il desiderio di alleviare la sofferenza e portare la gioia.

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Spesso però le nostre abitudini sono più forti della nostra volontà; spesso diciamo e facciamo cose che non vorremmo, e poi ci dispiace; facciamo soffrire noi stessi e gli altri, e il risultato è una quantità di guai. Perché? Perché siamo spinti dalla forza delle abitudini (vāsana).

Abbiamo bisogno dell’energia della consapevolezza per essere ben presenti a noi stessi e riconoscere le abitudini, per poter fermare questo moto distruttivo. La consapevolezza ci mette in grado di riconoscere la forza dell’abitudine ogni volta che si manifesta. «Ciao, forza dell’abitudine, so che sei lì!» Se solo le sorridiamo, perderà molta della sua carica. La presenza mentale è l’energia che ci permette di riconoscere la forza delle nostre abitudini e impedisce loro di dominarci.

L’assenza mentale è il suo opposto: beviamo una tazza di tè, ma non sappiamo che stiamo bevendo una tazza di tè. Sediamo in compagnia della persona che amiamo, ma non ci accorgiamo della sua presenza. Camminiamo, ma non stiamo camminando davvero: siamo da qualche altra parte, immersi in pensieri sul passato o sul futuro. Il cavallo della forza del l’abitudine ci porta via con sé, e noi siamo in sua balia. Dobbiamo fermare quel cavallo e reclamare la nostra libertà. Dobbiamo far risplendere la luce della consapevolezza su ogni cosa, così che il buio dell’assenza mentale si dissolva. La funzione primaria della meditazione, samatha, è fermarsi.

La seconda funzione di samatha è calmare. Sappiamo che potrebbe essere pericoloso agire quando siamo in preda a una forte emozione, ma non abbiamo la forza o la chiarezza per non farlo. Dobbiamo imparare l’arte di inspirare ed espirare, fermare le nostre attività e calmare le nostre emozioni. Dobbiamo imparare a diventare solidi e stabili come una quercia, a non lasciarci squassare dai venti di tempesta. Il Buddha ha insegnato molte tecniche per aiutarci a calmare il corpo e la mente e a guardarvi dentro in profondità. Queste tecniche possono essere riassunte in cinque stadi:

  1. Riconoscimento. Se siamo arrabbiati, dire: «So che in me c’è rabbia»,
  2. Accettazione. Quando siamo arrabbiati, non negarlo. Accettare quello che c’è.
  3. Abbraccio. Prendere in braccio la nostra rabbia come una madre tiene in braccio il suo bambino che piange. La consapevolezza abbraccia l’emozione e già questo, di per sé, può calmare la nostra rabbia e noi stessi.
  4. Osservazione profonda. Quando siamo abbastanza calmi, possiamo guardare in profondità per capire che cosa abbia provocato questo accesso di rabbia, cosa stia provocando disagio al nostro bambino.
  5. Comprensione risvegliata. Il frutto dell’osservazione profonda è la comprensione delle tante cause e condizioni, primarie e secondarie, che hanno prodotto la nostra rabbia, che stanno facendo piangere il nostro bambino. Forse ha fame. Forse lo punge la spilla da balia sul pannolino. La rabbia si è scatenata dentro di noi, quando un amico ci ha parlato in maniera meschina, ma poi di colpo ci siamo ricordati oggi non è nella sua forma migliore perché suo padre sta morendo. Riflettiamo in questo modo finché non abbiamo un’intuizione sulla causa della nostra sofferenza: la comprensione risvegliata ci indica che cosa fare e che cosa non fare per cambiare la situazione.

La terza funzione di samatha, dopo quella di calmare, è il riposo. Immaginiamo che una persona in riva a un fiume vi lanci dentro un sassolino: questo si lascerà affondare lentamente e raggiungerà il letto del fiume senza alcuno sforzo. Una volta sul fondo, il sasso vi rimarrà, in quiete, lasciando che l’acqua gli scorra sopra. Quando pratichiamo la meditazione seduta possiamo concederci un riposo simile a quello del sasso; possiamo permetterci di affondare naturalmente nella posizione seduta e riposarci, senza alcuno sforzo. Dobbiamo imparare l’arte del riposo, consentendo il riposo al corpo e alla mente: se sono feriti, in qualche modo, il riposo è necessario per permettere loro di guarirsi.

Calmarsi permette di riposare, e riposare è una condizione fondamentale per la guarigione. Quando vengono feriti, gli animali della foresta si trovano un posto dove giacere in riposo completo per svariati giorni. Non pensano né al cibo né ad altro: riposano soltanto, e in questo modo ottengono la guarigione necessaria. Quando noi esseri umani ci ammaliamo, non facciamo altro che preoccuparci! Cerchiamo un dottore e prendiamo le medicine, ma non ci fermiamo. Anche quando andiamo in vacanza al mare o in montagna non ci riposiamo affatto e torniamo indietro più stanchi di prima. Dobbiamo imparare a riposare. Stare sdraiati non è l’unica posizione per il riposo: durante la meditazione seduta o camminata ci si riposa molto bene. La meditazione però non deve essere un duro lavoro: lascia solo che il corpo e la mente si riposino come un animale della foresta. Non combattere. Non c’è proprio niente da ottenere. Io sto scrivendo un libro, non sto combattendo; mi sto anche riposando. Per favore, leggi in modo gioioso ma rilassato. Il Buddha ha detto: «Il mio Dharma è la pratica della non-pratica». Pratica in un modo che non ti stanchi, anzi che dia al tuo corpo, alle tue emozioni e alla tua coscienza la possibilità di riposare. Il nostro corpo e la nostra mente hanno la capacità di guarire se stessi, se consentiamo loro di riposare.

Fermarsi, calmarsi e riposare sono condizioni preliminari per la guarigione. Se non ci possiamo fermare, la nostra distruzione continuerà il suo corso. Il mondo ha bisogno di guarire. Individui, comunità e nazioni hanno bisogno di guarire.

Il cuore dell’insegnamento del Buddha. La trasformazione della sofferenza in pace, gioia e liberazione

Thich Nhat Hanh - Il cuore dell'insegnamento del Buddha
Il libro conduce il lettore per mano nel labirinto delle verità basilari del buddhismo. L'autore fornisce a chi è semplicemente "curioso" degli insegnamenti del buddhismo, e si imbatte di continuo in riferimenti dottrinari senza sapere dove trovarne spiegazione, le chiavi per accedere alla pratica e alle fonti canoniche di quest'antico Sentiero. Il volume non ha alcuna pretesa di "catechismo"; non dà risposte dogmatiche, non impartisce confortanti lezioni di saggezza, ma indicazioni di stampo quasi socratico.

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[La foto è di Lisa Fotios, Regno Unito]

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