
Il fatto che siamo tutti legati gli uni agli altri dovrebbe essere alla base del nostro approccio nei confronti dei conflitti. Essere pacifisti davvero significa guardare i belligeranti come una madre osserva i propri figli litigare.
Milioni di persone si interessano di sport. Se siete appassionati di calcio o di baseball, immagino che avrete una squadra del cuore con la quale vi identificate. Seguirete la partita con angoscia ed entusiasmo, magari accompagnando la palla con un calcetto o un colpo di mazza immaginario. Se non si parteggia per nessuno, non c’è gusto. Anche una guerra ci dà occasione di parteggiare, in genere per chi subisce l’aggressione.
All’origine dei movimenti pacifisti c’è un sentimento del genere. Ci arrabbiamo, gridiamo, ma raramente ci mettiamo al di spora del gioco per osservare i contendenti con gli occhi di una madre. Una madre che vede litigare i suoi due figlioli ha un solo desiderio: che facciamo pace.
Un noto proverbio vietnamita dice: “Per azzuffarsi, i pulcini della stessa covata si tingono la faccia.” Tingersi la faccia significa diventare estranei ai propri fratelli e sorelle. Possiamo sparare a qualcuno solo se lo riteniamo un estraneo. Un autentico impegno per la pace nasce dalla capacità di vedere con gli occhi della compassione, e questa capacità deriva dalla chiara visione della realtà dell’inter-essere e della compenetrazione di tutti i viventi.
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Quando sarà che i pulcini della stessa covata si toglieranno i colori dalla faccia per riconoscersi come fratelli e sorelle? La sola via per scongiurare il pericolo è cominciare subito; che ciascuno di noi dica all’altro: “sono tuo fratello”, “sono tua sorella”, “sono un essere umano come te, e la tua vita è la mia vita”.
Da: Thich Nhat Hanh, “La pace è ogni passo. La via della presenza mentale nella vita quotidiana“, Astrolabio Ubaldini, 1993.
Nota: questa lettura è stata letta da Bar Zecharya, fondatore del centro di pratica Pardesa, nel corso del primo di una serie di incontri di ascolto e di approfondimento “Non ci sono altri“, finalizzati all’ascolto di esperienze da Palestina, Israele e altri luoghi, che hanno fatto esperienza in diversi modi della pace, della compassione e della riconciliazione.
[La foto su siamo tutti legati gli uni agli altri è di Ted Eytan, Stati Uniti]
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