Thich Nhat Hanh – Il suono del telefono è la voce del Buddha

La nostra è una pratica semplice: è consapevolezza nella vita quotidiana. Noi pratichiamo le tecniche meditative del fermarsi (samatha) e guardare in profondità (vipasyana). Senza consapevolezza e meditazione saremmo trascinati qua e là da mille cose e perderemmo noi stessi: la pratica ci aiuta a smettere di correre a perdifiato per tutta la vita come se avessimo il diavolo alle calcagna. Troppo spesso ci lasciamo trasportare dalla spinta delle persone che ci stanno intorno, dalle circostanze, dai nostri stessi pensieri, dalla rabbia, e non abbiamo la forza di opporci a queste forze. Chiediti: «Che cosa ho fatto della mia vita, negli ultimi anni?». Se non hai praticato il fermarsi, ti sembrerà che gli anni siano passati come in sogno. Può essere che tu non ti sia mai fermato un attimo a guardare la luna o a tenere in mano un fiore. Senza fermarci e guardare in profondità non siamo capaci di vivere realmente la vita.

L’energia che ci mette in grado di fermarci è la consapevolezza. Possiamo usare elementi che già fanno parte della nostra vita – lo squillo del telefono, la sosta a un semaforo se stiamo guidando – per fermarci, sorridere e ritornare al momento presente. Il suono del telefono è la voce del Buddha che ci richiama al nostro vero io e ci chiede: «Dove stai andando? Perché non torni a casa?». Siamo come bambini scappati di casa. Ascoltando il suono del telefono possiamo ritornare al qui e ora; il momento presente è pieno di gioia, di pace, di libertà e risveglio, non dobbiamo far altro che fermarci ed entrare in contatto con esso.

La pratica di fermarsi porta concentrazione (samadhi). La concentrazione rende più stabile la nostra consapevolezza: se la batteria della torcia elettrica è carica, la luce sarà forte e stabile e saremo in grado di vedere con chiarezza ognuno degli oggetti su cui la punteremo; se la batteria è mezza scarica vedremo solo un’immagine vaga e tremolante. La concentrazione è la batteria, la torcia elettrica è la consapevolezza. Quando ci fermiamo e concentriamo la mente anche solo un po’, cominciamo a vedere. Se ci fermiamo più a lungo, in noi l’energia della concentrazione diventa molto forte e vediamo chiaramente dovunque puntiamo la luce della consapevolezza. Di fatto la concentrazione e l’osservazione profonda non si possono separare: non appena c’è concentrazione, ecco che c’è l’osservazione profonda. Perché ci sia l’osservazione profonda prima deve esserci il fermarsi. Quando ci fermiamo e osserviamo in profondità un fiore possiamo vederne la natura interdipendente e co-originata: il sole, la pioggia, il terreno.

Possiamo praticare la concentrazione e l’osservazione profonda in tutte le attività della vita. Possiamo praticare il fermarsi anche camminando: camminiamo in modo da non fare del punto d’arrivo la nostra unica meta, camminiamo in modo da godere ogni passo. Se pratichiamo il fermarsi mentre laviamo il pavimento, laviamo i piatti o facciamo la doccia, stiamo vivendo in profondità. Se non pratichiamo in questo modo, passeranno i giorni e i mesi e avremo sprecato il nostro tempo. Fermarci ci aiuta a vivere davvero.

Da: Thich Nhat Hanh, La via della trasformazione, Oscar Mondadori, 2009.

La via della trasformazione

La via della trasformazione
La via della trasformazione è una preziosa esposizione di psicologia buddhista, incentrata sull’esperienza diretta del riconoscere, dell’abbracciare e dell’osservare in profondità la natura delle sensazioni e delle percezioni. In queste pagine Thich Nhat Hanh, attraverso il puntuale commento a un testo scandito in cinquanta strofe e attingendo ai più importanti filoni del pensiero buddhista, svela il funzionamento della nostra mente e il modo in cui è possibile prendersene cura. Con la sua consueta abilità letteraria…

 

Per approfondire:

niente di speciale

assenza di segno

letture di Chandra Livia Candiani

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[La foto è di Jeronimo Sanz]