Thich Nhat Hanh – Cos’è la Vacuità e perché è meravigliosa

vacuità

La Vacuità è uno dei concetti chiave del Buddhismo. In questo brano Thich Nhat Hanh ci invita a non osservarla dal punto di vista teorico, ma a vederla in ogni aspetto della realtà quotidiana.

La vacuità

La prima delle 3 Porte della Liberazione è la vacuità, śunyatā. Vacuità, o vuotezza, significa sempre “essere vuoto di qualcosa”: una tazza è vuota d’acqua; una ciotola è vuota di minestra. Noi siamo vuoti di un sé separato e indipendente. Non possiamo esistere da soli, possiamo solo interessere con tutto ciò che esiste nel cosmo. La pratica mira a nutrire la comprensione risvegliata della vacuità nel corso di tutta la giornata. Dovunque andiamo, tocchiamo la natura della vacuità in tutte le cose con cui veniamo in contatto. Osserviamo profondamente la tavola, il cielo azzurro, un nostro amico, la montagna, il fiume, la nostra rabbia e la nostra felicità e vediamo che tutte queste cose sono vuote di un sé separato. Quando entriamo in contatto profondo con queste cose, comprendiamo la natura interessente e strettamente interrelata di tutto ciò che esiste. Vacuità non significa “non esistenza”: significa originazione interdipendente, impermanenza e non-sé.

La prima volta che sentiamo parlare di vacuità, proviamo un po’ di spavento; dopo avere praticato per un po’ di tempo, però, vediamo che le cose esistono, certo, ma solo in un modo diverso da come pensavamo. La vacuità è la Via di Mezzo tra l’esistente e il non-esistente. Un fiore bellissimo non “diventa” vuoto quando appassisce e muore: è già essenzialmente vuoto. Guardando in profondità, vediamo che il fiore è fatto di elementi di non-fiore: luce, spazio, nuvole, terra e coscienza. È vuoto di un sé separato e indipendente. Nel Sutra del Diamante ci viene insegnato che un essere umano non è indipendente dalle altre specie; per questo, per proteggere l’umanità dobbiamo proteggere le specie non umane. Se inquiniamo l’acqua e l’aria, i vegetali e i minerali, distruggiamo noi stessi. Dovremmo imparare a vedere noi stessi in cose che pensavamo esterne a noi, per dissolvere delle barriere artificiose.

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In Vietnam diciamo che se un cavallo è malato, tutti gli altri cavalli della stalla rifiutano il cibo. La nostra felicità e la nostra sofferenza sono la felicità e la sofferenza degli altri. Agendo a partire dal non-sé, le nostre azioni saranno in armonia con la realtà e noi sapremo che cosa fare e che cosa non fare. Mantenere la consapevolezza del fatto che siamo tutti reciprocamente collegati è la Concentrazione sulla vacuità (sunyatā samadhi). La realtà va al di là dei concetti di “essere” e “non essere”: dire che il fiore esiste non è del tutto esatto, ma non lo è nemmeno dire che non esiste. La vera vacuità è detta “essere meraviglioso” perché va al di là dell’esistenza e della non-esistenza.

Quando mangiamo, dobbiamo praticare la Porta della Liberazione detta vacuità. «Io sono questo cibo. Questo cibo è me». Un giorno in Canada, stavo pranzando con il Sangha e un allievo mi guardò e disse: «Io ti sto nutrendo». Praticava la concentrazione sulla vacuità. Ogni volta che posiamo lo sguardo sul piatto pieno di cibo possiamo contemplare la natura impermanente e priva di un sé del cibo stesso. E una pratica profonda, perché ci aiuta a capire l’originazione interdipendente. Colui che mangia e il cibo mangiato sono entrambi vuoti per loro natura; per questo la comunicazione tra di loro è perfetta. Accade lo stesso quando, rilassati e in pace, pratichiamo la meditazione camminata: facciamo ogni passo non solo per noi stessi ma per il mondo intero. Guardando gli altri ci rendiamo conto di quanto la loro felicità o sofferenza sia collegata alla nostra felicità o sofferenza. «La pace comincia da me».

Tutte le persone a cui teniamo un giorno si ammaleranno e moriranno, e se non pratichiamo la meditazione sulla vacuità quell’avvenimento ci travolgerà. La concentrazione sulla vacuità è un modo per restare in contatto con la vita così com’è, ma deve essere praticata, non basta parlarne. Osserviamo il nostro corpo: vediamo tutte le cause e condizioni che l’hanno portato a esistere: i genitori, la nostra terra, l’aria, perfino le generazioni future. Andiamo al di là del tempo e dello spazio, dell'”io” e “mio”, e assaporiamo la vera liberazione. Se ci limitiamo a studiare la vacuità come filosofia, essa non sarà per noi alcuna Porta della Liberazione: lo è solo quando ne penetriamo profondamente il significato e comprendiamo l’originazione interdipendente e la natura interessente di tutto ciò che esiste.

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[La foto sulla vacuità è di Johannes Plenio, Germania]

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