Kristin Neff – Non possiamo guarire ciò che non riusciamo a sentire

riconoscere la sofferenza

Riconoscere la sofferenza è il primo gesto della compassione verso di sé: senza, non c’è cura possibile. Ma davanti al dolore corriamo a risolvere il problema e dimentichiamo noi.

Per darci compassione dobbiamo, prima di tutto, riconoscere che stiamo soffrendo. Non possiamo guarire ciò che non riusciamo a sentire. Come si è detto, spesso non riconosciamo i sensi di colpa, l’impressione di essere difettosi, la tristezza, la solitudine come momenti di sofferenza a cui si può rispondere con compassione. Quando ti guardi allo specchio e decidi che sei troppo basso, o che il tuo naso è troppo grande, ti dici subito che quel senso di inadeguatezza è doloroso e merita una risposta gentile e premurosa? Quando il tuo capo ti chiama nel suo ufficio e ti dice che il tuo rendimento è sotto la media, il primo istinto è consolarti per l’esperienza difficile che stai attraversando? Probabilmente no.

Sentiamo eccome la fitta di non essere all’altezza dei nostri ideali, ma la mente tende a concentrarsi sul fallimento in sé, non sul dolore che il fallimento provoca. È una differenza cruciale. Nel momento in cui vediamo in noi qualcosa che non ci piace, la nostra attenzione viene assorbita per intero dai difetti che crediamo di avere. In quel momento non abbiamo la prospettiva necessaria per riconoscere la sofferenza generata dal nostro senso di imperfezione, tanto meno per risponderle con compassione.

E non è solo il dolore dell’inadeguatezza personale che tendiamo a ignorare. Siamo sorprendentemente bruschi con noi stessi anche quando le circostanze della nostra vita vanno storte senza alcuna colpa da parte nostra. Mettiamo che tua madre si ammali gravemente, o che qualcuno ti tamponi in autostrada. Quasi tutti, anche senza attribuirsi la responsabilità di ciò che è successo, in situazioni del genere passano immediatamente in modalità «risolvere il problema». Impieghiamo quantità enormi di tempo ed energia per gestire la crisi: prendere appuntamenti dal medico, telefonare alle assicurazioni, e così via. Tutto questo è senz’altro necessario, ma è altrettanto importante riconoscere che quelle esperienze ci prosciugano sul piano emotivo. Abbiamo bisogno di fermarci per un respiro o due e ammettere che stiamo attraversando un momento duro, e che il nostro dolore merita una risposta gentile e premurosa. Altrimenti la sofferenza resta senza cure, e lo stress e la preoccupazione non fanno che crescere. Rischiamo di bruciarci, di esaurirci, di sentirci travolti, perché spendiamo tutta l’energia a sistemare i problemi esterni senza ricordarci di rifornire noi stessi dall’interno.

Non c’è da stupirsi che spesso ignoriamo il nostro dolore: siamo fisiologicamente programmati per evitarlo. Il dolore segnala che qualcosa non va e innesca la risposta «attacco o fuga». Urla PROBLEMA, SCAPPA, PERICOLO!!! Immagina se il dolore non potesse segnalare qualcosa di elementare come «dito incastrato nella portiera, apri lo sportello e tira fuori il dito immediatamente!». Per via di questa tendenza innata ad allontanarci dal dolore, può essere estremamente difficile voltarsi verso il proprio dolore, tenerlo, starci insieme così com’è. È per questo che tante persone si chiudono alle proprie emozioni. È una cosa del tutto naturale.

Jacob era una di queste persone. Evitava i conflitti ed era pronto a rabbonire chiunque desse il minimo segno di irritazione. Semplicemente non voleva avere a che fare con nessun tipo di intensità emotiva. Jacob era un brav’uomo, ma non era disposto a guardare in faccia il dolore del suo passato. Sua madre era stata una nota attrice televisiva, seriamente votata alla carriera. Lo lasciava spesso nelle mani delle tate mentre lavorava sui set. A un livello inconsapevole, Jacob nutriva un profondo risentimento per tutto il tempo che sua madre aveva passato lontano da lui: sentiva che gli avesse preferito il lavoro. Ma se avesse lasciato entrare la rabbia, temeva che avrebbe cominciato a odiarla, distruggendo l’amore e il legame che sentiva per lei. Così, di fatto, si limitò a reprimere la sua furia.

Diversi anni fa Jacob entrò in depressione e cominciò una psicoterapia. Il terapeuta lo aiutò a capire che la depressione nasceva in parte dai pozzi profondi di rabbia che covava verso la madre, e dallo sforzo che gli costava reprimerla. Aveva bisogno di entrare in contatto con i suoi veri sentimenti. Quando però Jacob si voltò finalmente verso la propria rabbia, invece di limitarsi a tenerla in una consapevolezza attenta, ne fu travolto, e finì per brandirla come un fucile d’assalto. Ci si tuffò dentro con tutte le forze, agitandosi sempre di più mentre pensava al modo «orribile» in cui sua madre lo aveva trattato. Cominciò a vederla come un mostro narcisista — la Norma Desmond di Viale del tramonto. In breve, era diventato isterico anziché consapevole. Purtroppo questa oscillazione estrema del pendolo è comune quando si comincia a lavorare con le emozioni difficili.

Da: Kristin Neff, “La self-compassion. Il potere dell’essere gentili con se stessi“, Franco Angeli, 2019.

Per approfondire:

Affrontare il dolore con compassione: 2 approcci efficaci

Christina Feldman – Compassione per se stessi, perché è importante

Kristin Neff – Libri, biografia e testi scelti in italiano

Mindfulness

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[La foto su riconoscere la sofferenza è di Tanya Gorelova, Russia]
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