L’ombrello dell’io ci impedisce di vedere il cielo

ombrello dell'io

Perché esistono così tante prove a sostegno del fatto che non esiste un sé separato, nell’essere umano, ma continuiamo sempre a crederci, come individui? Perché cadiamo sempre nella trappola dell’io, che fa di tutto per farci credere che esiste ed è reale, impedendoci di abbandonarci in piena libertà al flusso vitale dell’esistenza?

La risposta l’anticipo subito: perché l’evoluzione ci ha dotato dell’idea innata di essere separati dagli altri esseri umani e dal resto della realtà, in modo da rafforzare il nostro istinto di sopravvivenza. Tale istinto ci domina ancora oggi, inutilmente, e si estende oltre il nostro corpo, creando una barriera che ci isola dagli altri e ci procura un sacco di problemi.

Ma questo io chi è?

Ciascuno di noi, quando pronuncia parole come “io”, “me” o “mio”, si basa sulla convinzione, profondamente radicata, che questa entità chiamata “io” sia reale. Sin dai primi anni di vita, sono cresciuto vedendo me stesso come qualcosa di separato dalle altre entità con le quali interagivo, in primo luogo mia madre. Da allora ad oggi, nonostante siano passati diversi decenni, mi sembra di essere sempre quello stesso io che, tra mille peripezie e tanti cambiamenti, è arrivato all’anno 2022.

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Ma mi aspetto anche che un giorno dovrò per forza morire, mettendo fine all’esistenza di questo io. Allora mi chiedo se con la morte davvero dovrò scomparire, o se ci sarà un seguito. Certe religioni promettono che un seguito ci sarà, e che anzi, sarà persino migliore. In questo modo questo io, questo me, potrà proseguire il suo cammino senza dover affrontare l’abisso del nulla. Oppure non ci credo, a un’esistenza dopo la morte, e mi rassegno stoicamente alla fine. Questa è la nostra visione della vita.

Coerentemente, siamo anche convinti che la nostra persona abbia dei confini fisici ben precisi, che coincidono con la pelle. La pelle separa il “dentro” dal “fuori”, il “me” dal “loro”. Questo apparato complesso – che comprende al suo interno il cervello, gli organi vitali, i muscoli, lo scheletro, ecc. – sembrerebbe governato da una sorta di regista. Per l’appunto, l’io. Il regista decide cosa deve fare questa raffinata macchina che è il nostro corpo-mente. La governa incontrastato, avvalendosi del libero arbitrio che ci è stato dato in dote.

La dottrina del Non Sé

La visione che ho appena descritto potremmo definirla “standard”, perché ci accomuna un po’ tutti. Nessuno può essere biasimato per vedere l’io in questo modo. Ma ci sono punti di vista molto diversi. Il buddhismo, ad esempio, ha promosso per millenni una visione opposta. Tale visione è basata sull’idea che questo “io”, che ci sembra così concreto, in realtà non è più concreto di un sogno. Anzi, è la madre di tutte le illusioni, che sta alla base di quasi tutta la sofferenza che domina la nostra esistenza.

La farò breve, perché su questo tema c’è un’ampia letteratura anche solo in questo sito.

Secondo il buddhismo, siamo fatti di 5 cose, e soltanto di quelle 5: la materia, cioè il corpo, le sensazioni, le percezioni, le formazioni mentali e la coscienza. Oltre a queste 5 cose – che sono chiamate “aggregati” – non c’è nient’altro. Se andiamo a cercare lì in mezzo con cosa potrebbe identificarsi l’io, non potremmo dire né che coincide con il corpo, né con alcuno degli altri 4 aggregati. Ognuno dei 5 aggregati cambia continuamente ed è determinato – attimo dopo attimo – da una serie di molteplici cause e condizioni sulle quali non abbiamo alcun controllo.

A guardare bene, inoltre, possiamo constatare come ogni cosa che ci riguarda, senza eccezioni, derivi da altre cose senza le quali non potrebbe esistere. Dipendiamo da tutti e da tutto. “Inter-siamo” con tutto il resto dell’universo. Non c’è nessuna separazione.

Quando parliamo di “dottrina”, in questo caso, non dobbiamo intendere qualcosa a cui credere, come nella religione. Al contrario, è un insegnamento di cui verificare le veridicità più e più volte, e in prima persona, in base all’osservazione diretta. Il mezzo per verificarlo e la meditazione praticata regolarmente e per anni. C’è poco da fare. Cambiare radicalmente un punto di vista così importante non è un gioco da ragazzi, né qualcosa che possa diventare reale solo in base a una convinzione. Ma anche senza essere dei praticanti accaniti, possiamo intuire come tale “dottrina” sia abbastanza ragionevole, per quanto contro-intuitiva.

L’invenzione del sé

Se quello che abbiamo detto è verosimile, perché diamo tutti così credito all’idea di essere dotati di un ‘io’ distinto e duraturo, che possiede un corpo, delle sensazioni, dei sentimenti e persino dei pensieri? Quando dico tutti intendo proprio tutti, perché l’idea di un sé separato, magari dotato di qualcosa di immateriale come un’anima, per poter travalicare l’esistenza terrena, è comune a tutte le civiltà.

Eckhart Tolle, nel suo libro “Un nuovo mondo”, scrive che tutte le religioni e le tradizioni spirituali dell’umanità sono accomunate dall’intuizione che il “normale” stato della mente della maggior parte degli esseri umani contenga in realtà un fortissimo elemento di disfunzionalità. Gli induisti lo chiamano maya, i buddhisti dukkha, i cristiani peccato originale. È uno stato di sofferenza implicita e inevitabile che ereditiamo sin dalla nascita.

Io credo che la spiegazione più efficace di tale disfunzionalità sia di carattere scientifico. L’evoluzione ci ha plasmati con delle finalità che avevano senso nell’ambiente ancestrale in cui è avvenuto il processo evolutivo che ha portato all’homo sapiens. Per la stragrande maggioranza della nostra storia evolutiva siamo stati cacciatori-raccoglitori che vivevano in piccoli gruppi. Ma ancor prima eravamo altri animali. Il passaggio a uno stadio più “evoluto” ha richiesto che sviluppassimo una coscienza di sé per autoproteggerci. Ormai sappiamo che anche tanti altri animali hanno una coscienza di sé. Ma noi ci abbiamo aggiunto il linguaggio, che rafforza notevolmente l’idea di essere separati dagli altri, e una struttura sociale gerarchica, nella quale ciascun individuo occupa un posto ben preciso.

Insomma, se la percezione di essere un “io” separato è così importante nella nostra vita, e così foriera di guai, è per via della nostra storia evolutiva. Ce n’era bisogno centinaia di migliaia di anni fa ma ce la continuiamo a portare appresso anche oggi, in un contesto totalmente diverso.

L’ombrello dell’io

Da esseri umani moderni, ci ritroviamo con tante caratteristiche disfunzionali, create dall’evoluzione nel corso delle varie ere per renderci efficaci trasportatori del DNA. Ora non abbiamo più neanche bisogno di quello, perché viviamo in una Terra sovrappopolata da umani. Ma eccoci, siamo fatti così, e vogliamo essere felici nonostante siamo stati creati per tutt’altra finalità che essere felici.

Ogni minuto della nostra esistenza dobbiamo fare i conti con questo io che vuole affermarsi. Anzi, in ogni respiro, perché ogni volta che l’aria entra ed esce dal nostro corpo, se ce ne accorgiamo, pensiamo “io inspiro”, “io espiro”. Siamo convinti di essere i proprietari di questo corpo e di questa mente. In quanto tali, ci preoccupiamo costantemente che né il corpo né la mente siano attaccati o messi in discussione da chiunque.

Ma questo confine artificiale, che abbiamo eretto attorno a un ipotetico “io”, in realtà si estende anche oltre la nostra persona, come ha sottolineato Sister Lang Nghiem in un episodio del podcast “The Way Out Is In” di Plum Village:

Abbiamo sempre dovuto proteggerci dagli elementi e dai pericoli. Ma ora, sempre più spesso, siamo in grado di creare ambienti sempre più sicuri in termini di case, relazioni, alleanze e cose del genere – ma l’istinto di sopravvivenza, il bisogno di proteggere e di sentirsi minacciati e in pericolo è ancora molto vivo. Dobbiamo quindi essere consapevoli di come l’istinto di sopravvivenza operi in noi, in modo da non spendere tutte le nostre energie solo per cercare di sopravvivere e di proteggerci.

Il senso di protezione che è all’interno della nostra coscienza, come un grande ombrello oggi abbraccia anche l’ambiente nel quale viviamo, gli oggetti che ci circondano, la nostra stessa personalità. Ci identifichiamo con la nostra casa, l’automobile, i vestiti, il posto di lavoro, i libri che leggiamo e le serie TV che guardiamo. Niente va messo in discussione. Né è il caso di intaccare l’identità che abbiamo costruito nel corso del tempo e con la quale ci presentiamo agli altri.

L’istinto di sopravvivenza di cui la selezione naturale ci ha dotato per proteggerci, oggi, nella società capitalistica complessa, è diventato un mostro che ci impedisce di vedere i nostri desideri più profondi. Un ombrello che dovrebbe proteggerci, ma ci impedisce di vedere il cielo.

Cosa fare? Cercare di evitare la sofferenza è un atteggiamento che di solito porta ulteriore sofferenza. Bisogna cambiare radicalmente il nostro modo di percepire la realtà. La stessa Sister Lang Nghiem suggerisce una metafora efficace: dobbiamo mettere un obiettivo diverso nella nostra macchina fotografica.

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[La foto è di Pixabay]

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