Osservare il sorgere dell’io e lasciarlo andare

osservare l'io

Un esercizio di meditazione che consente di entrare direttamente nel cuore dell’insegnamento del Buddha, per sperimentarlo in prima persona, consiste nell’osservare il sorgere dell’io e lasciarlo andare. È più facile di quanto non sembri e si basa sulle prime 3 delle 4 nobili che sintetizzano l’insegnamento del Buddha stesso. Il modo di descriverle che ora esporrò s’ispira a quanto ho appreso dal mio maestro Alberto Cortese, che è molto efficace proprio nell’entrare nel merito della pratica, alla luce di quanto ci ha tramandato il maestro indiano.

Le quattro nobili verità

Tutto l’insegnamento buddhista è efficacemente sintetizzato dalle quattro nobili verità, che il Buddha stesso enunciò subito dopo aver raggiunto l’illuminazione.

La prima nobile verità è la constatazione della sofferenza o dolore (dukkha) come condizione che ci accomuna. Ci sono delle caratteristiche essenziali della vita – come la malattia, l’invecchiamento, la morte, la separazione dalle cose e dalle persone che amiamo – che non riusciamo ad accettare. Accettare l’inevitabilità dell’invecchiamento, ad esempio, dovrebbe essere qualcosa di normale. Per un qualsiasi animale che non sia l’uomo, è del tutto accettabile. Ma per noi è un boccone difficile da mandare giù, soprattutto per un motivo: perché siamo convinti di esistere come entità separate dagli altri e dal resto della realtà. Crediamo che in questo sacco di pelle che contiene il corpo ci sia qualcosa chiamato io, che vive di esistenza propria, che vorrebbe perpetrarsi più a lungo possibile e che deve costantemente difendersi dalle minacce esterne che incombono.

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La seconda nobile verità contiene l’insegnamento forse più importante, l’essenza di tutto il cosiddetto “buddhismo”, termine inventato in occidente per etichettare come religione una tradizione basata invece sull’osservazione diretta della realtà. La seconda nobile verità ci dice che la sofferenza ha delle cause ben precise. Essa non è affatto una caratteristica ineludibile della vita, né ci è stata imposta da un qualche Dio, né tanto meno dal Maligno. La sofferenza origina dalla nostra ignoranza di base. Siamo convinti che esista l’io, come entità separata, e tale convinzione diventa il nostro parametro per rapportarci ad ogni fenomeno. Emerge una sensazione spiacevole e anziché constatare “c’è una sensazione spiacevole, dovuta a una serie di cause e condizioni”, diciamo “provo una sensazione spiacevole” e cerchiamo di evitarla, cosa che non è sempre possibile. Nel momento in cui è l’io, a dover “subire” un dolore che altrimenti sarebbe sopportabile, la reazione è il rifiuto. Un inconveniente, un semplice dolore fisico, un sentimento doloroso, si trasformano in vera e propria sofferenza. Questo avviene anche con le sensazioni piacevoli, a causa della loro fugacità. Di fronte alle cose piacevoli, non ne accettiamo il cessare o il trasformarsi in qualcos’altro. E soffriamo. Le porte dei sensi sono sei (vista, udito, olfatto, tatto, gusto e fenomeni mentali), dunque sono ben sei le vie d’ingresso di sensazioni potenzialmente fonti di sofferenza.

La terza nobile verità contiene l’elemento di speranza dell’insegnamento buddhista, la cessazione della sofferenza. Il Buddha ha detto che la sofferenza, dovuta al sorgere dell’io quando ci rapportiamo alla realtà, può cessare, se siamo in grado di lasciare andare l’io. Si noti qui in cosa consiste la speranza. Se c’è qualcosa in cui possiamo realisticamente sperare, non è certo che non ci capiti mai qualcosa di spiacevole, come ad esempio di non ammalarci o che non si ammalino le persone a noi care. L’unica speranza su cui possiamo fare affidamento è quella di poter essere in grado di affrontare nel modo più saggio possibile quello che ci capiterà. La strada per arrivarci non è facile, richiede anzi molto esercizio, ma sicuramente passa per la capacità di lasciare andare l’io. Dunque, riassumendo, i nostri sensi ci espongono costantemente a fenomeni di vario tipo, che interpretiamo come qualcosa che il nostro “io” subisce, e questo ci fa soffrire. Ma se riusciamo a lasciar andare l’io, non abbiamo problemi.

La quarta nobile verità descrive il contesto che rende possibile possibile attuare la prospettiva di liberazione delineata dalle prime tre verità, cioè il cammino spirituale che è necessario percorrere. Tale cammino è il nobile ottuplice sentiero, che comprende elementi di etica (retta parola, retta azione, retti mezzi di sostentamento), di concentrazione (retto sforzo, retta concentrazione e retta presenza mentale) e di saggezza (retta visione e retto pensiero). La parte sulla concentrazione è quella che serve per mettere in pratica questo esercizio.

Osservare l’io con la meditazione

In uno dei suoi più importanti discorsi – il Sutra sui quattro fondamenti della consapevolezza (Satipatthana Sutta) – il Buddha ha fornito istruzioni molto dettagliate su come utilizzare la meditazione quale strumento di indagine e di liberazione al tempo stesso, alla luce delle quattro nobili verità. Nel corso della meditazione, ad esempio, il praticante è invitato a indagare il modo con cui ci relazioniamo alla realtà tramite i sei sensi. Distinguendo tra “basi” sensoriali ( i sensi veri e propri) e “oggetti” sensoriali (le fonti degli stimoli che arrivano ai sensi), il Sutra ci consente di osservare da vicino e in dettaglio la nostra attitudine. Il momento fondamentale è quello in cui avviene il contatto tra la base sensoriale e l’oggetto – ad esempio arriva al nostro orecchio il rombo di una moto che passa per strada. Il momento è cruciale perché si pongono di fronte a noi due strade alternative:

  • possiamo permettere all’io di sorgere e di esprimere il proprio punto di vista, che è quello di chi, nel sentirsi separato, cerca di impossessarsi dell’oggetto dei sensi o di respingerlo; in un caso come questo, l’io formulerebbe pensieri tipo “ma proprio qui doveva passare uno con una moto del genere!”, trasformando una semplice sensazione transitoria in una piccola esperienza dolorosa;
  • possiamo contemplare il fenomeno come qualcosa di neutro, che non ci riguarda personalmente e che si manifesta al sorgere di una serie di cause e di condizioni; come uno dei tanti fenomeni transitori dei quali in questo momento siamo testimoni tramite i nostri sensi.

La differenza tra i due atteggiamenti è sostanziale. Nel primo caso l’io è presente, ne secondo no, o per lo meno non è protagonista. A questo punto, dobbiamo resistere alla tentazione di etichettare il primo dei due come “giusto” e il secondo come “sbagliato”. Non c’è né giusto né sbagliato, perché la nostra coscienza, quella che ci fa conoscere i fenomeni, è a sua volta un fenomeno condizionato, soggetto a cause e condizioni esterne. Se appena riceviamo uno stimolo tendiamo a reagire attaccandoci a esso o respingendolo, è semplicemente perché quella è la nostra natura. La mente di noi esseri umani si è formata nel corso di centinaia di migliaia di anni di storia evolutiva, assumendo caratteristiche adatte alla sopravvivenza della specie. In un ambiente selvatico, ad esempio, è molto importante saper distinguere in ogni momento e senza esitazione cosa ci minaccia e cosa no. Dunque tutti noi agiamo ancora sotto quegli impulsi. Un’altra caratteristica della mente umana è quella di andare avanti con la forza dell’abitudine, innescando il “pilota automatico”. Anche quello è un tipo di comportamento vantaggioso dal punto di vista evolutivo, perché ci permette di compiere delle azioni di base – come ad esempio correre saltando degli ostacoli – senza starci a pensare. Dunque facciamoci pace, col fatto che in noi tende a manifestarsi l’io. Non siamo inadeguati, siamo solo normali.

Sappiamo però qual è la strada da intraprendere, perché se è l’io a farci soffrire, è bene cercare di liberarcene. Questo è sì possibile, lo ha scoperto il Buddha 2.500 anni fa, ma serve molto, molto esercizio. Anche se è un esercizio facile: rimanere seduti a osservare quello che c’è nel momento presente.

Come fare a riconoscere l’io

Eccoci come di consueto al “come fare”, perché alla fine non è di teoria che è necessario parlare, ma di pratica. Ci sono voluti 20, 30, 40, 50 o forse più anni a farci diventare in un certo modo. Se c’è qualcosa da cambiare non possiamo certo farlo da un momento all’altro, o dopo aver letto un articolo su un blog!

Mentre siamo seduti in meditazione, osserviamo i vari fenomeni che si presentano, secondo il metodo della vipassana. Per fenomeni vanno intesi sia quelli che percepiamo come “esterni” – i suoni, gli odori, le sensazioni tattili – e che ci giungono attraverso le porte dei sensi, sia quelli che percepiamo come “interni” – come gli stati d’animo, i pensieri, i dolori del corpo, eccetera – anch’essi veicolati dai sei sensi. Sono tutti fenomeni di cui avvertiamo la presenza, e che sono caratterizzati da un sorgere, un trasformarsi e infine un dissolversi.

Il nostro compito è di osservare se, a contatto coi fenomeni, si manifesta l’io, e in che modo lo fa.

Se siamo ben attenti, non appena un fenomeno sorge, possiamo rendercene conto. È il momento in cui avviene il contatto tra la base sensoriale e l’oggetto. È molto facile esercitarci con un fenomeno come il prurito. Siamo lì, fermi, attenti a tutto quello che ci si presenta, ed ecco quel pizzicore sulla pelle. Qual è la nostra prima reazione? Se può essere formulata con una frase in cui il soggetto è la prima persona singolare – tipo “provo prurito” o “mi dà fastidio” – lì c’è l’io. Ecco l’origine del vero dolore. Lo stesso può avvenire con un altro tipo di fastidio fisico, o persino coi pensieri e gli stati d’animo.

Di fronte a ciascuno degli innumerevoli fenomeni che si possono presentare mentre siamo lì, immobili sul cuscino, l’io è pronto a sorgere in molte sembianze diverse, alcune palesi, altre occulte. È solo con l’esperienza diretta e in prima persona che possiamo stanarlo.

Ma come si riconosce l’io? Sembra una domanda difficile, ma alla prova dei fatti l’io non riesce a nascondersi più di tanto. Per fare degli esempi, lo si può facilmente individuare ogni volta che:

  • la sensazione viene descritta in prima persona (“provo dolore”, “sento un rumore”);
  • la sensazione viene subito catalogata come piacevole o spiacevole”
  • di fronte alla sensazione spiacevole, emerge il desiderio che svanisca al più presto;
  • di fronte alla sensazione piacevole, emerge il desiderio che duri il più a lungo possibile;
  • emergono pensieri tipo “non dovrei pensare questo” o “non sono abbastanza bravo” o anche “come sta riuscendo bene la meditazione”;
  • emerge qualsiasi forma di giudizio, sia nei confronti dei fenomeni osservati, sia nei confronti di noi stessi;
  • emerge il desiderio di raggiungere un fine o di ottenere qualcosa;
  • crediamo di sapere già quello che sta succedendo, senza curiosità;
  • ci sentiamo soddisfatti o insoddisfatti per come sta andando la meditazione o perfino per come stiano approcciando quel particolare fenomeno.

Come avrete capito, si tratta di un lavoro molto sottile. Ma è proprio su questo piano che interviene la meditazione. Giorno dopo giorno lavoriamo in maniera certosina sui piccoli dettagli che riguardano la nostra mente e il nostro corpo. E da quel lavoro al microscopio, come degli scienziati, scopriamo le grandi verità del mondo.

Per approfondire:

io

quattro nobili verità

sensi

vipassana

Stephen Batchelor – La cessazione del desiderio ci fa scoprire tante cose interessanti

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Paolo Subioli

Ho scritto questo libro per condividere ciò che ho imparato nell’ambito della mia pratica quotidiana, grazie agli insegnamenti dei maestri, ma anche e soprattutto dell’esperienza diretta.

[La foto è di Felipe Morin, Cile]

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