Come non avere paura di morire

paura di morire

La paura di morire è la compagna più fedele della nostra vita, che non ci lascia mai fino all’ultimo respiro. Ma è anche e soprattutto ciò che più di tutto ce la rovina, la vita. Ecco come affrontarla finché siamo in tempo, grazie agli insegnamenti dei grandi maestri e sulla base della mia esperienza personale.

Recentemente ho assistito alla morte di mio padre, che non è stata una cattiva morte, dopo tutto. Intendo dire che non ha sofferto in modo particolare. Il problema più grande che ha avuto – oltre al dolore di lasciare sola la donna che ha amato per tutta la vita – è stata proprio la paura di morire. Tale paura affondava le radici in un tempo lontano. Si capiva ad esempio dal fatto che era un argomento di cui non voleva mai parlare. Dalla sua esperienza ho capito meglio alcune cose sul modo migliore di morire e vorrei condividerle con voi.

La paura di morire non è fondata

Cominciamo dalla teoria. Diamo per scontato che si debba o si possa avere paura di morire. Ma è proprio inevitabile? È sin dal III secolo avanti Cristo che disponiamo delle argomentazioni più convincenti per non temere la morte, grazie a vari pensatori illuminati, uno dei più importanti dei quali è stato Epicuro. Per Epicuro temere la morte è inutile, poiché essa non può toccarci. Mentre noi esistiamo la morte non è presente, e quando la morte è presente noi non esistiamo più. Semplice ma incontrovertibile.

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Ecco cosa scriveva il filosofo greco nella cosiddetta “Lettera sulla felicità”:

“Non esiste nulla di terribile nella vita per chi davvero sappia che nulla c’è da temere nel non vivere più. Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l’affligge la sua continua attesa.

Ciò che una volta presente non ci turba, stoltamente atteso ci fa impazzire.

La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi.

Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi.

Non è nulla né per i vivi né per i morti.

Per i vivi non c’è, i morti non sono più. Invece la gente ora fugge la morte come il peggior male, ora la invoca come requie ai mali che vive.

Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più. La vita per lui non è un male, né è un male il non vivere”.

Se è la sofferenza legata alla morte a farci paura, siamo fuori strada. L’esperienza ci dice infatti che la vita può essere costellata di molte sofferenze, fisiche ed emotive, anche molto pesanti. La morte spesso avviene in uno stato di incoscienza o talmente repentinamente che non facciamo in tempo ad accorgercene. Per molti la morte è un’autentica liberazione, proprio dalla sofferenza.

Dunque è importante ricordarci che la morte non è portatrice in quanto tale di sofferenze maggiori di quelle che già siamo abituati a sopportare. E l’atto di morire in sé, come diceva Epicuro, proprio perché ci priva definitivamente della coscienza, non può farci soffrire per definizione.

Purtroppo non possiamo chiedere a chi è già morto com’è andata, per sapere se è stato veramente così terribile. Ma grazie a uno studio scientifico, si è scoperto che l’esperienza della morte non è così cattiva come si crede. Si è visto che i pensieri sviluppati da persone prossime alla morte erano prevalentemente positivi, più di quelli che si immaginavano soltanto di dover morire.

La paura di morire esistenziale

Stiamo parlando di paura di morire qui, in un blog, come se fosse un argomento qualsiasi, ma è una faccenda molto seria. La paura della morte è una delle caratteristiche peculiari della nostra specie. Ed è una fonte inesauribile di problemi e di sofferenza. In questo siamo diversi dai cavalli, dai serpenti, dalle api e probabilmente da qualsiasi altra specie.

Quando i nostri antenati realizzarono di essere mortali, cominciarono a mettere in atto i primi meccanismi di difesa. Il principale fu senza dubbio la creazione delle religioni teiste (quelle basate sull’esistenza di uno o più dèi), che svolsero una doppia funzione. Da un lato, prometterci l’immortalità. Dall’altro, giustificare la nostra superiorità rispetto a tutte le altre specie, soprattutto da quando abbiamo cominciato a sottometterle per soddisfare i nostri interessi.

La religione è solo uno dei meccanismi di difesa. Anzi, è più giusto dire di negazione. La morte è un argomento tabù, di cui è vietato parlare. Ma c’è, ed è maledettamente reale. Allora mettiamo in atto tutta una serie di strategie di negazione, per lo più inconsce, che ci fanno credere si essere eterni, o ci aiutano a non pensarci affatto.

La teoria di gestione del terrore

Secondo la Teoria di gestione del terrore – di cui il principale esponente è stato l’antropologo Ernest Becker – quando gli umani cominciarono a vedere la propria vulnerabilità alla morte, emerse un sentimento di terrore che non ci ha più abbandonati. L’evoluzione ci ha infatti plasmati per evitare la morte ad ogni costo. Per tale motivo, la paura di morire ha cominciato a guidare quasi ogni nostra azione.

Tutto ciò che facciamo per aumentare la nostra autostima, o la considerazione degli altri, tutti gli sforzi per accumulare potere o ricchezza, tutte le occupazioni futili di cui andiamo costantemente alla ricerca: ecco i tanti meccanismi di negazione e di evitamento che mettiamo in atto. Alcune caratteristiche tipiche del nostro tempo – come la diffusione dell’insonnia e il non voler mai stare senza fare niente neanche per pochi secondi – sono a mio parere sintomi di questa tendenza.

Più facciamo così, più l’ansia viene alimentata in modo nascosto e si prepara a emergere prepotentemente non appena la morte da notizie di sé. È per questo che molte pratiche spirituali danno rilievo alla morte: più si fa vedere, meno paura fa. ne parleremo più avanti.

La fede serve a non avere paura di morire?

Si ritiene comunemente che chi crede nella vita eterna abbia meno paura di morire di chi non ci crede. Tale convinzione si basa sul fatto che la vita eterna, secondo le religioni che la promettono, sarebbe molto migliore di quella terrena. La prospettiva di unirsi definitivamente a Dio e vivere nella sua grazia, come credono i cristiani, può essere molto allettante. Così come lo è l’idea che l’anima sia immortale, come credono gli ebrei; o ancor più quella di andare a dimorare in quel giardino di letizie che è il paradiso islamico.

Non è così semplice. Essere convinti della possibilità di una vita ultraterrena potrebbe aumentare a dismisura la paura di morire. Se si pensa che non ci sarà niente dopo, come non c’è stato niente prima, di cosa bisogna avere paura? Il filosofo romano Lucrezio diceva che così come non temiamo l’eternità che ci vedeva assenti prima che non nascessimo, allo stesso modo non dovremmo temere l’eternità che verrà dopo. Mentre se pensiamo che ci sia un “dopo” per noi, le cosa cambiano parecchio.

Chiunque di noi, di fronte a un grande cambiamento imminente – la nascita di un figlio, un nuovo lavoro, il trasferimento in un’altra città, ecc. – ha paura. Figuriamoci se il cambiamento riguarda la vita intera! Anche se sei cristiano, nessuno ti ha mai spiegato cosa succederà esattamente un momento dopo la tua morte. L’anima potrà finalmente vivere libera dalla schiavitù di un corpo ormai martoriato? Oppure anima e corpo si riunificheranno in una resurrezione? Oltre al Paradiso, esiste veramente anche l’Inferno? Le teorie su questi aspetti sono cambiate così tanto, nel corso del tempo, che nessuno di noi sa esattamente a quale versione dare credito.

Il fatto è che non possiamo certo qui discutere se bisogna credere in una vita dopo la morte o no. Crederci o non crederci è ugualmente valido e legittimo. Quello che qui ci interessa è come non avere paura di morire nel caso in cui crediamo nella vita eterna.

A mio modesto parere, la prospettiva di una seconda vita può essere realmente di conforto, se tale credenza è veramente sincera. Il punto potrebbe essere quello di slegare dal corpo l’idea di una seconda vita. Se non ci sarà più questo corpo, non potrà neanche esserci sofferenza fisica. Se questo corpo è finito malamente – per effetto di una malattia, di un incidente, ecc. – è difficile credere che si riaggiusti e torni come prima (a quale prima?) una volta defunti. Se La prospettiva di una vita al cospetto di Dio è più spirituale che materiale, c’è poco da aver paura. O no?

Per i credenti, è fondamentale il grado di maturazione della propria fede. Se si è disponibili ad abbandonarsi a Dio, è anche più facile accettarne la volontà nella prospettiva della morte. Io credo che avendo alle spalle un solido background di pratica spirituale, sia possibile abbandonarsi alla volontà di Dio sia spiritualmente che fisicamente. Uno studio del 2016 ha anche evidenziato come la paura di morire sia minore tra coloro che praticano quotidianamente una certa religione rispetto a coloro che semplicemente vi aderiscono senza di fatto praticarla.

La morte come trasformazione

Il modo a mio parere più efficace, ma anche più realistico, per affrontare la paura di morire, è quello di vedere la morte come una semplice fase di trasformazione. Il già citato Lucrezio – autore del celebre “La natura delle cose” – diceva che nella natura non c’è niente di statico, e che tutto è destinato prima o poi a dissolversi. La fine di ogni cosa permette la nascita di altre cose, in un continuo divenire.

Come sappiamo, Lucrezio ha avuto poco seguito, così come il suo ispiratore Epicuro, entrambi vittime di una damnatio memoriae da parte del potere ecclesiastico. Ma la sua teoria si sposa a perfezione con la scienza moderna. Antoine-Laurent de Lavoisier (1743-1794), riconosciuto come il padre della chimica, teorizzò che in natura nulla si crea e nulla si distrugge. Nessuno lo nega, eppure di noi stessi crediamo di non essere stati niente prima della nostra nascita e abbiamo paura di diventare niente dopo la nostra morte.

Ah, se avessimo dato retta a Lucrezio! Ci saremmo risparmiati un bel po’ di sofferenza. Ma siamo ancora in tempo. Se ci esercitiamo a osservare la realtà con pragmatismo, noteremo che non c’è nulla, ma proprio nulla, che sfugga alla legge della continua trasformazione.

Il maestro zen Thich Nhat Han ha paragonato la nostra vita a quella di una nuvola. Se osserviamo una bella nuvola in cielo, potremmo dispiacerci quando essa si dissolve. Ma sappiamo che quella nuvola è solo un momento di passaggio di un ciclo che vede l’evaporazione dell’acqua dal mare, la sua trasformazione in masse di vapore (le nuvole), la condensazione in gocce di pioggia, l’assorbimento della pioggia da parte della terra, la fuoriuscita dell’acqua dalle sorgenti e il suo essere trasportata di nuovo al mare attraverso i fiumi.

Noi siamo esattamente come le nuvole, momenti di passaggio di un ciclo che si snoda attraverso le generazioni e comprende molti esseri diversi. Nel nostro corpo sono presenti particelle di materia che in un tempo antico sono state stelle, meteoriti, montagne, alberi, e chissà quali animali. Questa è semplicemente scienza. Inoltre tutte le nostre azioni e le nostre parole hanno conseguenze che possono perpetuarsi a lungo nel tempo. Dobbiamo imparare a ragionare meno con la mente dell’uomo primitivo e più con quella del XXI secolo.

Su questo tema consiglio di leggere questa lettura di Thich Nhat Hanh e questa di Alan Watts.

Il problema dell’Ego

Dire che tutto si trasforma e noi siamo parte del ciclo sembra semplice, ma non lo è per niente. Perché crediamo di avere un sé separato dagli altri e dal resto della realtà. Un sé che si perpetua nel tempo e che ha bisogno di essere protetto e difeso dalle minacce esterne. È l’Ego.

A causa della nostra storia evolutiva, l’ego emerge ogni volta che entriamo in contatto con un qualsiasi stimolo esterno. Reagiamo immediatamente a ogni input sensoriale, per determinare se è qualcosa di desiderabile per noi o da respingere. Nel corso della vita si forma la convinzione che noi siamo ciò che è racchiuso dal nostro involucro di pelle. Questo sé separato ha una sua individualità ben precisa, che va costantemente affermata.

Quando si avvicina il momento di esalare l’ultimo respiro, temiamo che questo sé cessi di esistere. Il problema principale è questo. La nostra identità, a cui teniamo tanto, tutto ciò che abbiamo raggiunto nella vita, se ne andranno irrimediabilmente. Ci sono stati persino degli studi che hanno dimostrato che le persone umili hanno meno paura di morire.

Come è possibile attenuare il proprio ego in vista della morte? Effettivamente è difficile, bisogna pensarci prima. Lavorare intensamente su se stessi, per anni, con l’aiuto della meditazione. Dobbiamo arrivare a quel momento con un ego già abbastanza indebolito da farsi mollare più facilmente. È una vera e propria rivoluzione. Ma come diceva Mao Zedong (1893-1976), la rivoluzione non è un pranzo di gala!

Insomma, è possibile non avere paura di morire?

A questo punto è legittimo chiedersi se noi persone comuni possiamo fare sul serio qualcosa, per non avere paura di morire. Non si tratta solo di arrivare preparati al gran finale, che non sappiamo quando sarà. Ma anche e soprattutto di evitare quel terrore esistenziale che ci accompagna. E anche di godersi di più la vita.

Eh sì, la vita e la morte sono intrecciate in modo così stretto che non è quasi possibile distinguerle. Le cellule del nostro corpo muoiono in ogni istante, per fare spazio ad altre cellule che nascono di continuo. Tutta la realtà ha un aspetto ondulatorio, fatto di alti e bassi, presenza e assenza, pieno e vuoto. Prendere atto di questo aspetto della realtà, già a partire dal nostro corpo, può essere di grande aiuto.

Inoltre bisogna smettere di trattare la morte come un tabù. Parlarne liberamente, non ricorrere a metafore e giri di parole per nominarla. C’è una meditazione di origine buddhista che serve proprio a questo, la pratica della cinque rimembranze, la quale ci aiuta a ricordare (e ad accettare) ciò che è inevitabile nella nostra vita. O altre pratiche, come la meditazione dello scheletro bianco.

La posizione yoga di Shavasana è questo. La parola significa proprio “cadavere” e consiste nel lasciare andare completamente ogni porzione del corpo, insieme alla mente. Il punto, cari amici, è proprio di imparare a lasciare andare, in ogni circostanza della vita. In questo sito viene molto trattato questo tema. Vengono insegnati tutti i sistemi possibili per imparare a lasciare andare. Vi sorprenderà, ma uno dei più efficaci si attua facendo la pipì. Sì, fare la pipì aiuta a non avere paura di morire!

Se impariamo a lasciare andare – cioè a realizzare quello che già facciamo di continuo con l’espirazione – non avremo paura di morire. E tutta la vita sarà più luminosa.

[La foto è di Charles Parker]

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Una risposta

  1. Elena Tesio ha detto:

    Grazie di questo articolo. Lo leggerò ancora con calma per entrarci bene dentro. Anche io a gennaio ho fatto esperienza diretta dalla morte di mia sorella, ero lì. E la sensazione è stata di leggerezza e di liberazione. È volata via. Ecco. Poi certo c é il dolore. Non si sa mai con chi parlarne. Grazie grazie. Elena

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