2 esercizi di meditazione che ti faranno rimanere senza parole

rimanere senza parole

Rimanere senza parole: di solito con questa espressione s’intende una reazione di sbigottimento o di sconcerto. È il turbamento che si prova di fronte a qualcosa di troppo grande per essere affrontato con il proprio bagaglio linguistico ed emotivo. Si rimane senza parole sia per fenomeni piacevoli che spiacevoli. Ad esempio, un maschio che assiste al parto del proprio figlio rimane senza parole. È un’emozione troppo grande perché ci siano parole adatte a descriverla. Di fronte alla violenza gratuita verso i deboli rimaniamo ugualmente senza parole. La nostra mente razionale non riesce a elaborare spiegazioni valide.

Rimanere senza parole, perché

Le parole sono fortemente limitanti. Per quanto possa essere ampio il vocabolario di una lingua, esso non sarà mai ricco e articolato quanto la realtà che vuole descrivere. La realtà è sfumata, la lingua è fatta di elementi finiti. Quali parole possono descrivere i colori che vedo dalla mia finestra, ora che il sole sta tramontando? La realtà è continuamente cangiante, mentre le parole sono fisse. Mia madre mi chiamava Paolo quando avevo pochi giorni di vita, ma come può la stessa identica parola descrivere ciò che sono oggi?

Insomma, il linguaggio è uno strumento straordinariamente utile, che ci ha reso la specie animale di gran lunga più potente (e pericolosa) sulla Terra. Ma se desideriamo comprendere in profondità chi siamo e la realtà nella quale viviamo, il linguaggio diventa un ostacolo. Pradossalmente, sarebbe meglio rimanere senza parole. Pensate alla stessa struttura grammaticale della lingua italiana, basata su relazioni costanti tra elementi come il soggetto, il verbo e il complemento oggetto. Essa ci fornisce un modo di descrivere la realtà basata su oggetti fissi in relazione tra loro. Ma sappiamo che tutto ciò con cui entriamo in contatto tramite i nostri sensi si basa su processi, non su oggetti. Se osserviamo un bel fiore, già sappiamo che ben presto appassirà. La sua bellezza è fugace e la parola “fiore” non può che riferirsi a un processo che – come minimo – va dal formarsi del bocciolo alla trasformazione del fiore in concime per altre piante.

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Il linguaggio, con il suo forte potere limitativo, è intrinsecamente parte di noi stessi. Tutte le nostre percezioni, tutti i nostri pensieri, e la stessa coscienza che abbiamo di noi stessi, si basano sul linguaggio. Ciò ha anche una sua bellezza, che definirei grandiosa, perché ci mette in connessione con l’intera comunità di chi parla la nostra stessa lingua, e con tutti gli antenati che hanno contribuito a metterla a punto. Rende i nostri pensieri personali e collettivi al tempo stesso. Ma limita la nostra capacità di comprendere a fondo la realtà.

Rimanere senza parole nella meditazione

Dunque rimanere senza parole potrebbe essere in qualche modo utile. La meditazione è la pratica che più di ogni altra ci consente di farlo. Non solo perché rimaniamo zitti per tutto il tempo, ma anche perché ci permette di approcciare qualsiasi fenomeno in modo non verbale e dunque il più possibile diretto.

Il Buddha, che è stato il più grande insegnante di meditazione di tutti i tempi, esortava a esercitarsi in questo modo:

in ciò che è visto ci sia solo ciò che è visto, in ciò che è udito ci sia solo ciò che è udito, in ciò che è percepito ci sia solo ciò che è percepito, in ciò che è conosciuto ci sia solo ciò che è conosciuto.

In una frase è condensata un’intera filosofia rivoluzionaria di approccio alla realtà. Ma è anche indicata una via difficile, impegnativa, perché richiede di mettere da parte tutte le abitudini mentali che abbiamo imparato sin dai primi giorni di vita.

Oggi vorrei condividere con voi due belle e facili pratiche di meditazione che ci permettono di assaporare un approccio non verbale alla realtà. Parlo di assaporare perché quando ci approcciamo ai fenomeni senza parole, possiamo gustarne appieno la bellezza. Anzi, persino percepire la bellezza dove non ci aspetteremmo di trovarla. Le ho sperimentate entrambe in molte occasioni. Una si basa sulla vista, l’altra sull’udito, si adattano molto bene allo stile di vita contemporaneo.

Meditazione senza parole sulle forme e i colori

Questo esercizio ha come oggetto il contatto visivo. Quando forme e colori entrano in contatto con il nostro organo visivo, di cui l’occhio è l’elemento principale, si verifica il fenomeno della sensazione visiva. Non appena avviene questo contatto, automaticamente facciamo due cose:

  1. cerchiamo di capire di cosa si tratta, cioè di interpretare il significato di quelle forme e colori, in base alla nostra memoria ed esperienza, utilizzando mentalmente il linguaggio;
  2. cerchiamo di capire se quella cosa che abbiamo visto è buona o cattiva per noi, piacevole o spiacevole, favorevole o ostile.

Tralasciando per un attimo il secondo punto, anche se è molto importante, è facile capire come il nostro approccio alla sensazione visiva possa essere facilmente soggetto a errori, pregiudizi e fraintendimenti. Ci avviciniamo in modo “culturale” a qualcosa che è un semplice fenomeno ottico. Quello che vogliamo fare con questo esercizio è mettere da parte qualsiasi parola e stare solo con quel fenomeno ottico nudo, per quello che è. Va premesso che è solo un esercizio. Non è un modo “migliore” di osservare le cose. Ad esempio, è fortemente sconsigliato mentre si sta guidando un’automobile!

Ecco come fare.

  1. L’esercizio può essere svolto mentre si sta fermi o si sta camminando. In entrambi i casi, lo sguardo deve spostarsi di continuo da un punto all’altro.
  2. Non appena lo sguardo si ferma su qualcosa, ad esempio un oggetto, o un dettaglio nello scenario urbano, dobbiamo evitare di dare un nome a quella cosa.
  3. Ci limitiamo invece a osservarne forme e colori in quanto tali, come se stessimo osservando un quadro astratto – ad esempio di Mondrian, Rotko o Pollock – le cui forme non hanno alcun significato particolare. Questo è il contatto diretto.
  4. Possiamo andare avanti così per tutto il tempo che ci pare. Noteremo probabilmente che in questo modo è più facile stare senza pensare. Inoltre un’attività del genere di solito è molto piacevole.
Mondrian
Piet Mondrian, Tableau I, 1921.
Rothko
Mark Rothko, Senza titolo, Rosso su rosso, 1969.
Pollock
Jackson Pollock, Foresta incantata, 1947.

Meditazione senza parole in metropolitana

Questo esercizio è perfetto per un viaggio in metropolitana, ma può essere svolto anche in altre occasioni. Anche in questo caso, un organo sensoriale (l’udito) entra in contatto con un oggetto sensoriale (i suoni). Da questo contatto nasce la sensazione uditiva. Quello che ci proponiamo di fare è rimanere il più possibile nell’ambito della sensazione, prima che prenda forma la percezione, la quale inevitabilmente attribuisce un significato al suono.

In metropolitana ci sono tanti suoni diversi, ma concentriamoci solo su quelli prodotti dal treno nella sua corsa. Di solito sono suoni molto evidenti. In una condizione normale, sento il suono e capisco che il treno sta accelerando, rallentando o frenando, ad esempio.

In questo esercizio, proviamo ad ascoltare il suono prodotto dal treno come puro suono, senza alcuna interpretazione. Tralasciamo del tutto il significato nel cambio di frequenze di quel suono, a indicare ripartenze, rallentamenti e così via. Ascoltiamo il suono del treno esattamente come se ascoltassimo della musica.

Nonostante normalmente tale suono sia per lo più percepito come sgradevole, se proviamo ad ascoltarlo come ascolteremmo la musica, noteremo che non è affatto male. Si può viaggiare per ore così, senza mai cedere alla tentazione di mettere mano al telefono per tenere occupata la mente.

In mancanza di una metropolitana su cui viaggiare, lo stesso esercizio si adatta bene anche a un viaggio in treno o in autobus, o a una camminata in città. Il principio base è sempre lo stesso: ascoltare il suono per quello che è, senza aggiungere nulla.

[La foto su rimanere senza parole è di Daniel Torobekov, Stati Uniti]

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