Se fai la cosa giusta potrai cambiare il mondo. Ecco le 6 ‘paramita’ spiegate da Stefano Bettera

“Fai la cosa giusta” è il titolo del bel libro di Stefano Bettera che spiega l’attualità dell’etica buddhista nel mondo contemporaneo. Il titolo stesso – parafrasando l’omonimo film di Spike Lee – riesce a sintetizzare in modo efficace la specificità di un’etica basata sugli insegnamenti di Siddhartha Gotama, noto anche come Buddha. Tale etica, a differenza di altre,  non propone prescrizioni di comportamento alle quali attenersi, ma offre piuttosto una serie di modelli di riferimento – sei per l’esattezza – che costituiscono altrettanti punti di riferimento per orientarsi nelle diverse situazioni in cui possiamo venirci a trovare.

Gotama non dice “fai questo” e “non fare quest’altro”, ma ci mette a disposizione delle bussole per capire, di volta in volta, qual è la cosa più giusta da fare. Sono le sei paramita, o perfezioni, che costituiscono il complemento pratico alla metodologia buddhista. Le sei paramita costituiscono la struttura del libro stesso e vengono presentate dall’autore come altrettanti consigli per orientare il proprio comportamento nel mondo d’oggi.

Paramita, il significato

La parola paramita, che viene generalmente tradotta come “perfezione”, ha come significato principale quello di “portare all’altra riva”, perché sono i comportamenti che ci consentono di arrivare ad un agire pienamente consapevole. Sono le indicazioni di un percorso. Secondo Bettera, è come se il Buddha, per porre l’accento sulla responsabilità individuale, ci dicesse: «attenzione che queste sono le qualità e le condotte che favoriscono la pratica. Se le segui, favorirai il processo del risveglio, della guarigione. Altrimenti lo ostacolerai».

Ecco di seguito l’elenco delle 6 paramita, spiegate utilizzando liberamente degli estratti da “Fai la cosa giusta”.

  1. Dana (generosità). “Molti individuano il significato della generosità nel donare, nell’offrire un bene materiale a un’altra persona”, dice Bettera. “Ma questa è solo una parte del significato di dana. La generosità, cui fa riferimento Gotama Buddha, va oltre, più nel profondo e riguarda il nostro atteggiamento. La nostra intenzione”.  “Non si dona perché si è buoni, perché è giusto, perché è morale. Si dona perché la situazione richiede una risposta adeguata e quella risposta può, in un determinato caso, essere il dono. Si dona perché il nostro cuore si è aperto, perché ci siamo messi nella posizione di non giudicare e non abbiamo filtrato le esigenze dell’altro attraverso le consuete lenti con cui filtriamo il mondo e le circostanze. Abbiamo tolto occhiali, filtri, messo da parte idee e giudizi su ciò che sarebbe stato giusto fare e lo abbiamo fatto. Semplicemente. Perché non potevamo fare altrimenti”.
  2. Sila (condotta appropriata). “La pratica della morale non si trova in un’indiscussa obbedienza a un elenco di regole”, spiega l’autore. “Al contrario, la perfezione della morale è naturale espressione della saggezza e della compassione. Nella descrizione di sila si dice che la moralità riguarda le persone che vivono insieme armoniosamente e con compassione. Questa prospettiva supera il concetto di separazione, di paura, di dualità. E la supera con una domanda, con un suggerimento, con la sfida a entrare nel processo e a perdersi in esso per ritrovare, insieme a tutti coloro che hanno fatto la medesima scelta, un livello di consapevolezza più profonda. Che necessita però di addestramento, di passi sperimentati e chiari, per evitare di cadere mille volte negli stessi errori. Ecco perché questi modelli diventano strumenti in grado di stimolare la nostra attenzione: lavorare con loro ci aiuta a diventare più consapevoli dei nostri attaccamenti, del punto in cui siamo bloccati. Ci servono per farci vedere le “certezze” cui siamo aggrappati che ci impediscono di fluire nel flusso ed essere aperti”.
  3. Ksanti (accettazione). “Spesso si sentono molti insegnanti di meditazione consigliare saggiamente di iniziare la giornata ringraziando. Non si tratta di un semplice atteggiamento da ‘pensiero positivo’ all’americana. Tutt’altro. Concederci la possibilità di lasciar emergere dal profondo del cuore la gratitudine, la gioia e l’entusiasmo ci mette in contatto immediato con quella parte di noi che è più disposta a prendersi cura sia di noi stessi che degli altri”. E poi: “la cura rappresenta il contesto all’interno del quale coltivare quelle relazioni che favoriscono una crescita, un progredire sul percorso, e che ci mettono nelle condizioni di fiorire come esseri umani nel senso più autentico. Addestrare la nostra mente alla consapevolezza e all’attenzione ci aiuterà a comprendere la differenza tra l’essere trascinati dalle forze dell’istinto e dalla reattività e il rispondere a ciò che accade da una prospettiva diversa. Dalla prospettiva che va oltre la dicotomia Io/Altri, giusto/sbagliato, vero/falso. Una prospettiva che ci consente di stare nelle situazioni qualunque siano e di non opporre resistenza. Una prospettiva che non pretende di conoscere già tutte le risposte e lascia aperta la porta allo stupore, lascia entrare la novità, l’aria fresca della vita”.
  4. Virya (energia). “A chi non è capitato di restare colpito da storie di persone che, pur avendo perso tutto, mantenevano comunque una positività, un’apertura del cuore che neppure gli eventi più tragici erano riusciti a indurire? Non si tratta di qualità straordinarie ma di un’attitudine, della capacità, che si può coltivare, di guardare alla luce piuttosto che al buio. Di scegliere di poter essere felici. Di dire «sì». E questa capacità può davvero cambiare le situazioni oltre che noi stessi”. “Se vogliamo far emergere la compassione, non digrignamo i denti e diciamo «adesso devo essere compassionevole». Piuttosto consideriamo la sofferenza degli altri e lasciamo emergere un sentimento di partecipazione alle loro vicende. Ci immergiamo nelle loro vite. Coltivare le radici dell’entusiasmo ha dunque a che fare col riorganizzare la nostra vita in modo che le qualità cui aspiriamo trovino il suolo fertile dove crescere”.
  5. Dhyana (meditazione concentrata). “Quando Gotama parlava della propria esperienza, era solito usare l’espressione «Il Dhamma che ho raggiunto è sentito dall’uomo saggio»: egli usa la parola «sentire», cioè “provare”, “percepire”, per indicare che la sua non è affatto un’esperienza ultraterrena ma totalmente umana, vissuta, incarnata, sentita attraverso i sensi. Il corpo diventa il tramite per entrare in contatto con la dimensione più profonda dell’essere vivi. Il continuo richiamo al respiro, alla condizionalità, alle sensazioni del corpo stesso, indica la necessità di una presenza nella realtà, di un radicamento profondo nella realtà. E di conseguenza non è affatto insolito ma totalmente coerente che, al momento del proprio risveglio, Gotama tocchi la terra e la chiami a testimone del fatto avvenuto. La corporeità del risveglio del Buddha rappresenta il raggiungimento di uno stato di piena, totale, autentica e profonda umanità. La sua non è un’esperienza mistica, se non nelle condizioni che ne hanno consentito la realizzazione e cioè il silenzio, la concentrazione, il raccoglimento, uniti a un profondo radicamento nel momento presente, nel corpo, alla terra, alla realtà”
  6. Prajna (saggezza). “Non esiste una risposta che sia eternamente quella adeguata. Esiste un modo, una qualità, un tipo di approccio che permette di essere in sintonia col mondo. La saggezza di Gotama potremmo dunque definirla come ‘saggezza situazionale’. Dove il metodo resta definito, non le premesse e neppure i risultati. È la mente che ‘risponde’ a quelle che sono le nostre istanze più profonde, che non pretende di avere ragione. È la mente che posa l’ago a due punte e cuce la coperta della vita con cura e gentilezza. Questo è l’approccio, la qualità, la condizione di una mente risvegliata. Che è una mente libera, aperta, non incatenata nell’aridità degli schemi. Niente di speciale in fondo, niente di mistico, benché qualcuno possa restarne deluso. Questa è la mente del grande dubbio, la mente della non conoscenza, la mente del principiante, la mente che alla domanda ‘che cos’è questo?’, risponde ‘non ne ho la più pallida idea’. Ed è in questo modo che possiamo gettare le basi perché l’insegnamento offerto da quest’uomo di nome Gotama, vissuto 2500 anni fa, possa parlare a noi oggi”.

Verso un Buddhismo secolare

Come si può intuire, l’approccio proposto da “Fai la cosa giusta” non si ferma alla divulgazione, perché Bettera prende decisamente posizione su come l’insegnamento del Buddha possa aprirsi allo spirito del nostro mondo moderno.

Il Buddhismo si è sempre trasformato nel corso del tempo e adattato ai contesti. Nella Cina antica c’erano voluti secoli prima che fiorisse una nuova forma di pratica, originale e capace di rispondere alle esigenze della della cultura locale, affatto diversa da quella indiana. Oggi, specie in Occidente, e anche grazie alla globalizzazione e ai nuovi media, la contaminazione è molto più rapida ed è anche facilitata dalla compresenza negli stessi luoghi di tutte le tradizioni buddhiste che si confrontano e dialogano fra loro. Un sito come Zen in the City ne è i qualche modo la dimostrazione.

Ma secondo Stefano Bettera c’è qualcosa di più. “Il nuovo Dharma moderno, secolare, la nuova saggezza per il nostro tempo, di qualunque cosa si tratti, sta nascendo”. Verrebbe spontaneo chiederli dove stia nascendo, chi sono i nuovi maestri. Ma lui dice che “solo a noi sta la possibilità di raccogliere o no questa sfida e salire sul palco a recitare la nostra parte. Oggi come allora, è esattamente ciò che succede ogni volta che l’insegnamento di Gotama entra in un nuovo contesto. Vi si adatta e dà vita a nuovi meravigliosi percorsi. Ma questi percorsi non sono fatti solo da idee ma dagli uomini che vi si addentrano. Noi.”

Riferimenti per il libro: Stefano Bettera, “Fai la cosa giusta. Sei consigli buddhisti per orientarsi nel mondo di oggi“, Morellini, 2018.

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