Le nostre sensazioni ci ingannano, ma ci aiutano a capire chi siamo

sensazioni

Tra tutte le incognite della vita, una certezza per lo meno ce l’abbiamo: il fatto che ciò che percepiamo attraverso i nostri cinque sensi sia reale. Anzi, che corrisponda alla realtà in quanto tale. Ci guardiamo intorno e abbiamo una chiara visione dell’ambiente che ci circonda. Ciò che la vista ci permette di capire è integrato dagli altri sensi. E così per mezzo anche dell’udito, del tatto, dell’olfatto e del gusto, siamo convinti di avere una percezione esatta della realtà. In base a tale convinzione, facciamo le nostre scelte, sicuri che siano basate su presupposti oggettivi.

Ma è proprio così? Le sensazioni ci restituiscono un quadro esauriente della realtà? Non esattamente. Vediamo perché.

I limiti delle sensazioni umane

Attraverso i nostri sensi, possiamo percepire moltissimo, ma quello che ci sfugge è molto di più. Anche solo osservando un cane, possiamo notare come le sue capacità olfattive, di gran lunga superiori alle nostre, gli consentano di entrare in contatto con una dimensione della realtà senz’altro reale, ma a noi ignota. Gli uccelli e le api vedono l’ultravioletto, ottenendo così contrasti nitidi dai riflessi sulla superficie superiore e inferiore delle foglie. Gli squali riescono a rilevare i campi elettrici delle loro prede, e così via. Moltissimi esempi del mondo animale dimostrano come a noi umani sia riservata solo una piccola porzione di ciò che esiste nel mondo.

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come vedono gli uccelli e come vedono gli umani

Gli uccelli possono vedere gli ultravioletti, che a noi sono invisibili. Ecco ad esempio come viene visto un merlo da un uccello e da un umano (da FLAP Canada, citato in Introduction to Psychology).

Il fatto che organismi diversi abbiano sensazioni diverse fa parte del loro adattamento evolutivo. Ogni specie si è adattata a percepire le cose più importanti per loro, mentre è completamente ignara delle cose che non contano.

In altri termini, man mano che l’evoluzione ci ha plasmato, per farci diventare quello che siamo, ci ha dotato di quanto era strettamente necessario per sopravvivere e per riprodurci nell’ambiente dell’adattamento evolutivo, nel corso di milioni di anni. Ci ha dotato di quello che serviva, ma niente di più. Non era necessario distinguere le sfumature nel piumaggio di un merlo maschio e perciò non ci ha dotato di tale possibilità. Il merlo maschio lo vediamo nero. Ma è nero veramente?

Prendiamo il vasto mondo delle sensazioni uditive. La sensazione uditiva è la capacità di percepire le onde sonore. Di onde sonore ce ne sono tantissime in giro, di tutte le frequenze possibili, ma noi riusciamo a sentire solo quelle comprese tra 20 Hz and 20 kHz, cioè tra 20 e 20mila oscillazioni al secondo. La nostra limitata capacità uditiva, peraltro, decresce parecchio con l’aumentare dell’età. Grazie a questo video, potete constatarlo direttamente:

Così come possiamo percepire sono una piccola parte delle onde sonore, il nostro occhio umano riesce a percepire solo una piccola parte delle radiazioni elettromagnetiche che lo circondano: una piccola parte chiamata “spettro visibile“:

spettro visibile

Il diagramma rappresenta l’insieme delle radiazioni elettromagnetiche, che variano in lunghezza d’onda (λ) e conseguentemente in frequenza (ν). Il nostro occhio riesce a vedere solo quelle comprese tra 700 e 400 miliardesimi di metro (nm) (da ResearchGate).

Le nostre sensazioni sono piene di pregiudizi

I pericoli ancestrali, cioè quelli che abbiamo dovuto affrontare nel corso della nostra storia evolutiva, ci hanno dotato di molti “pregiudizi” che ci fanno vedere la realtà in modo distorto. Secondo David Buss, uno dei maggiori esponenti della psicologia evoluzionistica, ciò che sentiamo è adattato per evitare i pericoli del mondo. I nostri adattamenti alla sopravvivenza influenzano ciò che vediamo e come sentiamo il mondo che ci circonda.

Lo studioso John Neuhoff, ad esempio, ha scoperto una sorprendente asimmetria nella percezione dei suoni “in avvicinamento” rispetto a quelli “in allontanamento”. I cambiamenti nei suoni in avvicinamento sono percepiti come maggiori rispetto ai cambiamenti equivalenti nei suoni in allontanamento. Inoltre, i suoni in avvicinamento vengono percepiti come se inizino e si fermino più vicini a noi rispetto a suoni equivalenti in allontanamento. Questo “pregiudizio uditivo” sarebbe un adattamento percettivo progettato per darci un margine di sicurezza nell’evitare i pericoli in avvicinamento, come i predatori.

Un altro esempio di pregiudizio percettivo è costituito dalla “navigazione evoluta”, uno stratagemma escogitato dall’evoluzione per aiutarci ad affrontare il problema delle cadute dall’alto. Quando dobbiamo scendere da una certa altezza – che sia un albero o un dirupo – rischiamo molto di più di quando dobbiamo salire. Una ricerca del 2008 ha consentito di scoprire che le persone percepiscono il 32% in più di distanza verticale quando guardano dall’alto rispetto a quando guardano dal basso. La sopravvalutazione delle distanze verticali dall’alto induce le persone a diffidare in modo particolare dei dirupi e di altre posizioni di altezza, inducendole a scendere con particolare cautela.

Progettati per affrontare i pericoli ancestrali

La teoria della navigazione evoluta si colloca nel più ampio contesto della Teoria della Gestione degli Errori, secondo la quale i nostri adattamenti percettivi non sono sempre progettati per percepire un’accuratezza oggettiva. A volte sono progettati per produrre “illusioni adattive” utili a farci fronteggiare i pericoli ancestrali.

Tornando alla vista, il nostro occhio non può essere certo considerato in dispositivo di visione universale. Tutti noi abbiamo sperimentato la differenza che c’è tra qualcosa che vediamo e quella stessa cosa se viene fotografata. L’occhio è stato progettato (dall’evoluzione) per elaborare solo sottoinsiemi ristretti di informazioni da un dominio molto più ampio di informazioni potenziali. Alcuni di questi sottoinsiemi corrispondono ai pericoli che abbiamo dovuto fronteggiare nel corso dell’evoluzione, come ad esempio i serpenti

Secondo Buss, il meccanismo psicologico della predisposizione ad imparare a temere i serpenti è stato progettato per recepire solo una fetta ristretta di informazioni: i movimenti striscianti di oggetti allungati semoventi. Alcune ricerche hanno dimostrato che le persone riescono a distinguere la forma di un serpente o di un ragno all’interno di immagini molto complesse. La nostra eredità è rimasta quella. Il paradosso è che a ancora oggi temiamo più un pericolo del tutto trascurabile come i serpenti rispetto a un pericolo reale come i viaggi in automobile.

Perché le nostre sensazioni ci ingannano

Più in generale, le nostre preferenze per ambiti come la scelta del cibo, dei paesaggi e dei potenziali partner, sono tutte progettate per recepire solo un sottoinsieme limitato di informazioni tra un’infinita gamma di input possibili. Gli spunti limitati che attivano ciascun meccanismo sono quelli che ricorrevano nel corso della nostra storia evolutiva. Ma valgono anche per le caratteristiche dell’ambiente moderno che imitano da vicino gli spunti ancestrali. Ad esempio, la preferenza per il cibo piccante deriva dalle sue proprietà antibatteriche, molto utili nei climi caldi durante l’evoluzione. La scelta di posizionare il letto vicino alla porta è un ricordo inconscio della necessità di proteggersi dagli agguati. Se siamo attratti da un potenziale partner per via della sua bellezza, tale capacità di attrazione non è altro che un insieme di indicatori che indicano la possibilità di avere con quel partner una prole sana, capace cioè di sopravvivere e di riprodursi a sua volta.

Dunque le sensazioni, che ci guidano in ogni nostro movimento nel mondo, non sono dei sensori veritieri, ma dei dispositivi molto parziali, messi a punto dall’evoluzione per consentirci di perpetuare il nostro patrimonio genetico. Alcuni si spingono ad affermare che la nostra percezione della realtà sia completamente distorta. La Teoria dell’Interfaccia Percettiva di Donald Hoffman, sostiene ad esempio che le percezioni agiscono come un’interfaccia utente specifica di ciascuna specie, che indirizza il comportamento verso la sopravvivenza e la riproduzione, non verso la verità.

Perché tutto questo ci interessa

Un’impostazione del genere è molto coerente con una visione “non dualista” della realtà, che abbiamo affrontato tante volte in questo blog e in Zen in the City. L’evoluzione ci ha dotato di un istinto di sopravvivenza che ci fa percepire come se fossimo separati dal resto della realtà. Se non ci sentissimo separati, non attiveremmo quei tanti meccanismi di autodifesa che hanno consentito ai nostri avi di prosperare nel corso del tempo. Probabilmente non saremmo qui a discutere di questi argomenti.

Ma forse non è vero che siamo separati. I nostri organi di senso ci fanno vivere in una realtà quanto meno deformata. In questo senso, è molto utile il modello buddhista che vede la coesistenza di una verità relativa e di una verità assoluta. La prima ci è utile dal punto di vista pratico. La seconda ci aiuta a capire come stanno veramente le cose.

Al di là dei ragionamenti e delle teorie – per quanto affascinanti – capire i limiti delle nostre sensazioni è utile se ci consente di porre dei limiti alla sofferenza, nostra, delle altre persone e di tutti gli altri esseri. Essere consapevoli di quando le nostre sensazioni siano parziali, incomplete, inesatte e perfino mistificatorie, può aiutarci molto. Non a essere più scettici o più cinici, ma più liberi. Sapere di essere guidati da così tanti condizionamenti, provenienti perfino dalla notte dei tempi, ci può dare il giusto senso della misura. Perché ci aiuta a capire chi siamo veramente.

[La foto sulle sensazioni è di Nadin Sh, Russia]

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