La speranza è sopravvalutata. Ecco cosa funziona davvero

Stamattina ho letto una notizia che mi ha lasciato di stucco: Emanuel Fabian, un giornalista israeliano del Times of Israel è stato minacciato da utenti della piattaforma di scommesse online Polymarket perché il suo articolo su un bombardamento iraniano contro Israele forniva una versione diversa da quella sulla quale avevano scommesso.
Fabian aveva scritto che un missile balistico iraniano era caduto su un’area aperta vicino a Beit Shemesh, senza vittime. Ma secondo le regole di Polymarket, un missile intercettato o che non causasse danni non poteva essere considerato un “attacco riuscito” ai fini della scommessa, che valeva milioni.
Alcuni scommettitori gli hanno perciò chiesto di cambiare la versione dei fatti. Poi l’hanno minacciato, prima tramite messaggi, su WhatsApp e social, per poi passare a vere minacce di morte, a lui stesso e ai suoi familiari.
Tutto questo mentre milioni di persone vivono (e muoiono) sotto i bombardamenti, finalizzati non si sa bene a cosa.
Come dobbiamo reagire all’enormità delle notizie che ci arrivano ogni giorno? In cosa possiamo sperare? In questo articolo vorrei presentare un punto di vista in fin dei conti positivo, basato sulla saggezza buddhista e non su un ottimismo che sarebbe del tutto irrealistico.
La rabbia come pandemia
Reagire con rabbia è comprensibile. Personaggi potenti come Trump, Netanyahu e Putin agiscono del tutto impuniti con sempre maggiore impeto distruttivo. Le principali forze economiche globali prosperano in una situazione di crescente diseguaglianza. I cambiamenti climatici e la crisi ecologica sembrano non interessare più ad alcuno.
Se volessi sfogarmi con i miei famigliari, amici o colleghi di lavoro, troverei un’eco sicura. Rabbia che si aggiunge alla frustrazione e magari diventa perfino disperazione. So anche che se andassi ad approfondire sui social, specialmente tra i commenti, non ne uscirei troppo bene.
La rabbia e lo sconforto che proviamo infettano velocemente gli altri come una malattia, propagandosi al pari di una pandemia globale di impotenza e frustrazione, le quali si traducono anche in patologie fisiche. Ne abbiamo bisogno?
La coscienza collettiva insana ci influenza tramite i mezzi di informazione. Noi a nostra volta l’alimentiamo con i nostri sentimenti negativi. Se non riconosciamo questo meccanismo, ci sottovalutiamo, perché trascuriamo l’impatto che noi stessi abbiamo sul mondo.
Mio padre, che era un inguaribile ottimista, forse avrebbe trovato un modo per sperare anche nella situazione odierna. Ma io credo che un ottimismo di quel tipo – basato su una visione “escatologica” del mondo di origine cristiana – oggi sia inopportuno, o quanto meno mal riposto.
È più che mai il momento di abbandonare la speranza
Pema Chödrön dice che speranza e paura sono come due facce della stessa medaglia, poiché provengono dalla sensazione che ci manchi qualcosa. Aggrapparci alla speranza ci priva del momento presente e ci impedisce di rilassarci con noi stessi.
Aspettare che le cose migliorino ci rende passivi e ansiosi, come facevano gli striscioni con scritto “andrà tutto bene” ai tempi del Covid.
Non c’è alcun bisogno del “wishful thinking”, ovvero la tendenza a credere che qualcosa sia vero, o che accadrà, semplicemente perché lo desideriamo – non perché ci siano prove o ragioni concrete per aspettarselo. Ci convinciamo che “andrà tutto bene” non perché abbiamo elementi per dirlo, ma perché l’alternativa ci spaventa troppo.
Abbracciare questo mondo imperfetto
La speranza si basa su una previsione del futuro. Speriamo che le cose vadano meglio, più avanti.
Avendo un passato sia da comunista che da cattolico (e dalle due cose insieme), so bene quale conforto dia l’avere una speranza di fondo per il futuro. Credevamo nell’idea che le cose per principio migliorino, in qualche modo, andando verso il futuro. Oggi una speranza del genere mi disorienterebbe, perché creerebbe una scissione profonda con ciò che ritengo di maggior valore: il momento presente.
La mia esperienza mi dice che è più sano sviluppare la capacità di stare con tutto ciò che c’è nel momento presente, di qualunque segno sia, propenso o avverso.
Accettare che tutto, ma proprio tutto, in questo mondo è imperfetto mi è di conforto. Anche perché io stesso sento di essere imperfetto. Se non avessi accettato che la mia compagna di tanti anni fa fosse “imperfetta”, rispetto alle mie aspettative, non ci saremmo sposati, non avremmo avuto quei fantastici figli che invece abbiamo avuto e ora non vivremmo felicemente insieme.
Avere la capacità di dire “così stanno le cose” anche di fronte alle avversità, come suggerisce Ajahn Sumedho, ci consente di vedere le paure e i desideri che creiamo. Possiamo scovare quel “non dovrebbe essere così” che giace in fondo alla nostra coscienza e appurarne la totale mancanza di fondamento.
Una ricetta di buon senso
Quella che ho appena esposto è una visione “buddhista” (tra molte virgolette) del mondo, che possiamo fare pragmaticamente nostra. Non è qualcosa in cui credere, ma solo una ricetta di buon senso.
Un ingrediente chiave di tale ricetta è quello di non esporsi troppo agli effetti più deleteri della coscienza collettiva. Dunque andarci piano con le notizie e evitare del tutto certe fonti, specie tra i social, oltre che certe conversazioni. Dobbiamo essere consapevoli in ogni momento del tipo di nutrimento mentale che assumiamo.
Il monaco buddhista britannico Yeshe Rabgye suggerisce di considerare la nostra mente al pari di un giardino: le cattive notizie sono erbacce che entrano dall’esterno. Il problema non è che esistano, ma che le annaffiamo. La mindfulness diventa così una pratica di “giardinaggio interiore”. Thich Nhat Hanh lo chiamava “annaffiatura selettiva”.
La speranza come azione
Questo tipo di visione trasforma la speranza da concetto statico a dinamico. Non è qualcosa da “avere” ma da “agire” attivamente. Anche se non sei un importante capo di Stato o un influente CEO di una grande multinazionale, puoi comunque fare qualcosa, nel tuo piccolo. Un piccolo che alla fine può non essere tanto piccolo.
Ci sono tanti esempi, nella storia, di gesti semplici, compiuti da persone comuni, che sono stati l’inizio di cambiamenti molto più grandi.
Ma anche se non arriviamo a tanto, i nostri piccoli gesti, i nostri atteggiamenti diversi da quelli della maggioranza, fanno la differenza nell’ambiente nel quale viviamo. Personalmente mi ostino a sorridere a qualsiasi persona che incontro nel mio condominio o nel vicinato, e ho notato che nel tempo la risposta da parte degli interlocutori è migliorata.
Lasciare andare le aspettative
L’importante è non attaccarsi ai risultati. In queste ore, gli Stati Uniti e Israele stanno bombardando pesantemente l’Iran e il Libano, mentre la Russia ne approfitta per brutalizzare le città ucraine. Io e voi possiamo fare qualcosa per fermare tali massacri?
Mmmh, difficile.
Ma possiamo piantare dei semi. Dei piccoli ma importanti semi. Gli effetti verranno col tempo. Questo è un tipo di speranza concreto, meno velleitario che sperare che le cose in futuro andranno meglio.
Da bambini capita a tutti di formulare il desiderio che non ci siano più guerre. Da grandi capiamo che non è possibile, perché le guerre ci sono da quando esiste l’homo sapiens. Ma quel desiderio di noi bambini era anche carico di paura. Da persone adulte possiamo affrontare la vita e le sue turbolenze come marinai che salgono a bordo della nave, consapevoli che potranno esserci venti avversi, ma sono anche pronti ad affrontarli per mezzo del coraggio e delle proprie capacità.
Questo è il tipo di speranza che mi rassicura anche in questi tempi difficili.
Pratica: Registro delle gentilezze
Come tradurre tutto questo in qualcosa di concreto? Ti propongo una pratica molto semplice, che puoi fare ogni sera prima di addormentarti. Chiamiamola Registro delle gentilezze.
Prima di chiudere gli occhi, prenditi qualche minuto in silenzio. Ripensa alla giornata appena trascorsa e cerca tre cose:
- Un atto di gentilezza che hai visto – anche minimo, anche da parte di uno sconosciuto.
- Un momento di bellezza che hai notato – un’uscita di sole tra le nuvole, una pianta sul davanzale di qualcuno, una persona che rideva.
- Una piccola cosa buona che hai fatto tu – non deve essere grande, non deve aver cambiato il mondo.
Non si tratta di negare quello che non va. Sai benissimo che c’è. Si tratta di riaddestrare l’attenzione, perché la nostra mente – sommersa ogni giorno da notizie come quella del giornalista e delle scommesse sui missili – tende a vedere solo il buio. Non perché il buio sia tutto ciò che esiste, ma perché diventa un’abitudine mentale.
Il Registro delle gentilezze non promette che domani andrà meglio. Promette qualcosa di più modesto e più reale: che stanotte, almeno, andrai a dormire più tranquillo/a.
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