Tutti desiderano essere felici, proprio come me

Persone diverse in una piazza viste dall’alto, simbolo della comune condizione umana e del desiderio condiviso di felicità

Ci sono momenti in cui le persone intorno a noi smettono di essere persone.

Le guardiamo solo in relazione a ciò che fanno per noi o contro di noi: se ci aiutano, se ci ostacolano, se ci confermano o ci mettono in difficoltà.

Raramente ricordiamo che ognuna di queste persone è nata, e che un giorno morirà, e che nel mezzo sta cercando, proprio come noi, di vivere e di essere felice.

Quando questo sguardo cambia, cambia anche il modo in cui abitiamo le relazioni, e spesso la vita diventa un po’ più leggera.

Tutti siamo in viaggio

Partiamo da un principio basilare, ovvio ma quasi sempre taciuto: ogni persona che incontriamo è nata e morirà. Nel frattempo sta intraprendendo il proprio viaggio, fatto di tentativi, errori, desideri e paure.

Un esercizio che trovo molto utile, in questo senso, è quello proposto da Scott Snibbe nel suo libro “How to Train a Happy Mind”. Quando incontriamo delle persone, Snibbe suggerisce di immaginare il momento in cui ciascuna di loro è nata. Possiamo arrivare a immaginare perfino il dolore della loro madre, la sua stanchezza e la sua gioia nel dare alla luce un nuovo essere fragile, la cui vita dipende da lei. Poi, possiamo immaginare come quella persona finirà per morire: da sola o circondata dai propri cari, agitata o in pace.

Vedere la vita come un viaggio può essere utile per favorire questo approccio. Del resto, la letteratura di tutte le civiltà è piena di miti del viaggio come condizione esistenziale, da Odisseo a Don Chisciotte, fino a Luke Skywalker.

Il nostro denominatore comune

Un altro risvolto di questo atteggiamento è imparare a riconoscere che il desiderio di felicità è un nostro denominatore comune. Non solo i più poveri, gli sfruttati o coloro che si trovano sotto le bombe, ma anche Trump desidera essere felici come lo desidero io. Riconoscerlo mi aiuta a essere più equanime.

Nel buddhismo, è fortemente incoraggiato riconoscere questa caratteristica che accomuna tutti gli esseri: “Tutti vogliono essere felici, proprio come me, e nessuno vuole soffrire, proprio come me”. E quando nel buddhismo si dice “tutti”, si intende qualsiasi essere vivente, non solo umano.

Si noti che non sto parlando di un ideale astratto, ma di un criterio pratico di lettura degli altri.

La sfida di mettersi nei panni degli altri

Nel linguaggio popolare, si dice “mettersi nei panni degli altri”. Altrimenti, possiamo parlare di praticare l’empatia, ovvero la capacità di comprendere profondamente gli stati d’animo, i pensieri e le prospettive di un’altra persona, calandosi nella sua realtà emotiva per sentirla come propria, pur mantenendo i propri confini.

La sfida è quella di mettersi nei panni degli altri anche quando fanno cose riprovevoli. Se non ci riusciamo, ci risulta impossibile abbracciare la nostra comune condizione umana.

Si badi bene: comprendere non significa giustificare, così come la compassione è una cosa molto diversa dall’indulgenza. L’autentica compassione – che dobbiamo per prima cosa imparare ad applicare a noi stessi – ci protegge dalla disumanizzazione. Oggi c’è tanta disumanizzazione.

Una nuova visione degli altri

Un maestro per me in questo senso è Frank Ostaseski, un insegnante buddhista americano, famoso per la sua attività nel campo dell’assistenza di fine vita. Ostaseski propone una visione di unione con tutti gli altri esseri umani, basata non su religioni o credenze esoteriche, ma sull’osservazione quotidiana:

Tutti condividiamo il bisogno di acqua, di cibo, di una casa e di amore. Nutriamo inoltre desideri simili di attenzione, di affetto, di considerazione e di felicità. Indipendentemente dalle nostre differenze individuali, noi esseri umani ci assomigliamo in tanti aspetti abbastanza normali ed essenziali.

Ostaseski propone una pratica che ci fa capire come la compassione possa scaturire da una risposta naturale del sistema nervoso, più che da uno sforzo morale.

Una pratica per ricordarci la comune condizione umana

La pratica proposta dall’insegnante statunitense è tra le tante incluse nella nostra rubrica di Esercizi di meditazione, che raccoglie centinaia di pratiche suddivise per tema e per beneficio, il cui accesso è riservato a chi si iscrive alla nostra associazione. La riassumo qui per tutti.

Proviamo a sviluppare sentimenti di compassione basati sulla visione della comune condizione umana quando incontriamo una persona nuova. Può essere la persona anziana che viaggia in autobus con noi o chiunque altro. Ripetiamoci silenziosamente poche frasi per sottolineare ciò che condividiamo con l’altro e per connetterci con semplice gentilezza umana:

Questa persona ha un corpo, un cuore e una mente, proprio come me.
Questa persona si preoccupa e si spaventa, proprio come me.
Questa persona cerca di fare del suo meglio per navigare nella vita, proprio come me.
Questa persona è un essere umano, proprio come me.

Poi possiamo dare vita a pensieri ben auguranti:

Che questa persona trovi la forza e l’aiuto per affrontare le difficoltà della vita.
Che questa persona sia libera dalla sofferenza e dalle sue cause.
Che questa persona sia in pace e felice. Che questa persona sia amata.

Non possiamo cambiare il mondo, ma…

In conclusione, oggi viviamo in un tempo particolarmente difficile, che divide, riduce, polarizza. I leader mondiali rivendicano apertamente il diritto ad agire secondo la legge del più forte, con il sostegno implicito dell’opinione pubblica.  In questo contesto, ricordare che tutti cercano la felicità è un atto controcorrente.

Non ci sono tante soluzioni agli enormi problemi del mondo di oggi. Ma perlomeno sappiamo che c’è una direzione praticabile, giorno dopo giorno, per un mondo diverso. In fin dei conti più vero.

[La foto su essere felici è di Jeffrey Czum, Stati Uniti]

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Paolo Subioli

Insegno meditazione e tramite il mio blog Zen in the City propongo un’interpretazione originale delle pratiche di consapevolezza legata agli stili di vita contemporanei.

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