Vacuità nel buddhismo: significato e come praticarla

vacuità

Quando ho sentito parlare di vacuità per la prima volta, ho cercato d fare finta di non sentire. Mi sembrava un’elucubrazione, per l’appunto vuota, da parte di monaci buddhisti abituati a vivere isolati tra le montagne del Tibet. Qualcuno, quando inizia a meditare, la confonde con la “mente vuota”, quella senza pensieri che immagina di dover raggiungere sul cuscino.

La vacuità di cui parla il buddhismo è qualcosa di completamente diverso. È uno degli insegnamenti centrali di questa tradizione e uno dei più fraintesi. Adesso ti spiegherò cosa significa, da dove deriva e tre modi per sperimentarlo nella pratica, senza bisogno di studiare filosofia.

Cosa significa vacuità

“Vacuità” è la traduzione del termine sanscrito śūnyatā (suññatā in pali), che significa “vuoto”. “Vuoto” implica sempre l’assenza di qualcosa: una tazza può essere vuota di acqua, una stanza vuota di persone. Quando il buddhismo afferma che tutte le cose sono vuote, significa che esse sono prive di un’esistenza separata e indipendente. Nessun fenomeno esiste di per sé, con un’essenza fissa che gli appartiene una volta per tutte. Me compreso. E vale anche per te che stai leggendo.

Prendi la tazza di caffè che forse hai davanti a te. Perché esistesse, sono stati necessari l’argilla, l’acqua, il calore del forno, le mani di chi l’ha modellata e il camion che l’ha portata al negozio. Basta eliminare una sola di queste condizioni e la tazza cessa di esistere. Essa esiste come punto d’incontro di innumerevoli altre cose e, per questo motivo, il buddhismo afferma che è priva di un “sé” separato.

Thich Nhat Hanh usa l’esempio di un fiore, fatto di elementi di non-fiore: luce, nuvole, terra, pioggia. Nel brano in cui spiega cos’è la vacuità e perché è meravigliosa la riassume così: originazione interdipendente, impermanenza e non-sé.

Quattro equivoci sulla vacuità

Vacuità è una parola che trae in inganno. Gli equivoci più comuni sono quattro.

  • “Allora niente esiste.” Il buddhismo insegna che le cose esistono in modo diverso da come crediamo: come intrecci di condizioni, piuttosto che come oggetti solidi e autosufficienti. Per questo motivo, la tradizione definisce la vacuità anche come la “via di mezzo”, a metà strada tra l’idea che le cose esistano in modo assoluto e quella che non esistano affatto.
  • “Allora niente ha importanza.” Se ogni cosa dipende dalle altre, ogni nostra azione tocca molto più di noi stessi. La vacuità rende le conseguenze più ampie, e le scelte più pesanti. È una visione “ecologica” della realtà.
  • “Meditare vuol dire svuotare la testa.” I pensieri continuano a sorgere anche dopo anni di pratica. Il vuoto è insito nella loro natura: nascono da cause e condizioni, permangono per un po’ e poi svaniscono.
  • “È una teoria da imparare.” Nāgārjuna, il filosofo indiano che ha scritto più di chiunque altro sulla vacuità, chiamava “inguaribile” chi ne fa un’opinione. Chandra Livia Candiani commenta questa frase e descrive la vacuità come un percorso che scioglie una a una le nostre certezze.

Vacuità, interdipendenza e non-sé

La vacuità riprende tre intuizioni che il Buddha aveva già formulato e le guarda da un’angolatura nuova.

La prima è l’originazione interdipendente: ogni fenomeno sorge quando ci sono le condizioni che lo fanno sorgere e cessa quando vengono meno. La tradizione la rappresenta con l’efficace immagine della rete di Indra, una rete infinita in cui ogni nodo è una gemma che riflette tutte le altre. Thich Nhat Hanh ha inventato una parola per dirlo: interessere. Noi inter-siamo con tutto ciò che esiste.

La seconda è l’impermanenza. Una cosa che dipende da condizioni in movimento cambia insieme a loro e non può avere un nucleo stabile.

La terza è il non-sé, anattā. Ciò che chiamiamo “io” è costituito dal corpo, dalle sensazioni, dalle percezioni, dalle formazioni mentali e dalla coscienza – i cinque aggregati – e nessuno di questi è un sé immutabile. La vacuità estende a ogni fenomeno ciò che il concetto di “non-sé” ci dice di noi stessi.

Da dove viene questo insegnamento

La vacuità all’inizio del Buddhismo è stata meno importante che in seguito, ma l’idea compare già nei discorsi più antichi. In uno di questi Ānanda chiede al Buddha in che senso il mondo è vuoto. Il Buddha risponde che il mondo è vuoto di un sé e di ciò che appartiene a un sé. Nel Discorso sul non-sé propone ai monaci di guardare ogni esperienza con la formula “questo non è mio, questo non sono io, questo non è il mio sé“.

Qualche secolo dopo, gli autori dei sutra della Perfezione della Saggezza (Prajñāpāramitā) mettono la vacuità al centro del buddhismo Mahāyāna. Il più famoso è il Sutra del Cuore, che i monaci zen e tibetani recitano ancora oggi, con la formula “la forma è vuoto, il vuoto è forma”. Thich Nhat Hanh la traduce “questo stesso corpo è il vuoto e il vuoto stesso è questo corpo”, perché la parola “forma” suonava troppo astratta.

Intorno al II secolo Nāgārjuna le dà una struttura filosofica rigorosa e fonda la scuola della Via di Mezzo (Madhyamaka). I monaci la portano poi in Cina e in Giappone, dove i maestri zen la raccontano con le immagini dello specchio e dello spazio. Alan Watts ne parla con il suo solito brio nel brano sul vuoto zen, e chiude con la storia di una gara per definire il vuoto, vinta dal mercante Vimalakirti, restando in silenzio.

il buddha e ananda parlano della vacuitàCosa c’entra la vacuità con la vita di tutti i giorni

Uno degli aspetti più interessanti della vacuità è che la si può applicare proprio alla vita di tutti i giorni. Ti sarà capitato, parlando di una certa persona, di dire “è fatta così”, o di te stesso “sono una persona ansiosa”. In quel momento tratti una persona come un oggetto con un’essenza fissa. Quella persona, però, è anche la notte che ha passato, le pressioni che riceve, la storia che si porta dietro. L’ansia che ti capita spesso di provare, compare in certe condizioni e non in altre. Accorgertene non risolve il problema. Ma ti lascia un margine importante: puoi chiederti quali condizioni cambiare.

Christina Feldman individua qui la radice della sofferenza. Soffriamo di più a causa della convinzione che al centro di ogni cosa ci sia un sé immutabile che va difeso, piuttosto che a causa dei cambiamenti e delle perdite in sé. Il suo brano sul significato della vacuità è tra i più chiari che conosca.

C’è anche un risvolto che riguarda gli altri e il pianeta. Se non esistiamo separati, ciò che facciamo all’aria, all’acqua e agli altri esseri lo facciamo anche a noi. Thich Nhat Hanh ne ricava un impegno preciso: proteggere le specie non umane per proteggere l’umanità.

Come praticare la vacuità

Leggere della vacuità aiuta fino a un certo punto. È qualcosa che va visto nella realtà, e per questo serve la pratica. Ti consoglio di cominciare con tre esercizi semplici, anche durante la giornata.

1. Guardare un oggetto in profondità

Scegli un oggetto qualsiasi: il pane che stai per mangiare, la sedia su cui sei seduto. Per qualche minuto, chiediti di cosa è fatto e cosa ci è voluto perché arrivasse fino a te. Il grano, la pioggia, il sole, la persona che l’ha coltivato, quella che l’ha impastato. L’elenco è infinito, e non devi completarlo: fermati quando senti che l’oggetto si apre in ogni direzione.

2. Osservare un’emozione mentre sorge

Durante la meditazione seduta, quando sorge un’emozione (irritazione, noia, preoccupazione), lascia andare la storia che la accompagna. Osserva da dove proviene: un pensiero, un rumore, un ricordo, la stanchezza. Rimani con essa finché non cambia o scompare. Vedrai che anche gli stati mentali più intensi sono privi di un nucleo solido.

3. “Questo non sono io”

Alla fine di una seduta di meditazione prendi una sensazione nel corpo, poi un pensiero, poi un’emozione, e per ciascuno ripeti con calma la formula antica: “questo non è mio, questo non sono io”. È importante dirlo con gentilezza, come chi prende atto di un fatto. Se vuoi una guida passo passo, la trovi nella meditazione sul non-sé.

Le pratiche incentrate sul senso di sé sono molto efficaci. Per alcune persone, possono provocare una sensazione temporanea di irrealtà o di distacco da sé stessi. Se ti capita e questa sensazione non scompare, fermati un attimo, torna a pratiche radicate nel corpo – come la respirazione o la camminata – e rivolgiti a un insegnante esperto. Ne ho scritto più a lungo nell’articolo sugli effetti collaterali della meditazione.

Da provare di persona

Con la vacuità vale l’approccio che Zen in the City usa per ogni insegnamento buddhista: lo metti alla prova nella tua esperienza e vedi se descrive qualcosa di reale e se funziona. Domattina, prima di bere il caffè, guarda la tazza per qualche secondo in più e prova a contare le cose che ci sono dentro.

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[La foto sulla vacuità è di Fatih Aktaş]

Paolo Subioli

Insegno meditazione e tramite il mio blog Zen in the City propongo un’interpretazione originale delle pratiche di consapevolezza legata agli stili di vita contemporanei.

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